Marco
Mueller lascia il festival di Locarno. Una decisione che già era nell'aria da anni, e che
è stata formalizzata dall'eclettico direttore del festival di Locarno solo questa sera,
davanti ad una attonita platea.
"A noi del comitato questa notizia l'aveva già comunicata 15
giorni prima dell'inizio di questa edizione del festival - ha poi precisato Marco
Cameroni, componente del comitato di lavoro del pardo - più precisamente nella prima
riunione che abbiamo tenuto dopo la morte di Buffi (il presidente del festival, morto a
metà luglio, n.d.r.). Con la stessa trasparenza con cui ce l'ha comunicato - ha
proseguito Cameroni - ci ha anche aiutato a portare avanti il pardo 2000 anche in una
situazione di emergenza come quella che ha visto prematuramente andarsene il nostro
presidente"
La notizia è stata data in coda alle premiazioni dell'anno 2000,
premiazioni profondamente segnate dalla sua impronta di critico cinematografico e
soprattutto di innamorato del cinema e delle sue storie: basti pensare a "Baba",
il film che ha ricevuto il pardo d'oro, di cui non si conosceva neppure il titolo
fino a due giorni fa. Muller aveva tramato per quattro anni per riuscire a farlo uscire
dalla Cina e poter far vedere agli esigenti spettatori di Locarno quello che lui
considerava un capolavoro: e la giuria e il pubblico di piazza Grande hanno confermato
questa sua grande tenacia.
Non c'è dubbio che l'allontanamento di Mueller da questo festival
potrebbe cambiarne dall'anno prossimo le sorti: Il suo arrivo ha cambiato profondamente il
festival, rendendolo visibile e amato dalle persone (da 100mila persone nel 1991 a 170mila
nel 1998, e nello stesso periodo da 1500 a 4000 giornalisti accreditati all'anno): Tant'è
vero che il festival di Locarno conti quest'anno il suo 53esimo anno di vita, è veramente
nell'immaginario dei cinefili da solo dieci anni circa, cioè quanti sono stati quelli di
"reggenza" di Mueller.
Mueller, malgrado il nome dall'apparenza svizzera, è il primo direttore
straniero che il festival di Locarno abbia mai avuto: nato a Roma nel 1953,
sinologista e antropologo, comincia ad avvicinarsi all'etnomusicologia e all'antropologia
visuale negli anni settanta e solo a quell'epoca comincia a scrivere per riviste di cinema
e a diventare critico cinematografico e poi consulente e direttore di festival. Ha diretto
il festival "Ombre elettriche" a Torino, poi il festival di Pesaro e quello di
Rotterdam prima di approdare, nel 1992, al festival di Locarno, dove vi arriva forte di
una ormai lunga esperienza di cinefilo e di una grande conoscenza del cinema asiatico e
cinese in particolare, tant'è che è stato consulente del festival di Venezia proprio per
le selezioni asiatiche.
Della sua conduzione si ricorda, oltre alle felici selezioni (anche quando si
trattava di scovare inediti assoluti) anche la sua straordinaria poliglossìa: è in grado
di parlare per esempio in russo, cinese, vietnamita, giapponese, iraniano, indonesiano,
oltre che agli scontati inglese, francese, tedesco e spagnolo. E' in grado di conversare
sul palco in ognuna di queste lingue e tradurre pressoché in simultanea le persone con
cui dialoga. Il festival non ha bisogno di alcun traduttore, perché il traduttore più
fedele dei cineasti che invita è sempre lui, Mueller. Quasi sempre: ieri sera un
paio di "toppe" hanno fatto intuire che il direttore non aveva la testa
concentrata, e l'emozione aveva già fatto posto alla concentrazione. Quando poi ha
comunicato la decisione alla sua piazza, come al solito gremita - si sono calcolate circa
9000 persone - non è mancato per nessuno, e nemmeno per lui, un momento di commozione.
E, dopo tanti regali cinematografici che ci ha saputo fare nel corso
degli anni novanta e che ha concentrato nell'edizione 2000 davvero ricca di spunti non
scontati e di personaggi fuori dallo stereotipo dei critici, Mueller si è voluto
congedare in una maniera del tutto consono al rapporto familiare e un pò cameratesco che
c'è tra lui e Piazza Grande: invitando sul palco il coro "I giorni cantati"
della lega di cultura contadina di Piadena, che con un bel "domani è festa, non si
lavora..." ha salutato il direttore che in questi nove anni ha abbracciato,
promuovendo un certo tipo di cultura cinematografica, tutti i popoli del mondo uniti in
pace per una volta nelle calde serate locarnesi.
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