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Ore 12.31.40
Giorno
04/06/07
Una messa alla stazione con barboni ed emarginati
Varese - Un Natale importante, in una prospettiva più evangelica
"Gesù non si stanca di venire in questo mondo"

Quello di quest'anno, dell'anno 2000 , è un Natale importante per i credenti. All'inizio del terzo millennio i cristiani ricordano i 2000 anno dalla nascita di Cristo.
Al di là di quello che è stata la celebrazione dell'anno giubilare che ormai va a concludersi, con il suo carico anche di contraddizioni, per i cristiani questa ricorrenza richiama la centralità di Cristo e del suo Vangelo, l'impegno di ridare alla religiosità di chiesa una prospettiva più evangelica.
Il sogno di una chiesa più evangelica, più profetica, più chiaramente orientata dalla scelta preferenziale per i poveri, impegnata nei processi di liberazione contro ogni forma di schiavitù, capace di affermare il primato del Dio di Gesù Cristo contro ogni idolatria, che si mette al servizio dell'uomo seguendo l'esempio del suo Maestro, che sa essere libera dai compromessi con i potenti e vigile sui rischi di essere prigioniera delle logiche dei potenti, che sa ritrovare nella ricerca della fedeltà all'unico Vangelo i modi per superare le proprie divisioni, questo è il sogno di chi ha vissuto con profondità questo anno giubilare e si appresta a celebrarne la conclusione in questo Natale.

Da parte mia ho creduto insieme con gli amici scout del Varese 1 e con la collaborazione di chi siede attorno al tavolo della lotta contro l'emarginazione sociale organizzato dai Servizi Sociali del Comune di Varese di aprire e chiudere quest'anno celebrando la Messa della notte di Natale alla stazione. Alla porta della città, porta non solo perché di lì si entra e si esce dalla città da altrove e per altrove, ma anche perché è la soglia dove vive il popolo della stazione, fatto di gente che sta, per tante ragioni, ora al di qua e ora al di là del confine della convivenza nella comunità civile. 
Un piccolo segno di un sogno che diventa speranza quando riesce a tradursi in piccoli gesti della vita quotidiana o in iniziative che incominciano a dare un volto nuovo alla città. 

Una ricorrenza, questa dei 2000 anni della nascita di Cristo, che non dovrebbe lasciare indifferente anche chi non è cristiano, se non altro perché 2000 anni di fedeltà e infedeltà al Vangelo hanno segnato la nostra storia e capire la straordinaria portata provocatoria del Vangelo di Gesù è affare che non dovrebbe incontrare l'indifferenza di nessuno (almeno questa è la presunzione di chi è credente).

Ma questo è anche un altro Natale di guerra a Betlemme. Questa notte a Betlemme non ci saranno le solenni celebrazioni previste, come quelle che lo scorso anno hanno visto la presenza di diversi capi di stato alla Messa della notte nella Basilica della Natività. Gesù non può nascere tra sassi lanciati e pallottole di gomma, tra i morti e i feriti che rimangono sulle strade della Palestina in questi giorni.
Non è l'unica guerra che insanguina il nostro pianeta, la violenza è ancora individuata come strumento per risolvere contese da troppi, a tutti i livelli, da quelli più personali a quelli più collettivi.
Tra i tanti scenari di guerra e violenza vicini e lontani quello di Betlemme è quello che con più forza evoca le contraddizioni della storia. 
2000 anni non sono bastati perché il Vangelo della pace si radicasse nel mondo e perché la fedeltà degli uomini a questo Vangelo sradicasse ogni forma di violenza, di oppressione, di discriminazione dal mondo.
Il Natale mancato di Betlemme è un Natale che ci ricorda che Gesù è ancora costretto a venire in questo mondo violento, ingiusto, a incontrare i poveri, a proclamare ancora quelle beatitudini che restano una grande speranza, ma sembrano ancora più del cielo che della terra.

Lasciatemi concludere con questa considerazione: ma Gesù continua a venire in questo mondo, non si stanca di questo mondo, non si ritira nel suo privato, non cede alla tentazione del disimpegno, continua il mistero della Incarnazione (fare sua la nostra storia, farne una storia comune tra noi e lui).
E questa non è solo una grande prospettiva di speranza, è anche un forte richiamo di responsabilità.

Don Andrea Meregalli

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