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Ore 11.12.03
Giorno
04/06/07
Accoltellato 25enne in pieno centro

Flavio Nossa: "Tira una cattiva aria dalle nostre parti..."

Joshua Morgan il sorridente e altri profughi intervista al responsabile del centro italiano per i rifugiati

Le ACLI varesine esprimono la loro solidarietà a Joshua Morgan

Lettera del consigliere regionale Daniele Marantelli per la domanda di asilo politico richiesta da Joshua Morgan


Il sito del consiglio italiano per i rifugiati

Sito non ufficiale ma particolareggiatissimo sulla Sierra Leone(in ingl.)

Sito governativo della Sierra Leone (in ingl.)

La storia della crisi in Sierra Leone di Amnesty (Italiano)

il protocollo d’intesa su immigrazione e nomadismo in provincia di varese

Varese – Joshua Morgan, il ragazzo della Sierra Leone accoltellato il 13 di agosto, racconta la sua storia di profugo
Quando gli ingegneri informatici dormono alla stazione Garibaldi

Ha 24 anni ("compio i venticinque al 26 dicembre"), studiava ingegneria informatica all'università, è il primo di quattro fratelli tutti studenti. Parla un buon inglese, esprime le sue idee con criterio e proprietà di linquaggio, come è giusto aspettarsi da ogni universitario della terra.

Ma è "l'immigrato accoltellato a ferragosto", colui che ha riempito le pagine dei giornali in quei giorni così scarsi di altre notizie. Innanzitutto, Joshua non è un immigrato classico, è un "richiedente asilo politico": sta attendendo le decisioni del governo italiano riguardo al fatto che Joshua sia scappato in Italia perchè perseguitato, e che non si sia sempliemente trasferito in cerca di lavoro o di qualche soldo in più nel suo paese.

Joshua, del resto, di soldi in Sierra Leone non ne aveva bisogno: era un ragazzo della borghesia, la sua famiglia stava bene e viveva in città, anzi nella capitale. E' solo qua che, strappato di tutto,  Joshua deve fare i conti con la fame.
"Io vivevo a Freetown, nella capitale del mio paese - racconta  - Mio padre è un uomo d'affari ed è membro del partito di governo, ed è stata proprio la sua appartenenza al partito di governo a creare i principali problemi. Mia madre invece segue una chiesa locale e si prende cura di noi: siamo in quattro, o dovrei dire eravamo in quattro, perchè uno dei miei fratelli è stato ammazzato  prima che io me ne andassi dalla Sierra Leone"

Quali sono le circostanze per cui è andato via dalla Sierra Leone, e come è arrivato in Italia, e a Varese?
"Sono andato al paese per le vacanze di Natale del 1998, e non avrei mai pensato che non sarei mai più tornato a casa mia: e invece prima mio padre mi ha telefonato di aspettare a tornare e poi il 6 gennaio del 1999, c'è stata l'assalto dei ribelli a Freetown. Così tutto quello che mi è rimasto da fare  è stato scappare. Io ero il più grande dei miei fratelli studiavo all'università, potevo insomma cavarmela".

Dove è andato poi?
"Prima sono fuggito in Marocco: ma la mentalità degli arabi è molto diversa dalla nostra, e d'altra parte in Marocco non è facile nemmeno per loro sopravvivere figurarsi per uno che sta scappando... Così sono andato in Spagna, ma a dire il vero avevo un pò paura. I poliziotti erano molto pressanti nei controlli e ogni volta il rischio di ritornare in patria era troppo forte. Sono rimasto però per un pò lì e ho fatto anche il lavamacchine. E' stato lì che un bianco mi ha detto che la richiesta di asilo politico era meglio forse farla in Italia. Sono partito perciò in l'aereo da lì e sono atterrato a Malpensa, dove mi sono rivolto all'ufficio immigrazione e ho fatto richiesta di asilo. La scelta di Varese, del sua provincia e soprattutto della sua prefettura è data perciò principalmente dall'aeroporto. Lì, chi mi ha accolto  ha fatto ciò che è di prassi fare: mi ha iscritto tra coloro che  attendono l'asilo politico e mi ha dato un milione e mezzo, il corrispondente di 30mila lire per 45 giorni di permanenza. Dopo di che mi ha detto "ciao" (Joshua lo dice in italiano, facendo anche il gesto di salutare con la mano). Uscito di lì ero piuttosto confuso: l'unica cosa che avevo capito era che non era il caso di spendere quei soldi in un hotel, come mi avevano proposto, perchè sarebbero finiti troppo presto. Sono andato perciò a Milano, mi sono rivolto alla Caritas locale, ma non c'era nessun posto. Quando sono andato in stazione centrale  (nei pressi c'è il dormitorio di Fratel Ettore, n.d.r.) mi sono reso conto che gli unici posti disponibili erano all'interno della stazione e non ce l'ho fatta, non me la sentivo di rimanere lì a dormire. Sono andato a Roma per vedere se lì c'era qualche possibilità in più. Non ce n'erano. Un ragazzo mi ha tenuto per circa un mese con sè, mai poi sono tornato a Milano a cercare un posto più stabile. Che ancora, ovviamente, non c'era. Ho dormito così per un mese nella stazione di porta Garibaldi. E poi sono venuto qua a Varese, e ho chiesto un posto a Maria Pia (la segretaria della Caritas, n.d.r.). E poichè non ce n'erano, ero così disperato che l'ho supplicata piangendo. E' riuscita a farmi andare a credito in un piccolo hotel per un pò, ma quella non poteva certo essere una vera soluzione ... Finchè ad un certo punto è arrivato un buon samaritano, un ragazzo ghanese, che mi ha ospitato a casa sua. Era marzo, e da allora sono ancora lì".
Joshua cita più volte il suo "buon samaritano" che gli ha ridato una casa e una vita dignitosa dopo quell'odissea. Non è facile vivere bene e poi ritrovarsi per strada...

Riesce ad avere contatti con la famiglia?
"Ho notizie di mio padre, ci sentiamo per telefono. Ma le comunicazioni non sono semplici, le linee sono spesso interrotte".

Cosa le raccontano della situazione in Sierra Leone?
"Che diventa sempre peggio. Se loro avessero la possibilità, lascerebbero il paese, ma soprattutto i miei fratelli non hanno la possibilità di muoversi. Sono troppo giovani"

Qual è stato il suo pensiero riguardo l'episodio di cui è stato vittima?
"Che è stato un incidente, e che sarebbe potuto succedere a chiunque. Non è un episodio del genere che mi fa dire che gli italiani sono cattivi: in ogni società e anche in quella italiana ci sono i buoni e ci sono i cattivi, e quello che mi ha accoltellato fa inequivocabilmente parte dei cattivi. E in Sierra Leone succede lo stesso..."

Come vedeva la sua vita quando era in Sierra Leone, e come la vede ora? cosa sperava e cosa spera ora?
"In Sierra Leone speravo di essere un ingegnere specializzato in informatica. In Italia spero solo di restarci".

Restare nel nostro paese, per Joshua il sorridente, è infatti questione di vita o di morte.

redazione@varesenews.it

                                       

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