La gloriosa Ignis, quella del
commendator Borghi, è viva e vegeta e non si è mossa da Varese: sta in via Sanvito 60 e
ora si chiama Otiesse (nella foto gli uffici).
Non è una dichiarazione da spiritisti o un sogno di ritorno al boom
economico varesino: è una realtà viva e provata dalla cronista. «L'Otiesse è nata un
anno dopo la morte di Borghi» spiega il presidente della società, Caterina Ossola «E
tutti i coloro che hanno cominciato a lavorare qui erano impiegati, tecnici e progettisti
della Ignis, che Borghi aveva voluto con sé quando aveva venduto la sua impresa alla
Philips. Dopo la vendita, avvenuta nel 1972, Borghi aveva infatti creato una società,
molto più piccola evidentemente del colosso che aveva venduto, che produceva per conto
terzi. Lui aveva portato con sé tutti quelli che ora lavorano qui: me - che ero
il suo braccio destro - mia sorella Rosanna che si occupava della parte finanziaria,
Luciano Cavalleri, che ora è il nostro direttore generale Ferdinando Parini, che ora è
il nostro responsabile commerciale, e alcuni altri. Quando Borghi è morto, nel 1975, ci
siamo trovati nella condizione di dover scegliere, e provare a fare da soli. Ed eccoci
qua» conclude la Ossola «Noi ci siamo limitati a continuare a fare il lavoro che eravamo
capaci di fare».E che sapevano fare bene, contando su di una
grande esperienza, quella di decine di anni in Ignis con Guido Borghi, e su di una grande
rete di clienti e fornitori, quella con cui in particolare le due sorelle Ossola avevano
intrecciato relazioni. Banche, fornitori, partners commerciali internazionali nel settore
non avevano per loro segreti. «Fu mia sorella Rosanna a ritirare l'assegno da dodici
miliardi - che a metà degli anni settanta era una cifra iperbolica - che rappresentava la
prima tranche della vendita della Ignis» ricorda Caterina, dando un'idea concreta della
fiducia di cui sua sorella godeva presso le banche.
Lo scopo di questa nuova società
era «Rifare tutto come prima, ma in maniera più semplice e con meno dipendenti,
dosando così le forze "in campo" - continua spiegando Caterina Ossola -
Inoltre abbiamo adottato una particolare politica: abbiamo assunto per anni gli ex
dipendenti Ignis, poi Whirlpool, che maturavano i 35 anni di lavoro intorno ai 50 anni. A
questi dipendenti esperti, che avevano cominciato a lavorare da giovanissimi, abbiamo dato
l'opportunità di continuare a lavorare quando la ditta li metteva in pensione e noi
lavoriamo con la collaborazione di persone di cui conosciamo benissimo il modo di
lavorare» (nella foto, i lavoratori della ex Ignis che ora lavorano
per Otiesse-Riviera - Al centro: Caterina Ossola). Ora, i
giovani sono reclutati "in famiglia": figli, nipoti e parenti giovani e capaci
sono stati tutti reclutati in ditta, secondo quel criterio di "ditta mamma" che
la Ignis promuoveva allora (una foto degli anni '40 in Otiesse ricorda che il cavaliere
caricava sul camion i suoi operai per portarli in gita alla domenica).
Con questa struttura leggera, l'Otiesse finisce per essere una
società che ci sta tutta in due appartamenti al primo piano di un palazzo: lì
infatti i frigoriferi e i grandi elettrodomestici per la cucina (perché, ovviamente,
questo producono) vengono concepiti e commercializzati. La produzione vera e propria viene
effettuata altrove, in industrie nel Piemonte come nel caso dei frigoriferi con marca
Polaris, venduti prevalentemente nei grandi canali distributivi come gli ipermercati e i
mercatoni. O, come nel caso della Riviera, la società Italo siriana creata dai
protagonisti di questa storia, con mente a Varese e sede produttiva a Lattakia (in
Siria, appunto) che produce i più bei frigo del mediterraneo di lingua araba, quelli che
non possono mancare nelle case dei ricconi siriani, tunisini, turchi, arabi e giù di lì.
Una azienda che occupa qui si e no 15 persone, ma che ne fa lavorare
circa 500 in Siria: di questa dimensione è infatti il complesso produttivo Riviera di
Lattakia, che crea "in loco" i frigoriferi, ma sotto strettissimo controllo dei
tecnici italiani, che fanno sovente "gite di lavoro" nel paese mediorientale.
«Gli arabi ci tengono molto al made in Italy, e all'immagine
raffinata che questo rappresenta» spiega Caterina Ossola «E noi ci preoccupiamo di dar
loro il meglio. D'altra parte la clientela che acquista nel medio Oriente i nostri
elettrodomestici è di alto livello».
Una
produzione, quella della Riviera, nel segno della continua innovazione: «Noi produciamo
per Riviera solo frigoriferi "no frost" (nella foto
Cavalleri mostra il pezzo che gestisce la tecnologia), cioè con
una particolare tecnologia che li rende asciutti e mai da sbrinare. Un sistema che
utilizziamo da anni, ma che gli italiani, chissà perché, ancora non usano». E anche in
questo caso, nel segno del ricordo di Giovanni Borghi: «Borghi comprava a scatola chiusa
qualunque innovazione tecnologica nel campo degli elettrodomestici e di tutto ciò di cui
potevamo studiare il materiale, e poi se li portava a casa per studiarli. E noi ancora ora
facciamo così: io, per esempio, ho in casa uno dei frigoriferi americani a doppia anta
per vedere come funziona. Anche per i computer Borghi ha fatto così: quando ha saputo
della loro esistenza, negli anni sessanta, ne ha preso uno e l'ha comprato. E da lì era
nata la rivoluzione informatica della Ignis».
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