Peccato, Varese ha perso
un'occasione. Quella che si è svolta ieri sera presso l'Istituto Salesiano, è stata
molto di più di una lezione sulla società pluriculturale e il ruolo della scuola
all'interno di questo contesto. Ad ascoltare Antonio Perotti, padre scalabrino, direttore
del Centro parigino di informazione e studi sulle Migrazioni Internazionali cerano
poche persone. Perotti ha ridato fiducia e speranza. Lo ha fatto con la
determinazione dello scienziato, a tratti dura, precisa, difficilmente contestabile sul
piano logico e con la ferma dolcezza del cristiano, dell'uomo di fede. Una lezione alta
nei contenuti, nello spessore, anche nella critica agli atteggiamenti troppo spesso
intransigenti delle autorità ecclesiastiche con le culture diverse.
Una lezione sullidentità culturale, sullascolto dellaltro, sul
significato di convivialità o, per usare una bella espressione del relatore, sul
significato di eucaristia laica. (nella foto sopra padre Antonio Perotti)
La tolleranza, parola che spesso usiamo come traguardo conquistato nella gara della
civilizzazione, non è più sufficiente, perché non integra ciò che è simbolo e
cio che è culturale, ovvero le dimensioni delluomo. Cè un concetto
chiave su cui Perotti insiste: il diritto alla propria identità culturale, il primo dei
diritti culturali. «Bisogna affermare il diritto all'identità culturale tenendo presente
la tendenza alluniversalità e il rapporto dialettico che si instaura con essa. Una
scuola intesa come spazio delluniversalità è una falsa concezione. La scuola
viceversa per poter costruire la persona deve saper accettare le particolarità». E a
proposito di identità culturale Perotti sfata una verità, che nella nostra provincia e
nel Nord viene barattata come richiesta di difesa della cultura locale: per difendere e
affermare l'identità culturale e la coesione sociale che ne scaturisce non c'è bisogno
di negare la solidarietà .
Riprende il filosofo Levinas,
quando afferma che luomo non è una pianta e lumanità non è una foresta,
bensì un processo . «La nostra identità culturale non è ontologica, non è scritta nel
nostro dna, non è scritta nei nostri geni, ma è costruita con il rapporto e la
relazione». La cultura, secondo Perotti, è dunque porosa, permeabile per definizione.
Non ne esistono di assolutamente aperte, perché sarebbe antropologicamente pericoloso.
Negare queste qualità è un errore, perché l''identità culturale non è un dato
fossilizzato, ma un processo interattivo di assimilazione e di
differenziazione in rapporto con l'altro.
Quale deve essere il ruolo della scuola, dunque. La scuola, nella concezione di
Perotti, non deve essere addomesticatrice, ma deve concentrarsi sulla costruzione della
democrazia culturale, perché quella politica e quella sociale sono già state costruite
e, soprattutto, deve sapere come si costruisce una persona. Gli insegnanti devono indicare
la via, provocando anche incidenti critici e choc culturali.