| Ancora aperta al
Ccr la questione degli AT3, gli ex-ricercatori ed ex-tecnici con contratti a tre anni non
rinnovabili che dal gennaio di quest'anno hanno intrapreso una serie di agitazioni
sindacali per vedersi rinnovati i propri rapporti di lavoro, al fine di garantire il
proseguimento dei progetti di ricerca per i quali, nei tre anni, hanno acquisito
determinate competenze, difficili o comunque costose in termini di tempo e qualità da
rimpiazzare. Al centro della rivendicazione il rinnovo dei
contratti. "Flessibilità si, precariato no" è lo slogan che sta animando gli
At3 in questi mesi di agitazioni e interrogazioni parlamentari alla commissione. Ultima,
dopo una serie di quattro susseguitesi da febbraio, quella di Neena Gill, europarlamentare
del Pse, presentata alla commissione il 21 giugno.
Ancora senza risposta invece l'interrogazione che data 17 maggio
dell'europarlamentare Antonio Di Pietro, che sulla nuova politica del personale di ricerca
del Ccr avanza delle delucidazioni sui costi e benefici. «Pur considerando che
l'applicazione di detto metodo riguarda il 25% dell'intero personale -vi si legge- è
ragionevole pensare che la cessazione di questi contratti comporti un indubbio
rallentamento dei progetti di ricerca in corso, così come i conseguenti costi
amministrativi per rimpiazzare detto personale» e in ultimo «se la commissione ha
introdotto questa politica per garantire una gestione più mirata e razionale del proprio
personale relativamente ai compiti assegnati, perché tali contratti a termine non vengono
concepiti per coprire la durata di uno specifico progetto?»
Se da una parte si aspettano le risposte dalla commissione,
dall'altra gli At3 attendono l'incontro con Allgeier, direttore generale del Ccr, che in
occasione dello Shuman day, il 13 maggio, ha proposto un incontro per trovare una
possibile soluzione.
Intanto gli At3 continuano le loro attività di informazione e per
illustrare i contenuti delle loro rivendicazioni hanno dato vita ad un sito, in rete da qualche settimana con l'obiettivo
di raccontare la propria storia e come spiegano «consentire a tutti di intervenire,
soprattutto a quei colleghi che hanno terminato i loro contratti e che sono ritornati nei
loro paesi di origine».
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