Ieri nellambito del
concorso internazionale è stato presentato Baba (Padre) primo ed unico film
dello scrittore cinese Wang Shuo. La curiosità richiamata da questa pellicola era forte,
molte le domande a cui Marco Muller e lorganizzazione del Festival si sono abilmente
sottratti.
Fino a ieri. Alla nostra domanda riguardo tanto mistero,
Muller risponde: «Se avessimo pubblicizzato un film del genere, sarebbe stato sicuramente
bloccato dalle autorità cinesi, così come il suo regista. Questo film, che circola in
ununica copia, ha già avuto forti problemi con la censura cinese, basti pensare che
è stato completato nel 1996 e solo ora riusciamo a presentarlo, ma ne siamo orgogliosi.»
La storia racconta lo scontro generazionale tra un padre
conservatore e il figlio che non accetta alcune sue imposizioni. Può essere facilmente
letto come una critica nei confronti dello stato cinese, altamente burocratizzato, ed
unesaltazione dello spirito ribelle.
« Non era mia intenzione che la storia avesse un significato
metaforico, volevo solo rompere con gli schemi che vengono imposti da regime ci
dice Wang Shou Oggi un film del genere non me lo farebbero mai iniziare, allora è
stato bloccato solo a riprese terminate e aggiunge candidamente non capisco
cosa non abbia gradito la Censura cinese
».
Wang Shou, uno dei protagonisti del panorama letterario cinese, con
romanzi da decine di milioni di copie vendute, ha prodotto una vera sorpresa. Baba è un
film eccezionale, poetico, duro ma anche tenero nel descrivere il rapporto tra padre e
figlio. Il pubblico in sala è rimasto profondamente toccato, scosso, in particolare ,
dalla sua sensibilità e dalla capacità di raccontare un contesto sociale così ampio e
difficile attraverso una storia semplice e di piccoli personaggi.
Baba è uno di quei film che lasciano il segno nello spettatore, ma
anche nella società. Questo particolare non passerà inosservato alla giuria al momento
di assegnare il premio di questanno.
Nel pomeriggio inoltrato è stato presentato il penultimo film in
concorso Cronicamente Invìavel del brasiliano Sergio Bianchi. Vero caso
esploso in Brasile, dove è campione dincassi da oltre sei mesi. Circola,
però, solo in quattro copie a causa di una forte censura del mercato che permette la
distribuzione massiccia solo di prodotti americani. Un film in parte fiction, in parte
documentario sulla società brasiliana, sul suo fascino e le sue contraddizione. Costruito
come un mosaico con un forte intento politico da Sergio Bianchi, è stata la miccia che ha
scatenato una serie di proteste in occasione dei festeggiamenti dei cinquecento anni della
scoperta del Brasile. Un film di dura critica che però risulta ostico per chi non è a
contatto con una società così lontana.
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