Cè come un sottile diaframma tra locchio che osserva e il
soggetto osservato. E tra luno e laltro solo il tempo dello sguardo. Perché
è di tempo che locchio ha bisogno per guardare. E necessario il tempo per
cogliere le vibrazioni intime. Occorre tempo per diventare complici. E una volta che tutto
questo processo è avvenuto basta solo il tempo veloce dello scatto. Così ciò che ci
resta è il fotogramma.
Lì, impresso nello stretto occhio dellapparecchio fotografico il tempo si è
fissato. Spogliato del proprio ruolo, restituito alla propria funzione. Pura testimonianza
di unesistenza, di uno stato, di un essere. Limmagine fotografica è dentro a
tutto questo processo. E la storia fotografica di Mario Giacomelli appartiene a queste
modalità dello sguardo, nellimperscrutabile tempo dellosservare. Negli anni 50, in unItalia tutta tesa alla
ricostruzione, sulla scia dalcune esperienze fotografiche mutuate dalla rivista
"LIFE" la fotografia simpone come racconto seriale. Così, anche
Giacomelli, superando alcune tipologie proprie della fotografia: ..il ritratto, la natura
morta
, inizia a lavorare attorno a gruppi di immagini, a serie fotografiche con temi
specifici. Ogni fotogramma sta a sé, ma è dentro un racconto. Nascono così la serie di
" Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" affrontata a più riprese nel 55/56 e
nel 66/68 e con altro titolo nel 81/83, " non fatemi domande", Scanno del 57/58
o Viaggi nel SUD. Reportage di Puglia e della Calabria, o "IO non ho mani che mi
accarezzino il viso del 62/63
.
Nellarco di un decennio, nel costante confronto tra aspetti e
problematiche del neorealismo e più sottili valenze estetiche e politiche inizia
lascesa internazionale di Giacomelli.
Le sue foto non sono documentaristiche, invitano ad una scelta. Anche perché non si può
fare i conti con le scelte di appartenenza che quelle foto indicano, tanto meno si può
evitarle.
Ognuna di loro urla l'urgenza di una sosta, di un attenta osservazione. Ed esse, al di là
del soggetto o forse proprio a partire dal soggetto testimoniano il forte radicamento
dell'uomo verso le proprie radici contadine e verso quel senso della terra e della fatica
comune a molta umanità.
Così, in quelle immagini di campi in cui linee astratte,
in fuga parallela o nel morbido ondularsi della vallata, affondano con i loro profondi
graffi laccecante biancore della terra o ancora di più in quelle struggenti
immagini danziani colti nello spazio-tempo di un soggiorno allospizio o
ancora, nelle figure ieratiche di uomini e donne delle piazze del Sud, cè tutta la
funzione segnica ed espressiva che quei neri e bianchi o i rapporti di luce ombra
raggiungono nel "segno" fotografico. Risultati espressi inimitabili, resi ancora
più incisivi grazie alle manipolazioni praticate da Giacomelli in camera oscura, così da
esaltarne il segno, e caricarle di maggior significato.
Altri e altrettanto espressivi sono i "fotoracconti" che Giacomelli
porterà avanti da "La buona terra" a Mattatoio, da Lourdes a Paesaggi, da
Storie di Terra al "Mare dei miei racconti" così come intensi sono i suoi
legami con la poesia di cui, già a partire dal 1954 illustrerà con le sue foto edizioni
tratte da Leopardi, da E. Lee Masters, per lantologia di Spoon River, da Cardarelli,
da Montale
, Altrettanti i riconoscimenti internazionali e nazionali: Tuttavia
Giacomelli è restio allo Star Sistem, se ne resta "isolato" in quel di
Senigallia, non facendo professione di fotografo ma lavorando nella sua piccola tipografia
e nel campeggio estivo appollaiato sopra il mare adriatico. Senza nulla cambiare alle sue
abitudini, al suo comportamento, al suo stato.
I vecchi ricurvi e disadorni, i pretini che giocano sotto la neve, le donne, gli ammalati
di Lourdes, gli emigrati, i dannati della terra, le case accatastate le une alle altre, le
rughe profonde della terra
, sono la sua scelta di campo.
Laverle osservate, laverle scelte, laverle presentate ci ha reso
complici.
Oggi che il tempo ci restituisce i suoi "foto
racconti", la sua precisa e definita ricerca della forma che essenzialmente è
ricerca di contenuto, linguaggio, non possiamo che ripercorrerle. Si sono fatte storia, la
loro. La nostra. E in quelle immagini non troviamo solo il senso del lutto, non cè
nel forte contrasto tra bianche e neri, tra corpi e corpi, o tra le pieghe della terra o
dei volti solo il senso dabbandono, o quello dellinarrestabile fuggire del
tempo costruito nella malinconica fragilità dellesistenza, cè
laderenza al quotidiano, cè lamore poetico per la natura e la terra,
cè il senso del misurato dialogo delle cose.
Cè, in ultima analisi, lirresistibile caparbietà della vita.
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