| C'era la funicolare a rendere luminoso l'avvenire di Varese alla
fine dell'800. Cento anni più tardi la stessa funicolare resuscitata viene raccontata
come l'evento simbolo della rinascita della città alle soglie del terzo millennio. Ma
può bastare la meraviglia di una macchina vecchia di cent'anni a restituire fiducia in un
futuro la cui prossima scadenza sarà la nascita dell'Euro? Dove la rete ci mette
immediatamente in connessione con l'altro capo del pianeta? Letterina di fine millennio da
Varese; letterina poco buonista e anche un po' arrabbiata. Vogliamo andare giù piatti?
Andiamoci: le nostalgie del passato, di chi racconta Varese come "la Versailles di
Milano", di chi vagheggia un ritorno a una vocazione turistica dei luoghi
semplicemente riproducendo un modello da belle epoque, non ci basta più. Com'era la
Varese di quegli anni? Aveva meno d'un terzo degli abitanti attuali, una ristretta cerchia
di benestanti e una massa di operai e contadini con diritti e mezzi assai limitati, spesso
alle prese con un padrone o un caporeparto carogna. La Varese venuta dopo ha prodotto
oggettive brutture, scempi urbanistici, arricchimenti non sempre specchiati. Ma almeno la
maggioranza dei suoi abitanti ha avuto accesso a una vita assai più dignitosa. Va bene la
funicolare, dunque, purché non ci si fermi lì; le rievocazioni, come quelle che
pubblichiamo in questo stesso sito piacciono, a patto che ci si renda conto che è storia,
non attualità. Ci piace invece la città che abbiamo oggi sotto gli occhi? Viene da dire
che Varese oggi raccoglie il meglio e il peggio dell'epoca in cui viviamo. Ha intelligenze
e iniziative che la portano in giro nel mondo, ha vertici di assoluta modernità, ha
finalmente una sua università ed eventi culturali di richiamo internazionale come quelli
Villa Panza. Poi ha anche tutti gli individualismi, egoismi e campanilismi della peggior
provincia; ma in sé non è né meglio né peggio di tante altre città. Manca, semmai,
proprio la dimensione cittadina. Il secolo alle spalle e quello che si apre hanno in
comune una esaltazione dell'individualità. Che ha grandi meriti ma inevitabilmente
sottovaluta l'interesse comunitario, collettivo. Avete mai fatto caso ai palazzi di
Varese? Non ce ne sono due uguali, segno che ognuno ha sempre fatto di testa sua,
infischiandosene di quanto gli accadeva accanto. Può bastare questo spirito nel secolo
delle globalizzazione, dei grandi investimenti, dell'incontro tra culture
diverse?
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