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Ore 12.48.24
Giorno
04/06/07
Varese - Massimo Lamperti, delegato Rsu all'Asl, racconta il clima interno all'azienda 
"L'Asl non sa comunicare e la storia delle minacce è vera"

"Ho letto con stupore l'intervista al direttore generale Giorgio Benedettini (nella foto sotto). Ma come fa a dire che si è lavorato sulla comunicazione? Come fa a dire che "prima" c'era un'eccessiva gerarchizzazione dei rapporti e che ora esiste più dialogo?".
Massimo Lamperti (nella foto a destra) ha chiesto un'intervista a Varesenews per raccontare come stanno le cose secondo lui. Uno sguardo non proprio indiscreto visto che svolge un'attività sindacale e che lui stesso è al centro di una serie di vicende conflittuali con l'Asl. Certamente conosce bene e da vicino la storia dell'evoluzione dell'azienda sanitaria di Varese. Entrato nel 1983 come ausiliario ha fatto carriera. Nel 1987 è diventato portinaio. Poi nel 1993 si è laureato passando a svolgere mansioni impiegatizie e dal 1985 fa il vigile sanitario, oggi definito tecnico della prevenzione.

Perché lei sostiene che le relazioni interne all'Asl con Benedettini non sono cambiate?
«Perché l'abitudine di mandare lettere e ordini di servizio senza presentarli agli interessati permane. Pensi solo alla questione degli obiettivi e del premio dei sette miliardi di cui parla il direttore. Guardi la mia busta paga. Figura ancora un premio relativo al 31/12/98 e sono spiccioli. I dirigenti si incontrano, ma se non raggiungono obiettivi che solo loro hanno posto le maggiori ripercussioni cadono sul personale e non su di loro».

Nel volantino della Rsu si parlava di minacce. Benedettini ha smentito. Come stanno le cose?
«La storia delle minacce è tutta vera. Io posso parlare di quello che conosco, ma proprio a Somma Lombardo ce ne sono stati esempi. Io ho avuto il coraggio di parlarne e ho esposto anche un documento in bacheca a Lonate Pozzolo nella sede del mio lavoro. Ma riconosco che c'è tanta paura. Per questo è difficile trovare qualcuno disposto a parlarne e testimoniare. Anche a seguito di questi fatti sono stato deferito all'ufficio per i procedimenti disciplinari».

Come mai un tale provvedimento?
«Lo ha deciso il mio responsabile di struttura, il quale non pago di avermi contestato presunte violazioni che hanno comportato già una censura, ha voluto deferirmi all'ufficio per i procedimenti disciplinari che può risolversi anche con il mio licenziamento».

Ma cosa era successo, perché la censura?
«Tutto è seguito a quattro mie lettere che tra l'altro avevo scritto come sindacalista dell'Ugl. Il risultato è stato quello di essere stato scaricato anche dal sindacato. Le mie richieste avevano lo scopo di acquisire dei documenti che verificassero l'idoneità di alcuni dirigenti a ricoprire le loro cariche. Insomma, era una questione di trasparenza. Invece di ricevere le risposte sono stato sospeso dal sindacato e poi sono stati aperti procedimenti disciplinari a mio carico».

Cosa le viene contestato?
«Di aver tenuto un comportamento non corretto nei confronti dei miei superiori durante il servizio. Io le lettere le ho scritte tutte e spedite fuori dall'orario di lavoro».

Durante questi anni ci sono stati altri episodi di contrasti con l'azienda?
«No! Io mi occupo di sindacato dal 1998. Le devo dire che apprezzavo di più i vecchi dirigenti. Avevano un altro rapporto con il personale e davano maggiore spazio all'azione sindacale». 

Ma per quale ragione il suo dirigente di Somma si sarebbe comportato così?
«Non so spiegarmelo. Tenga presente che avevamo un ottimo rapporto personale. Anche lui è un dirigente dell'Ugl. Gli ho anche chiesto spiegazioni scritte perché credo che abbia agito sotto pressione».

Cioè? Vorrebbe dire che la decisione a denunciarla arriva dall'alto?
«Si! Secondo me è andata così»

Come può finire la sua storia?
«Devo essere sincero. Ho paura. Paura per il mio futuro, paura per il mio lavoro a cui tengo. Sono entrato 18 anni fa e ho sempre svolto con passione il mio lavoro. Ora a causa delle cose che pensa e della richiesta di chiarezza rischio tutto, ma non potevo tirarmi indietro».

Marco Giovannelli

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