Il giorno dopo l'incendio all'università
dell'Insubria tutti si interrogano. E motivi per farlo ce ne sono molti, visto che
sull'episodio, o meglio sugli episodi, gli interrogativi si sprecano. Assodato ormai che
l'origine dell'incendio è dolosa, innanzitutto occorre chiedersi perché. Un messaggio
intimidatorio? Un gesto vandalico afinalistico? Interessi nelle gare d'appalto? L'aula data alle fiamme, di proprietà della Provincia, era oggetto di una
gara d'appalto per essere ristrutturata e questa potrebbe essere già una pista da
seguire. Una pista però troppo labile, considerato che l'appalto è di modesta entità:
l'area interessata è di circa duecento metri quadri e la cifra non supererebbe i
trecento milioni. Troppo poco per correre un rischio così grosso.
Qualche dubbio desta anche l'intervento dei
vigili del fuoco relativo al primo episodio, quello di
giovedì scorso. I dubbi non riguardano certo la natura dell'intervento - solerte e
impeccabile come sempre-, ma le spiegazioni date sulle cause dell'incendio. Allora i
vigili parlarono di un fenomeno di autocombustione. Esclusi casi di poltergeist
all'interno dell'Insubria, quel primo episodio, bollato come "autocombustione",
va comunque riletto alla luce di quanto successo nella giornata di lunedì. Chiunque abbia
appiccato il fuoco alla bellissima aula del quarto piano, sia nella scelta dell'obiettivo
che nelle modalità d'esecuzione, ha voluto lasciare un segno evidente, a scanso
d'equivoci, della dolosità del gesto. Infatti, entrando nell'aula bruciata, si intravede
ancora lo scheletro della struttura lignea, tranne che sul lato sinistro (nella
foto sopra), dove ha avuto origine l'incendio, andato completamente
distrutto. Una traccia chiara e precisa, come dire: "attenzione non si tratta di
autocombustione".
La scena che si
presenta entrando nell'aula è desolante: la soletta non esiste quasi più, il soffitto è
ridotto a un colabrodo e una grossa crepa, generata dal forte calore, attraversa
longitudinalmente la parete della stanza antistante l'aula. Dell'aula solo gli spalti
anneriti e divorati dalle fiamme. Il pianerottolo del quarto piano è pieno di vetri, sono
quelli della bocchetta antincendio e della finestra che dà sul cortile interno, dove c'è
la sinuosa piscina dalla quale una pompa attinge l'acqua in caso d'incendio.
Già, quello dell'impianto antincendio è un altro punto poco chiaro
della faccenda. Costruito da una società di Roma, e collaudato non più di due mesi
fa, era perfettamente funzionante. Ma lunedì, in occasione dell'incendio, la bocchetta
del quarto piano non funzionava, a causa della presenza d'aria nella tubatura, che non
permetteva il pescaggio dell'acqua dal serbatoio che si trova nel piazzale centrale
dell'edificio. Anche se nelle operazioni di spegnimento questo inconveniente non ha
causato grossi ritardi ed è stato ininfluente sul risultato finale, la coincidenza della
scelta dell'aula del quarto piano, altamente infiammabile, e il guasto della bocchetta
antincendio dello stesso è forse un po' troppo.
Il clima all'interno
dell'università sembra comunque tranquillo. L'area sottostante all'aula incendiata è
transennata, un cartello di pericolo avverte i passanti;l'ala dello stabile è chiusa. I
pochi studenti di questo fine agosto passeggiano spensieratamente, come se nulla fosse
successo. Il custode Odilo Beato, nonostante il nome, qualche preoccupazione però la
manifesta. Scruta nello schermo del circuito interno e scuote la testa.«Io non ero
presente, però troppi episodi strani in questi ultimi tempi».
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