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Ore 12.47.09
Giorno
04/06/07
 
Cinema  -Intervista con il regista varesino sul suo ultimo film
Dopo l'Europa anche Varese applaude Campiotti  

Anteprima al cinema Nuovo di Varese del nuovo film di Giacomo Campiotti, il regista di origine Varesina. A quattro anni dal successo di Come due coccodrilli, ritorna nelle sale con il suo terzo film, Il tempo dell’amore, una coproduzione internazionale Italo-franco-inglese che, oltre ad essere stata in concorso al Festival di Locarno 1999, ha vinto, proprio l’altro ieri, il premio come Miglior Film Europeo al Festival di Avignone. Premio meritatissimo, visto la sala gremita di gente e l’applauso del pubblico al termine della proiezione. Applauso che non ha lasciato indifferente il regista, visibilmente soddisfatto del risultato della sua nuova opera.

Come e per che esigenze è nata l’idea de Il tempo dell’amore del quale è anche cosceneggiatore?
L’idea è nata da una mia necessità, da una mia esigenza personale di voler capire cosa accomuna tutte le storie d’amore. Infatti inizialmente il lavoro era partito come un documentario, una serie di interviste fatte per iniziare ai membri della mia famiglia. Ed ho visto che tutte queste storie avevano sì dei punti in comune: un altro modo di guardare un uccello che vola, la paura che le cosa non vadano mai bene, mantenere alto il livello di felicità, la gelosia. Un film sull’amore, sulle stagioni che vivono tutti gli amori.

Un film coraggioso che tratta il tema più sfruttato del cinema: l’amore. Come si è posto di fronte a questo "problema"?
Ho usato tre storie ambientate in tre epoche diverse: i primi del novecento, durante la seconda guerra mondiale, e ai giorni nostri. Tre racconti semplici, il che non vuol dire tre episodi, ma un’unica grande storia d’amore, perché questi sono gli amori che che tutti hanno vissuto almeno una volta nella vita, amori che sono sempre stati vissuti. Persone diverse che in posti diversi hanno vissuto una storia d’amore.

Il Tempo dell’amore è una coproduzione internazionale con ambientazione storiche; insomma, un semikolossal. Come si è trovato?
Molto bene, soprattutto per quel che riguarda gli aiuti e le organizzazioni all’estero; quella con cui ho avuto più problemi è stata proprio l’Italia. Ma questa non è stata solo una coproduzione, questo film è un film Europeo, che non ha una nazionalità precisa e lo contraddistingue il fatto che è stato girato con la lingua dei luoghi delle riprese a seconda della storia (inglese; francese; italiano).

Il film è stato presentato a Locarno nel 1999. Come mai ha dovuto aspettare un anno per l’uscita nelle sale?
Appunto per un problema di distribuzione, problema che in Italia insieme a quello produttivo, ammala il cinema italiano.

Il cinema italiano sta vivendo un momento difficile, ma di probabile rinascita. Come vede la situazione attuale.
Il 90% della cinematografia è estera, soprattutto americana, il che significa che ogni anno 120 film italiani si devono contendere il pubblico: è una guerra tra poveri. In Italia non facciamo film con un appeal bestiale, ma facciamo film che funzionano soprattutto con il passaparola, solo così viene fuori la mosca bianca, come quest’anno ha fatto Pane e Tulipani di Soldini, ma il suo successo si deve anche al suo produttore che ha avuto il coraggio, poi premiato, di tenerlo nelle sale più del normale. I registi e anche gli attori ci sono, e bravi; il problema è produttivo e distributivo.

La sua esperienza di aiuto regista con Monicelli cosa le ha lasciato in eredità.
Molto, moltissimo, sia come regista che come uomo. Tra le tante cose ha avuto il merito di farmi conoscere, sul set de I Picari, Vittorio Gassman.

Che ricordo ha di lui?
Sono stato veramente fortunato a conoscerlo. Mi piace di più nei miei ricordi: il suo essere scomodo, il suo essere anticonformista, era questo che lo ha sempre reso grande.

Per il futuro che progetti ha.
Piccole cose e grandi cose, adesso dobbiamo vedere come andrà questo film.

 

Manuel Sgarella

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