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| Varese- La
storia della ragazza che ha simulato un'aggressione sessuale |
| La crisi della
comunicazione è un rischio per l'adolescenza |
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E' già
successo altre volte e potrebbe succedere ancora.
La simulazione di una aggressione, il voler apparire come vittima di bruti, ottenendo
l'attenzione di chi ci sta attorno, non è un comportamento estraneo alle pratiche
adolescenziali.
Certo quando la messa in scena arriva a certi livelli, quando entrano in campo le forze
dell'ordine, i magistrati, i medici, i mass media, tutto sembra più grave, ma anche su
questa esagerazione merita di fare qualche riflessione.
Ma andiamo con ordine, cominciando col precisare che sappiamo troppo poco del caso
particolare per poter dire che siamo in grado di parlarne. La riflessione è più
generale, l'episodio è solo l'occasione per cercare di mettere insieme pezzi di
riflessioni maturate stando in mezzo agli adolescenti.
Il segnale sembra essere chiaro: attirare l'attenzione su di sé in modo così urlato
lascia trasparire il bisogno di essere ascoltati e capiti. Questo è un messaggio che
viene dal mondo degli adolescenti, in modi e con strategie diverse, ma questo vogliono
dirci.
Nella vita famigliare, nella vita civile, nella scuola, nelle piazze, con le altre
generazioni, ma anche con i coetanei, sono diversi i segnali con i quali vogliono farci
capire di esserci. Urlano, come i bambini che piangono per farsi sentire.
Ma non è solo questo. Urlano, usano segnali violenti, esagerati, spettacolari, estremi
aggressivi anche perché fanno fatica a trovare le parole.
Le parole sono gli strumenti principali della comunicazione e quando mancano le parole
bisogna fare ricorso ad altri linguaggi. Anche questi possono servire a fare fronte al
bisogno di sentirsi capiti e sentire gli altri vicini, che è l'obiettivo più profondo
della comunicazione. Ma anche gli altri linguaggi hanno bisogno di una grammatica di una
sintassi che li rendono capaci di stabile delle relazioni (nell'era di computer si direbbe
di interconnettersi, di avere delle connessioni, di essere accomunato dagli stessi
protocolli).
E' crisi della comunicazione e difetto della socializzazione. Per questo saltano anche le
regole della convivenza.
E' la crisi della comunicazione che investe drammaticamente le relazioni affettive.
Oggi ai giovani non è più consegnato un lignaggio capace di oggettivare e quindi
trasmettere se stessi, le proprie esperienze, propri dolori e le proprie gioie, le proprie
aspettative e le proprie delusioni e quindi anche di socializzarle e quindi anche di
leggerle in modo meno drastico.
Chiusi dentro il cerchio drammatico delle proprie esperienze si assumono comportamenti che
mettendoci fuori spingono gli altri a tirarci dentro la trama delle relazioni.
Queste dinamiche mi sembrano evocate dalla triste storia di Casbeno.
Triste perché denuncia questo vuoto della comunicazione. Con chi e come avrebbe potuto
parlare della sua storia questa ragazza per capire, dalla sua socializzazione, che non à
così drammatico essere lasciati da un ragazzo, che non è un evento così negativo che
merita di aprire una voragine capace di inghiottire presunta vittima e presunto
aggressore.
Sì, perché bisogna anche capire perché uno assume un ruolo di vittima che ha un caro
prezzo anche per sé.
Essere vittima di una violenza anche simulata non è cosa che abbia un prezzo leggero. Ma
allora perché uno lo fa?
Non vale la pena andare oltre, riempirsi delle nostre parole soffocando le parole non
dette di altri. Il silenzio è presupposto dell'ascoltare.
Ma bisognerà anche lavorare per ritrovare i linguaggi, verbali e no, capaci di aiutare a
costruire relazioni significative, relazione nelle quali la comunicazione diventa
vicinanza, compressione, superamento del dato verso nuove sintesi. |
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don Andrea Meregalli
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