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Ore 11.11.41
Giorno
04/06/07
 

 

Varese - La morte di Tarcisio Maroni lascia un vuoto tra i suoi amici 
Da oggi, sul lago, la luna è un po' più sola

Se n’è andato remando, a cavallo della sua barca grigia figlia delle nebbie di novembre. In silenzio, com’è costume della gente di qui, solcando il lago come faceva da più di settant’anni e come già avevano fatto suo padre e suo nonno. Tarcisio Maroni di Calcinate del Pesce, ( in una foto di Carlo Meazza) il decano di chi senza pace getta le reti nelle acque mattina e sera, di quelli che fanno un mestiere dimenticato, talmente antico da risultare nuovissimo. Un mestiere di pioggia e di vento, del gelo che ti morsica le mani, di pesci che si agitano sul fondo della barca e aprono la bocca in un grido senza voce.

Sono pochi i pescatori ormai, anziani e indomiti, si chiamano Luigi, Ernesto, Gianni, Antonio, Daniele, Carlo, Mosè, Natale, conoscono l’alba e il tramonto meglio dei gabbiani, osservano il cielo e le nuvole, indovinano il colore dell’acqua e dicono quando pioverà. Lo sanno per mestiere ma non ci badano più di tanto, perché alla fine il lago ha sempre ragione e poco lascia alle leggi degli uomini.

Ne ha passate tante il Tarcisio, ha visto i persici dorati morire a migliaia gonfi come palloncini di Natale, le alghe imputridire e vomitare gas, le reti corrodersi, vuote come i pensieri. Ma la sua barca era ancora la prima a muoversi da Calcinate: c’erano da posare i redìnn per i persici, controllare i legnée, le fascine di rovere messe in acqua per far riprodurre i pesci, e poi il lago il mattino presto è una religione. Per pochi.

Ci sono poeti tra i pescatori, c’è chi scrive e chi racconta, c’è qualcuno che pesca scardole e carassi da regalare a mici e gabbiani, altri remano solitari, ripetendo gesti vecchi come il mondo. Ieri, all’ora del meriggio, stavo pescando sotto Cazzago con la mia piccola canna fissa, qualche "gobbino", un boccalone sorpreso tra le canne, ma soprattutto la voglia di "star fuori", a lago, per vedere gli svassi rincorrersi urlando e gli aironi passare silenziosi dalle parti del canale Brabbia. Li ho visti uscire uno a uno i pescatori, con i barchett dalla coda mozza mandati avanti a forza di spalle nella calura sospesa d’agosto. Il "negher" che fischietta successi anni Sessanta, l’Ernesto che chiacchiera con il suo rematore, accoccolato sul sedile della Provvidenza.

Il lago è lì che aspetta e ieri aspettava anche Tarcisio, come aveva fatto per anni. Lui è arrivato, ma questa volta non è più ripartito. Il suo cuore ha deciso per lui, dopo che l’aveva avvertito qualche anno fa. "E’ stato il più grande pescatore che abbia avuto il lago di Varese, conosceva tutte le tecniche, anche le più difficili. Era capace di stare in barca anche dodici ore, possedeva doti di resistenza e prestanza fisica", ricorda Ernesto Giorgetti, suo amico e collega di Cazzago Brabbia. "Ora siamo rimasti soltanto in otto, tre a Cazzago, uno a Calcinate, tre a Bodio e uno a Bardello e chissà fino a quando andremo avanti", dice l’Ernesto, un romanzo nel cassetto e tante avventure negli occhi.

Eccolo Tarcisio, nelle acque già limpide di primavera, seduto e sorridente in barca: sta remando "a pescin", con il piede, mentre le mani dipanano una matassa di reti che pare infinita. Lo scatto di Carlo Meazza, nel libro dedicato alle stagioni del lago di Varese, ce lo mostra ancora vigoroso, il capo aureolato di capelli candidi e le mani forti e larghe, obbedienti come soldati. Da oggi, sul lago, la luna è un po’ più sola.

                          Mario Chiodetti

                                       

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