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Ore 12.37.34
Giorno
04/06/07
VareseIeri mattina la sentenza (13 anni) per il caso della giovane tossicodipendente di Rancio Valcuvia
Condannata per l'uccisione del padre 
sconterà la pena alla comunità di Don Mazzi

E’ stata condannata, ma sconterà almeno per il momento la pena nella comunità Exodus di don Antonio Mazzi. Roberta Riboldi, la giovane di Rancio Valcuvia che due anni fa uccise il padre con una coltellata si è vista infligere ieri mattina una condanna a 13 anni dalla Corte d’Assise di Varese; una pena severa ma mitigata dal fatto che Roberta non dovrà tornare in carcere: rimarrà nella cascina di Casale Litta per seguire una terapia di recupero dalla tossicodipendenza. A pochi giorni dalla condanna a tre ergastoli per la strage di Cadrezzate, i giudici di Varese sono dunque tornati ad occuparsi di un altro dramma familiare sfociato nel sangue. Roberta, schiava dell’eroina e dell’alcool (lei stessa ha raccontato in aula che era arrivata a a bere anche cinque litri di vino al giorno), aveva ucciso il padre una sera del febbraio del ’98 al culmine di una lite nella loro casa di Rancio; era stata fermata poco pià tardi dai carabinieri. Ieri mattina in aula il pubblico ministero Domenico Novara ha cercato di contenere la condanna entro il minimo dei minimi: ritenendo l’episodio un caso di omicidio preterintenzionale (Roberta, in altre parole, si sarebbe scagliata contro il padre ma non con l’intenzione di ucciderlo) aveva chiesto una condanna a dieci anni. L’avvocato difensore Paolo Valenzano, pur non formulando richieste in merito alla pena, ha puntato solo su un fatto: che Roberta non tornasse in carcere ma che continuasse il suo percorso di recupero presso la comunità Exodus. La giovane (ha 26 anni) si trovava già agli arresti domiciliari presso la struttura di don Antonio Mazzi; poche settimane fa, tuttavia, era scappata, rischiando di perdere per sempre il beneficio che gli era stato concesso. La Corte di Varese, pur dimostratasi più severa della stessa accusa (la condanna è stata portata da 10 a 13 anni) ha concesso all’imputata di proseguire nella sua terapia. Prima che i giudici si ritirassero in camera di consiglio, Roberta Riboldi, che poco prima era rimasta vittima di un malore in aula, ha preso brevemente la parola: <Di nquella sera maledetta non ricordo più nulla – ha detto – so solo che non volevo uccidere mio padre>. E immediatamente dopo è corsa fuori dall’aula lanciando urla strazianti.

Claudio Del Frate

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