Ha 24 anni ("compio i venticinque al 26 dicembre"), studiava
ingegneria informatica all'università, è il primo di quattro fratelli tutti studenti.
Parla un buon inglese, esprime le sue idee con criterio e proprietà di linquaggio, come
è giusto aspettarsi da ogni universitario della terra. Ma è
"l'immigrato accoltellato a ferragosto", colui che ha riempito le pagine dei
giornali in quei giorni così scarsi di altre notizie. Innanzitutto, Joshua non è un
immigrato classico, è un "richiedente asilo politico": sta attendendo le
decisioni del governo italiano riguardo al fatto che Joshua sia scappato in Italia perchè
perseguitato, e che non si sia sempliemente trasferito in cerca di lavoro o di qualche
soldo in più nel suo paese.
Joshua, del resto, di soldi in Sierra Leone non ne aveva bisogno:
era un ragazzo della borghesia, la sua famiglia stava bene e viveva in città, anzi nella
capitale. E' solo qua che, strappato di tutto, Joshua deve fare i conti con la fame.
"Io vivevo a Freetown, nella capitale del mio paese - racconta - Mio padre è
un uomo d'affari ed è membro del partito di governo, ed è stata proprio la sua
appartenenza al partito di governo a creare i principali problemi. Mia madre invece segue
una chiesa locale e si prende cura di noi: siamo in quattro, o dovrei dire eravamo in
quattro, perchè uno dei miei fratelli è stato ammazzato prima che io me ne andassi
dalla Sierra Leone"
Quali sono le circostanze per cui è andato via dalla Sierra
Leone, e come è arrivato in Italia, e a Varese?
"Sono andato al paese per le vacanze di Natale del 1998, e non avrei mai pensato che
non sarei mai più tornato a casa mia: e invece prima mio padre mi ha telefonato di
aspettare a tornare e poi il 6 gennaio del 1999, c'è stata l'assalto dei ribelli a
Freetown. Così tutto quello che mi è rimasto da fare è stato scappare. Io ero il
più grande dei miei fratelli studiavo all'università, potevo insomma cavarmela".
Dove è andato poi?
"Prima sono fuggito in Marocco: ma la mentalità degli arabi è molto diversa dalla
nostra, e d'altra parte in Marocco non è facile nemmeno per loro sopravvivere figurarsi
per uno che sta scappando... Così sono andato in Spagna, ma a dire il vero avevo un pò
paura. I poliziotti erano molto pressanti nei controlli e ogni volta il rischio di
ritornare in patria era troppo forte. Sono rimasto però per un pò lì e ho fatto anche
il lavamacchine. E' stato lì che un bianco mi ha detto che la richiesta di asilo politico
era meglio forse farla in Italia. Sono partito perciò in l'aereo da lì e sono atterrato
a Malpensa, dove mi sono rivolto all'ufficio immigrazione e ho fatto richiesta di asilo.
La scelta di Varese, del sua provincia e soprattutto della sua prefettura è data perciò
principalmente dall'aeroporto. Lì, chi mi ha accolto ha fatto ciò che è di prassi
fare: mi ha iscritto tra coloro che attendono l'asilo politico e mi ha dato un
milione e mezzo, il corrispondente di 30mila lire per 45 giorni di permanenza. Dopo di che
mi ha detto "ciao" (Joshua lo dice in italiano, facendo anche il gesto di
salutare con la mano). Uscito di lì ero piuttosto confuso: l'unica cosa che avevo capito
era che non era il caso di spendere quei soldi in un hotel, come mi avevano proposto,
perchè sarebbero finiti troppo presto. Sono andato perciò a Milano, mi sono rivolto alla
Caritas locale, ma non c'era nessun posto. Quando sono andato in stazione centrale
(nei pressi c'è il dormitorio di Fratel Ettore, n.d.r.) mi sono reso conto che gli unici
posti disponibili erano all'interno della stazione e non ce l'ho fatta, non me la sentivo
di rimanere lì a dormire. Sono andato a Roma per vedere se lì c'era qualche possibilità
in più. Non ce n'erano. Un ragazzo mi ha tenuto per circa un mese con sè, mai poi sono
tornato a Milano a cercare un posto più stabile. Che ancora, ovviamente, non c'era. Ho
dormito così per un mese nella stazione di porta Garibaldi. E poi sono venuto qua a
Varese, e ho chiesto un posto a Maria Pia (la segretaria della Caritas, n.d.r.). E poichè
non ce n'erano, ero così disperato che l'ho supplicata piangendo. E' riuscita a farmi
andare a credito in un piccolo hotel per un pò, ma quella non poteva certo essere una
vera soluzione ... Finchè ad un certo punto è arrivato un buon samaritano, un ragazzo
ghanese, che mi ha ospitato a casa sua. Era marzo, e da allora sono ancora lì".
Joshua cita più volte il suo "buon samaritano" che gli ha ridato una casa e una
vita dignitosa dopo quell'odissea. Non è facile vivere bene e poi ritrovarsi per
strada...
Riesce ad avere contatti con la famiglia?
"Ho notizie di mio padre, ci sentiamo per telefono. Ma le comunicazioni non sono
semplici, le linee sono spesso interrotte".
Cosa le raccontano della situazione in Sierra Leone?
"Che diventa sempre peggio. Se loro avessero la possibilità, lascerebbero il paese,
ma soprattutto i miei fratelli non hanno la possibilità di muoversi. Sono troppo
giovani"
Qual è stato il suo pensiero riguardo l'episodio di cui è
stato vittima?
"Che è stato un incidente, e che sarebbe potuto succedere a chiunque. Non è un
episodio del genere che mi fa dire che gli italiani sono cattivi: in ogni società e anche
in quella italiana ci sono i buoni e ci sono i cattivi, e quello che mi ha accoltellato fa
inequivocabilmente parte dei cattivi. E in Sierra Leone succede lo stesso..."
Come vedeva la sua vita quando era in Sierra Leone, e come
la vede ora? cosa sperava e cosa spera ora?
"In Sierra Leone speravo di essere un ingegnere specializzato in informatica. In
Italia spero solo di restarci".
Restare nel nostro paese, per Joshua il
sorridente, è infatti questione di vita o di morte.
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