Prendevano aziende tessili decotte e le tenevano
artificialmente in vita riuscendo a ritardare le procedure di fallimento. Nel frattempo
spostavano i macchinari a società prestanome, producevano fatture false che portavano in
deduzione, e si facevano dare fidi dalle banche grazie a quelle stesse fatture, presentate
come prova di solidità economica. In questo modo incassavano denaro e mandavano a farsi
benedire lavoratori, creditori, fornitori e persino le banche. Così sono finite in
manette 4 persone: Marco B. 51 anni di Gallarate, Maria P.R. 51 anni, Riziero S. 41 anni e
Ivano S. di 40 anni.L'hanno chiamata "Operazione filo
nero". L'indagine condotta dalla Guardia di Finanza, e coordinata dal Pm di Busto
Tiziano Masini, aveva preso le mosse da un tentato omicidio avvenuto nel settembre 1998
nel quartiere Sciaré di Gallarate. Le persone coinvolte nella sparatoria erano in realtà
tutte legate ad un giro di questo tipo ed avevano litigato al momento di spartirsi la
torta. Le indagini avevano portato poi a seguire le tracce di un'azienda di Cardano al
Campo che, nel maggio scorso, era andata a fuoco nel mezzo di un accertamento ordinato dal
magistrato. Una successiva perizia aveva dimostrato l'origine dolosa dell'incendio.
Dopo questi due fatti l'inchiesta é entrata nel vivo. Alcune delle
persone nel frattempo fermate hanno fornito particolari su come veniva gestito l'affare.
Da qui l'ultimo atto: 4 persone arrestate, che si aggiungono alle 4 già in carcere, per
un totale di 18 denunciati. Un pentolone scoperchiato da cui risultano 4 miliardi di
fatture false e reati come bancarotta fraudolenta, ricettazione fallimentare, distruzione
e occultamento di documentazione fiscale e incendio doloso.
Sullo sfondo della vicenda la crisi del tessile. Era infatti ad
imprese di questo settore che si rivolgevano gli autori dei reati. A questo punto scattava
la proposta indecente: invece di gestire la crisi e il fallimento con le procedure
previste che garantiscono i creditori e le banche, cercare di ritardare il tutto per avere
il tempo di recuperare parte dei soldi con una serie di giochetti contabili e non. Il
tutto a danno dei lavoratori, che finivano a casa, dei fornitori, che non vedevano più
una lira, e delle banche, che concedevano fidi ad aziende apparentemente ancora
affidabili.
Ma come facevano a convincere tutti? Il gioco era articolato: i
quattro arrestati infatti svolgevano compiti diversi. Uno di questi, ad esempio, faceva da
contabile, e il suo lavoro consisteva nella produzione di documentazione sia in regola sia
falsa con l'obiettivo di dimostrare ai terzi come l'azienda fosse in grado di ricevere
ancora grosse partite di ordini da case estere. Oppure ancora creare carteggi fasulli che
dimostrassero un recupero crediti fittizio. Il tutto per tenere buone le banche. A
produrre fatture false ci pensavano invece le cosiddette cartiere. Due società, una di
Gallarate e una di Piacenza, che fornivano le "pezze giustificative"
utilizzabili sia per le deduzioni sia come prova di solidità. Molto importante anche il
ruolo di un avvocato, pure lui tra gli arrestati: suo il compito di rimandare ad libitum
la procedura di dichiarato fallimento. Come? Un espediente molto frequente era quello di
spostare la sede della società a Milano, dove le procedure fallimentari si sarebbero
protratte di molto rispetto a Gallarate per effette dell'enorme numero di società
iscritte al registro delle imprese.
Dopo una serie complessa di accertamenti le indagini si sono
concentrate su un'azienda di Gallarate che produce accappatoi e,
grazie anche all'apporto del curatore fallimentare che aveva sentito puzza di bruciato, é
saltata fuori la truffa. Che ora potrebbe portare ad un ulteriore approfondimento di
indagini. La Guardia di Finanza ipotizza infatti che vi sia ancora del marcio nei libri
contabili di qualche azienda della zona.
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