| Se nè andato remando, a
cavallo della sua barca grigia figlia delle nebbie di novembre. In silenzio, comè
costume della gente di qui, solcando il lago come faceva da più di settantanni e
come già avevano fatto suo padre e suo nonno. Tarcisio Maroni di Calcinate del Pesce, ( in una foto di Carlo Meazza) il decano di chi senza pace getta le
reti nelle acque mattina e sera, di quelli che fanno un mestiere dimenticato, talmente
antico da risultare nuovissimo. Un mestiere di pioggia e di vento, del gelo che ti morsica
le mani, di pesci che si agitano sul fondo della barca e aprono la bocca in un grido senza
voce.
Sono pochi i pescatori ormai, anziani e indomiti, si
chiamano Luigi, Ernesto, Gianni, Antonio, Daniele, Carlo, Mosè, Natale, conoscono
lalba e il tramonto meglio dei gabbiani, osservano il cielo e le nuvole, indovinano
il colore dellacqua e dicono quando pioverà. Lo sanno per mestiere ma non ci badano
più di tanto, perché alla fine il lago ha sempre ragione e poco lascia alle leggi degli
uomini.
Ne ha passate tante il Tarcisio, ha visto i persici
dorati morire a migliaia gonfi come palloncini di Natale, le alghe imputridire e vomitare
gas, le reti corrodersi, vuote come i pensieri. Ma la sua barca era ancora la prima a
muoversi da Calcinate: cerano da posare i redìnn per i persici, controllare
i legnée, le fascine di rovere messe in acqua per far riprodurre i pesci, e poi il
lago il mattino presto è una religione. Per pochi.
Ci sono poeti tra i pescatori, cè chi scrive
e chi racconta, cè qualcuno che pesca scardole e carassi da regalare a mici e
gabbiani, altri remano solitari, ripetendo gesti vecchi come il mondo. Ieri, allora
del meriggio, stavo pescando sotto Cazzago con la mia piccola canna fissa, qualche
"gobbino", un boccalone sorpreso tra le canne, ma soprattutto la voglia di
"star fuori", a lago, per vedere gli svassi rincorrersi urlando e gli aironi
passare silenziosi dalle parti del canale Brabbia. Li ho visti uscire uno a uno i
pescatori, con i barchett dalla coda mozza mandati avanti a forza di spalle nella
calura sospesa dagosto. Il "negher" che fischietta successi anni Sessanta,
lErnesto che chiacchiera con il suo rematore, accoccolato sul sedile della
Provvidenza.
Il lago è lì che aspetta e ieri aspettava anche
Tarcisio, come aveva fatto per anni. Lui è arrivato, ma questa volta non è più
ripartito. Il suo cuore ha deciso per lui, dopo che laveva avvertito qualche anno
fa. "E stato il più grande pescatore che abbia avuto il lago di Varese,
conosceva tutte le tecniche, anche le più difficili. Era capace di stare in barca anche
dodici ore, possedeva doti di resistenza e prestanza fisica", ricorda Ernesto
Giorgetti, suo amico e collega di Cazzago Brabbia. "Ora siamo rimasti soltanto in
otto, tre a Cazzago, uno a Calcinate, tre a Bodio e uno a Bardello e chissà fino a quando
andremo avanti", dice lErnesto, un romanzo nel cassetto e tante avventure negli
occhi.
Eccolo Tarcisio, nelle acque già limpide di
primavera, seduto e sorridente in barca: sta remando "a pescin", con il piede,
mentre le mani dipanano una matassa di reti che pare infinita. Lo scatto di Carlo Meazza,
nel libro dedicato alle stagioni del lago di Varese, ce lo mostra ancora vigoroso, il capo
aureolato di capelli candidi e le mani forti e larghe, obbedienti come soldati. Da oggi,
sul lago, la luna è un po più sola.
|