È nato due
volte Oliviero Bellinzani. Non è uno scherzo e nemmeno una metafora, è andata proprio
così. Oggi ha 45 anni e la sua storia- perché quella di prima è altra cosa- inizia il 5
febbraio del 1977. Quel giorno Oliviero era venuto a fare una gita dalle nostre parti, in
sella alla sua moto, cosa normale per lui ventunenne milanese, che i fine settimana li
passava a Brenta. Ma Il destino, a cui non importa mai l'età di chi gli sta andando
incontro, era lì sulla strada ad aspettarlo. Fu un brutto incidente, uno di quelli
che se esci vivo è quasi sempre un miracolo. «Muoio per ben due volte- dice
Oliviero- e per ben due volte vengo riportato in vita». Rimane in bilico tra la vita e la
morte per una settimana, poi la decisione fatale, perché da quella dipende il suo futuro:
gli viene amputata la gamba sinistra all'altezza della coscia. Ad appena sei mesi
dall'incidente, con una gamba in meno e due stampelle in più, tra lo scetticismo della
gente e le preoccupazioni della madre, Oliviero decide di salire il Monte Nudo, in
Valcuvia, quota 1235. Sarà la prima di tante imprese, anzi di tante scalate,
perché Oliviero non ama vedersi come qualcosa di eccezionale. «Io non ho mai smesso per
un attimo della mia vita di ragionare come una persona normale. Certo se prima ero cento
oggi non è più così, ma l'andare in montagna per me non è una sfida all'handicap,
piuttosto è una sperimentazione delle mie possibilità tecniche. È una questione di
forma mentis. Se io dicessi che questo è un miracolo ragionerei da disabile, invece la
gente deve capire che certe cose le puoi fare indipendentemente dalla tecnologia e
dal fatto che ti manchi una gamba o no. Le cose le fai perché le vuoi».
In montagna ci va da solo perché i suoi amici «sono tutta gente di
mare». Ma la sua è una mezza verità, perché Oliviero è un solitario, sta bene
con se stesso. «A me piace andare da solo perché non devo spartire ritmi con nessuno. La
montagna è fatta di momenti particolari, a volte ci sono dei panorami che non puoi fare a
meno di fermarti, altre che devi tirare fino allo spasimo perché non hai altra scelta».
Dopo il Monte
Nudo, venne la protesi. Una gamba nuova e, insieme al sogno di una ritrovata
normalità, anche il dolore, la fatica a reimparare a camminare. Poi vennero altre
cime, L'Alpe Devero, il Resegone e la Grigna Meridionale nel 1982 . Oliviero aveva
superato i duemila. «Con la protesi è molto più facile perché la uso come un punto
d'appoggio e d'opposizione. Io ho iniziato senza protesi vie di sesto grado. Però quando
ho iniziato ad arrampicare sul granito, sono iniziati anche i problemi perchè dovevo
saltare e allora ho chiesto una protesi». Ora ne ha una in titanio e il flexfoot, una
sorta di piede bionico, di fabbricazione americana del costo di parecchi milioni,
progettato ad hoc per lui.
La montagna è la sua vera dimensione e se non ci va
sta male. C'è un fascino anche della morte per chi guarda una cima e s'incammina e
Oliviero lo ammette. «C'è il vuoto, e questo ti attrae. Ma quando tu vedi la
possibilità di andare, vai. In quel momento il tempo e il mondo smettono di scorrere,
tutto è concentrato sulla montagna, sul movimento che stai facendo. Io non sono un
suicida, valuto sempre le mie possibilità. Mente e corpo diventano una cosa sola, il
cervello comanda e il corpo esegue».
Lui in montagna ci va slegato, ma non è uno spaccone. Con sè porta sempre
una mezza corda, come Linus la sua coperta, e se non s'ha da fare, non si fa «Sono solo
10 metri di corda, meglio averla per niente che non averla».
Non ha mai smesso di allenarsi da quel fatidico giorno, prima nella sua
stanza poi su e giù da Orino- dove vive e lavora- fino al Forte, 55 minuti per coprire
750 metri di dislivello. Sulle mani ha due calli grossi come due pesche, attaccate a due
braccia che sono rami possenti.
Lui si definisce "un pessimista che crede in se stesso". Un pessimismo che non
gli ha impedito però di fare cinque quattromila in un giorno, insieme a Mauro Rossi, il
Gran Capucin per la Via degli Svizzeri, il Monte Leone e raggiungere Punta Gnifetti
a quota 4559. Ai primi di luglio, sempre con il fido Rossi, affronterà il Dente del
Gigante, quota 4013. Roba non da poco insomma, cime difficili anche per quelli che hanno
tutti i pezzi al loro posto e sono pure bravi. Ha fatto un corso per arrampicata su
cascate di ghiaccio riservato ad alpinisti normodotati e con un curriculum sostanzioso.
Ormai le cime che ha fatto non si contano più. Ma lui
ha ancora dei sogni nel cassetto, uno di questi si chiama Kilimanjaro. Il problema è
trovare qualcuno che finanzi la spedizione. «Bastano una quindicina di milioni. Il
tempo dell'allenamento ce lo metto io». A 45anni Oliviero Bellinzani punta ancora molto
in alto, non smette mai di pensare alle sue montagne e alle sensazioni che queste gli
danno. La montagna è la sua linfa vitale e paradossalmente è ciò che gli restituisce
una normalità, perché si guardano da pari e si rispettano.
Sognare nuove vette per lui è quasi una necessità. «Finché un uomo sogna e desidera
puo' ritenersi vivo, forse è per questo che non ne ho mai abbastanza»
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