| "Non sono
cose belle". Sono le uniche parole sussurrate al telefono dalla zia Èlvia
sulla condanna, durissima, del pronipote Elìa. Non vuole parlare e ricevere
nessuno. E il dolore è nello sforzo di pronunciare quelle poche parole. Ieri come tutti i
venerdì l'ha passato a Pavia, insieme al ragazzo. Un'attesa fatta di ansia e
preoccupazione. Oggi il dolore di chi, come la nonna Giuditta ha perdonato, nonostante
tutto. Una vicenda che ritorna ancora sulla bocca della gente
di Cadrezzate. Non c'è lo stesso clamore del sette gennaio di quasi tre anni fa. E non
c'è la stessa immediatezza nel parlarne. Ma basta entrare nei pochi ritrovi del paese e
dare il la. Basta entrare nei negozi e si capisce che la sentenza era attesa, e sentita
nella comunità, come tutta la vicenda processuale.
C'è chi esprime un giudizio sulla sentenza e chi "per rispetto
alla famiglia " preferisce non parlare. Questa la spiegazione della commessa del
forno Del Grande, l'unica rimasta della passata gestione, e che conosceva molto bene la
famiglia. Tutti in effetti conoscevano i Del Grande in questo paese di qualche migliaio di
anime. Nel circolo proprio vicino il panificio, diversi sono gli amici e i conoscenti.
"I giudici a volte sanno fare il loro lavoro". Questo è
il commento di uno dei compagni di caccia di Enea Del Grande. È seduto al tavolo insieme
ad altri compagni di aperitivo. "Il perché - aggiunge - io non ho ancora capito il
perché. Io ero uno di casa e quattro giorni prima della tragedia avevo anche parlato con
Elia, era perfetto, non era un pazzo".
Era un pazzo, non era un pazzo. Voleva l'eredità o la questione era
un'altra. I genitori avevano fatto tanto per lui o lo avevano troppo viziato. Santo
Domingo un modo per allontanarlo o per dargli una chance. Ricordi, opinioni, interrogativi
che ancora si risollevano. Ma un consenso unanime riguardo la condanna, lasciato ad un
altro frequentatore del bar. "Hanno fatto quello che dovevano fare". Nessuna
pietà e soprattutto una irreale ostentazione di un quadretto di famiglia perfetto.
Una situazione normale, dove Elia era un ragazzo vivace e la
famiglia aveva forse sbagliato nel concedergliene vinte troppe. Anche al La Mecca,
il bar frequentato dai giovani e a suo tempo anche da Elia, la storia non cambia. Qui ci
sono invece quelli che conoscevano il pluriomicida. Ragazzi di paese. Poco abituati a
esprimere la loro. Scettici nei confronti dei giornalisti. "Quello che gli hanno dato
è ancora poco- dice un uomo al banco - dovevano prendere le chiavi e buttarle via. È
stato sempre trattato bene, l'hanno difeso e viziato fino alla fine, se lo fermavano
prima, questo non succedeva".
"Questa sentenza - ha raccontato Francesca Ghiringhelli, prima
cittadina di Cadrezzate - ci ha portato indietro, al dolore di quella tragedia, ma non
c'è più il clima di allora, perché la gente dimentica. Quello che ci lascia perplessi
è il vuoto lasciato da una famiglia che di fatto non esiste più, una famiglia ben vista
nella comunità". Per la persona di Elia il Sindaco esprime anche delle
preoccupazioni. "Di certo la pena è pesante e ci dispiace, questo ragazzo - ha detto
- avrà bisogno di persone vicine. Alla fine è stato un bene che la morte di nonna
Giuditta sia sopravvenuta prima di questa sentenza, perché ne avrebbe sofferto
terribilmente".
Oltre il dolore per la scomparsa di questa famiglia, anche una
riflessione sul pesante destino di Elia e la consapevolezza che la comunità
non la pensa allo stesso modo. "La nonna amava la gente, dall'età di dodici anni
aveva lavorato in negozio ed Enea il padre era uno stimato commerciante - ha spiegato -
lui per Cadrezzate non esiste".
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