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Ore 12.43.09
Giorno
04/06/07
Varese - Intervista con la varesina Monica Poggio, 35 anni, responsabile Organizzazione Sviluppo e Risorse umane della Nuova Pignone
"Dovete investire nelle cose in cui credete"

"Ho dedicato molto tempo al lavoro. L'ho fatto perché mi piaceva. Mi è stata data molta fiducia e non ho mai avuto l'ansia di dover far qualcosa per arrivare".
Monica Poggio, 35 anni, varesina, è su molti giornali insieme con i suoi colleghi della Nuova Pignone. Un vero esempio di giovane in carriera, anche se a lei è venuto così naturale che non fa alcuna fatica a raccontare il suo cammino professionale.
Oggi è la responsabile delle Risorse umane dell'importante multinazionale. Un posto centrale nell'organizzazione aziendale. Una posizione e una carriera che le fanno conoscere bene il mondo del lavoro, tanto da poter esprimere con sicurezza opinioni e giudizi su questa realtà oggi molto complessa e in continua evoluzione.
"Il consiglio che do ai giovani è quello di investire. Investire molto in quello in cui si crede e dedicare tempo al lavoro". 

Qual è stata la sua formazione scolastica?
«Sono laureata in Scienze politiche. Mi sarebbe piaciuto fare Lettere, ma temevo di non riuscire a trovare lavoro come insegnante. Allora decisi di scegliere una facoltà che mi permettesse di studiare materie umanistiche ma che mi aprisse più opportunità. Mi laureai in Storia delle dottrine politiche alla Statale a Milano. Subito dopo ho avuto una borsa di studio per un Master in gestione aziendale».

Quanto serve una preparazione universitaria nel lavoro?
«Molto, perché stimola a rendere più flessibile il pensiero. Fattore determinante per un buon inserimento in azienda. Certo non mi è servita, come  a molti studenti, da un punto di vista tecnico. La nostra Università è troppo teorica e individuale. In azienda il lavoro è ormai sempre di squadra e occorre sapersi muovere in questa direzione. Purtroppo invece i ragazzi arrivano in azienda senza la minima idea di che cosa li aspetti. Non sono una fans degli Stati Uniti, ma lì gli studenti parlano perché portano delle idee. Da noi sono abituati a farlo solo se interrogati. E questa mentalità se la portano in azienda e non va bene».

Ha subito delle discriminazioni per il fatto di essere una donna?
«No! Mai. Alla Pignone, azienda che prima era solo di ingegneri maschi, sono stata la prima dirigente donna, ma questo è il segno di un cambiamento che ormai è sempre più visibile».

Come è stata la sua carriera?
«Nel 1989, appena laureata sono stata assunta alla Standa. Ho fatto un po' di tutto nel settore del personale fino a occuparmi direttamente della selezione. Dal 1990 al '94 ho lavorato per un'azienda farmaceutica, la Merk Sharp and Dohme. Leader mondiale del settore insieme alla Glaxo. Mi sono occupata della selezione del personale e poi sono diventata l'assistente alla direzione del personale per il nord Italia. Questa era un'azienda di medie dimensioni e mi ha permesso di conoscere diversi lavori al suo interno. Dalla fine del '94 al giugno del '98 ho lavorato con la Amway. Un'azienda con vendita diretta che applica il marketing multilevel. Questi anni sono determinanti per la formazione. Ero la responsabile del personale per tutta Italia e la Francia. Poi grazie a un principio di rotazione per un anno sono stata anche direttrice alle vendite. E ora, dal giugno 1998 lavoro per la General Electric e precisamente per la Nuova Pignone a Firenze. All'inizio mi occupavo della qualità totale e del personale di Firenze. Da un mese sono diventata la responsabile allo sviluppo e all'organizzazione di un'azienda di 4300 addetti».

Quali prospettive le apre una tale carriera?
«Potrei fare la direttrice del personale o andare all'estero in una delle tante filiali. Fuori dall'azienda credo che sia la consulenza il settore migliore».

Le è costata fatica fare una vita così di "corsa"?
«No perché l'ho scelto. Certo occorre sapersi organizzare bene la vita, ma io sono contenta».

Rapporti con Varese...
«Pochissimi. Ho un rapporto di odio amore. Non mi piace la logica di clan che è presente da quelle parti. È troppo chiusa e questo le procura diversi problemi soprattutto rispetto alla cultura».

Marco Giovannelli

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