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04/06/07
 

 

Varese - I restauri sono durati 14 mesi. Il locale simbolo di Varese torna a nuova vita. Bar, albergo e tavola calda. Franco Bianchi, nipote ed erede di Bruno Bregonzio, ci racconta com'era e come sarà
Riapre il Borducan 

Dopo 14 mesi di restauro riapre il Borducan. La scritta esotica, sul lato destro dell'edificio liberty, "Elixir Borducan" è ancora lì come prima, suadente e famigliare non solo per gli studenti sfaccendati e bigioni, ma anche per i romantici visionari, amanti dei panorami mozzafiato e della bella natura. Ad accoglierli però non ci sarà più Bruno Bregonzio, il vecchio proprietario, discreto e gentile. Il Borducan, dopo la sua morte, è passato di mano, rimanendo sempre in famiglia. Oggi appartiene al nipote, "un Bianchi", figlio della sorella di Bruno e già proprietario del vicino hotel Colonne.
"Mio zio lo diceva sempre che i suoi nipoti non erano Bregonzio"
Come è cambiato il locale dopo il restauro?
«La struttura è rimasta come prima. La sala bar è sempre la stessa, e abbiamo ricavato due sale in più nelle stanze dove abitava lo zio Bruno. Inoltre abbiamo rimesso a posto le camere da letto, dieci in tutto. Sono stati fatti i lavori per renderlo a norma e una bella ripulita al tutto. Abbiamo mantenuto persino il bancone originale, che era vecchiotto e le rose della sala bar. Insomma l’abbiamo reso splendente, rispettando comunque cio’ che c’era e sfruttando meglio lo spazio disponibile».

Il Borducan era un locale frequentato soprattutto da giovani, sembrava fatto a loro misura. Sarà ancora così?
«Resterà sostanzialmente un bar, in più sarà anche tavola calda e albergo visto che le camere da letto ci sono. Certo i prezzi saranno un po’ più alti rispetto a prima, ma i giovani saranno i benvenuti».

Lei è proprietario anche dell’hotel Colonne e la gestione sarà la stessa. Avete previsto delle sinergie?
«Certo se sommiamo le stanze da letto del Colonne con quelle del Borducan raggiungiamo le venti camere ed è già un bel numero di posti letto. Poi con gli spazi in più ricavati dalle  stanze che mio zio Bruno utilizzava come sua dimora, si potrebbero ospitare piccoli convegni e conferenze dando così un servizio completo agli ospiti».

Continuerete a servire il mitico Elisir?
«Sì, perché non dovremmo»

È stato brevettato?
«No, pero’ abbiamo depositato il marchio»

Ma chi lo inventò?
«Fu il mio bisnonno, un garibaldino che si era trasferito in Tunisia. Lui era un erborista, un giorno si mise a giocherellare con delle arance, infatti Borducan in tunisino significa arancia. Provo’ e riprovò, fino ad ottenere una miscela con alcune erbe di montagna e ne venne fuori il digestivo che tutti i varesini, e non solo, apprezzano. Abbiamo trovato i libri del bisnonno, che risalgono all’ottocento, con le ricette originali. Certo che con il tempo si è corretto il tiro, anche perché oggi ci sono ingredienti che ieri non c’erano, come lo zucchero. Ci tengo a ribadire che è fatto ancora oggi artigianalmente. Si mette a macerare scorza di arancia in alcol puro per un anno…»

Sembra che questo angolo del Sacro Monte sia stato valorizzato. La presenza della funicolare…
«Quello della funicolare è un discorso tutto da vedere, aspettiamo a parlare, vediamo se sarà concluso il progetto. È ancora tutto troppo macchinoso, dispersivo e costoso. Io sono dell’idea che sarebbe più utile un parcheggio a fondo valle, nel rispetto naturalmente delle caratteristiche che il Parco impone»

Lo zio Bruno  sarebbe orgoglioso del lavoro fatto?
«Certamente, lui ha vegliato sul suo Borducan. Spero solo di riuscire a riportare quassù tutto il prestigio che mio zio aveva dato a questo luogo»

A metà strada tra la funicolare e il Borducan, sulla sinistra, c’è un vecchio lavatoio, appena restaurato a cura dell'associazione "Gli amici del Sacro Monte", un'associazione molto attiva e attenta alla cura del territtorio e ai patrimoni artistici e architettonici presenti sulla "montagna" varesina. Un lavatoio semplice e suggestivo, illuminato di notte. In fondo, sulla parete più vicina al bar dell’elixir, c’è una piccola targa di pietra bianca: a Bruno Bregonzio

Michele Mancino

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