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04/06/07
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Jerago - Grande successo per il travolgente musical di Broadway in scena all'Aleph Teatro
L’era dell’Acquario

Impossibile resistere. È davvero travolgente la carica vitale degli interpreti del celeberrimo spettacolo messo in scena dalla Broadway Musical Company, che a più di trent’anni dal suo esordio americano riesce ancora a fare il tutto esaurito e ad entusiasmare. Manifesto della gioventù pacifista negli anni dell’offensiva statunitense in Vietnam, Hair si connota per il suo dinamismo e per la sua incontenibile potenza esplosiva.

Quando apparve per la prima volta erano i tempi in cui i figli degli scampati alla Grande Guerra partivano per quella che veniva presentata come una breve campagna bellica nell’Estremo Oriente. Vi si ritrovano, infatti, le parole d’ordine dell’anti-militarismo: "peace", "love", "freedom", "happiness" (pace, amore, libertà, felicità), accanto all’icona della resistenza pacifica (il cerchio tagliato da tre linee, così simile al marchio della Mercedes Benz), e a una piantina di Cannabis, simbolo anch’essa della rivolta giovanile. Tutti motivi che si fondono con quello immorale, o meglio anti-cristiano, della totale liberazione sessuale, con inni al libero amore, alla sodomia e a Lucifero, in una sarabanda che esalta la bellezza corporea attraverso gesti, carezze, baci, e la simulazione di una vera e propria orgia.

Straordinari, per vigore fisico e prestazioni vocali, i componenti del cast, rigorosamente multirazziale e multiculturale (su tutti il protagonista "Banana Berger"-Benjamin Damiano); nonché i membri della band, diretti da Frank Van Wanroooij, capaci di tenere dietro a tutte le bizzarrie e le mescolanze ideate dagli autori (James Rado, tuttora regista del musical, e Gerome Ragni) che vanno a pescare da tutta la tradizione musicale d’oltreoceano (basti citare Nina Simone e l’inno nazionale degli U. S. A.)

Più intensa la seconda parte, in cui c’è spazio per la comparsa della morte, dapprima come minaccia insita nell’uso degli stupefacenti, e infine come protagonista nelle vicende della guerra. Trascinante la conclusiva danza della morte intorno al cadavere del soldato al suono di "Let the sun shine" (Lascia che il sole splenda), che si articola sui movimenti rituali degli indiani d’America e si chiude con l’apparizione di una croce, come a simboleggiare la ricerca di una nuova spiritualità che si opponga alla massificazione e all’omologazione dell’Occidente capitalistico.

Vincenzo Garzillo

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