La
tragedia era maturata il 4 gennaio1944 quando, nel tardo pomeriggio, nell'appartamento di
Calogero Marrone, capo dell'ufficio anagrafe del Comune di Varese, in via Sempione 14, una
palazzina a due piani, si era precipitato don Luigi Locatelli, canonico della Basilica di
San Vittore, in stretto contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale, per informarlo
che i tedeschi erano alle porte e che l'arresto sarebbe stato imminente. Bisognava fuggire
senza perdere tempo.
Calogero Marrone, 54 anni, siciliano di Favara, una cittadino a due passi da
Agrigento, moglie e quattro figli tra i 21 ed 16 anni, sospeso cautelativamente dal
servizio "con effetto dal 1° gennaio 1944 e fino a nuovo ordine dal
podestà "Domenico Castelletti" per l'accertamento delle eventuali
responsabilità sull'irregolare rilascio di carta d'identità, dopo un lungo colloquio con
il sacerdote e poi con la moglie, aveva deciso di restare. Da un lato aveva dato
la sua parola d'onore al podestà fascista che
sarebbe rimato a sua disposizione per le indagini e non voleva mancare a quell'impegno;
dall'altro bisognava evitare che, in caso di una, 1inevitabile rappresaglia
nazifascista si abbattesse sulla ,sua famiglia
Il 7 gennaio, tre giorni dopo a visita
di Don Locatelli, puntuale il destino si era compiuto. Calogero Marrone, all'imbrunire,
venne arrestato da due ufficiali delle SS, con le armi spianate, sulla base di un ordine
del Comando germanico di Varese che non lasciava dubbi: collaborazionismo con la
Resistenza, favoreggiamento nella fuga degli ebrei, violazione dei doveri d'ufficio,
intelligenza con i CLN. Accuse da fucilazione.
Da quel 7 gennaio 1944 Calogero Marrone,
"Giusto tra i giusti", come appare scolpito nel marmo bianco di una targa posta
davanti all'ufficio anagrafe il 1° ottobre 1994, dalla Comunità ebraica per l'impegno
personale dell'avvocato Giorgio Cavalieri, dall'ANPI e a Comune di Varese, passò sotto il
solo controllo della giurisdizione tedesca, malgrado fosse stato recluso in una cella del
carcere giudiziario dei Miogni, prigioniero dei nazisti sino alla morte (dopo un penoso,
sofferto itinerario attraverso altre carceri italiane) avvenuta alla metà di febbraio
1945 nel campo di Dachau, "quando stava per sorgere il sole della libertà".
A Varese Marrone era giunto nel 1931,
vincitore di un concorso pubblico dopo essere stato impiegato al Comune di Favara. Aveva
portato con sé la famiglia, la moglie Giuseppina, i figli Filippina, Salvatore, Dina e
Domenico ancora in tenera età. La carriera a Varese era stata rapida e brillante:
applicato di prima classe nel '31 all'ufficio elettorale, certificati e passaporti di
Varese; dal '34 dirigente l'ufficio anagrafe; dal '37 capo dello stesso reparto con dodici
impiegati. "Ottimo funzionario -si legge nel rapporto municipale del 9 febbraio 1942-
sia per doti intellettuali che per attività pratica, qualità direttive ed
organizzative".
Un funzionario esemplare, punto di riferimento
per migliaia di cittadini, dall'8 settembre 1943 pedina fondamentale dell'antifascismo
varesino che fra ostacoli di ogni genere, diversità di vedute, scarsità di
determinazione e di mezzi, aveva cominciato ad abbozzare una strategia organizzativa.
Varese, città di frontiera, subito dopo
l'armistizio e le prime stragi naziste sul lago Maggiore, era stata presa d'assalto da
migliaia di fuggiaschi, soprattutto ebrei, giunti da oggi città d'Italia ma anche da
giovani di leva che avevano guardato alla vicina Svizzera come alla terra promessa.
Ma come fare per agevolare i movimenti
clandestini di chi, avviato o respinto sul confine o impossibilitato a raggiungerlo,
avrebbe tentato nascondersi in qualche comune della provincia, se non dotandolo di
documenti con false generalità?
Calogero Marrone, profondamente convinto del
dovere di ogni italiano di combattere i nazifascisti con ogni mezzo ed in ogni
circostanza, aveva trasformato il suo piccolo ufficio di Palazzo Estense in una specie di
campo di battaglia. Al posto della penna e il calamaio, i timbri, le cartelle anagrafiche.
I segnali di aiuto partiva no dal CLN, il
motore delle varie iniziative in base alle richieste che giungevano anche da Milano e da
altre città della Lombardia.
Non solo gli ebrei furono i beneficiari di
questo oscuro eroe della nostra storia ma anche i partigiani...
Il 31 dicembre del '43, dopo oltre tre
mesi e mezzo dall'inizio della sua attività benemerita, il lavoro di Marrone s'interruppe
per una delazione, partita quasi certamente dal municipio, forse addirittura dal suo
ufficio. Si disse, nell'immediatezza del fatto, che il responsabile potesse essere stato
un impiegato dell'anagrafe. Voci sfumate, mai riscontrate. Il volto traditore restò
sempre nell'ombra.
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