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Ore 12.55.39
Giorno
04/06/07
Varese - Documento della Funzione pubblica della Cgil
Questione carceri: dalla parte dei lavoratori

Anche per le drammatiche vicende accadute in Sardegna, l’opinione pubblica ha scoperto l’esistenza del problema carceri.

Il mondo politico, come al solito si è diviso sulle soluzioni da adottare.

Rimane la consapevolezza che anche questa volta, passata l’ondata di momentaneo interesse, resteremo soli ad aspettare che le promesse diventino realtà.

Ripercorriamo con una veloce panoramica le problematiche che affliggono gli agenti di polizia penitenziaria.

Il personale, di tutti i ruoli, è insufficiente rispetto al fabbisogno.

Per quanto riguarda la Lombardia nei suoi 18 penitenziari si registrano quotidianamente un 40% di unità in meno rispetto ai livelli minimi di sicurezza.

Il servizio di traduzione viene svolto con scorte ridotte del 30% rispetto ai parametri previsti dalle normative vigenti.

Si deve considerare che il livello minimo di sicurezza è dato da quella quota di personale indispensabile per consentire che nelle carceri siano garantiti l’ordine e la disciplina, i diritti primari dei detenuti (salute, igiene, alimentazione, rapporti con i familiari ed i propri difensori, le attività ricreative), l’incolumità e i diritti del personale in servizio.

Gli educatori sono il 30% rispetto alle esigenze, con tutto quello che ciò comporta rispetto alla mancanza di cultura, di scolarità e di apprendimento visto come momento rieducativo e d’inserimento nella società.

Nei fatti la situazione esistente comporta che ormai da anni all’interno dei reparti detentivi la sicurezza sia praticamente inesistente.

Il personale di polizia penitenziaria è in grado di garantire esclusivamente l’attività di custodia, trascurando altri importanti compiti quali l’osservazione e l’attività programmata di perquisizione personale dei detenuti e delle loro celle, insieme ai controlli e quant’altro possa rivelarsi utile a prevenire ed impedire disordini.

La quasi totalità delle strutture è a livelli di sovraffollamento inaccettabili e per di più necessitano di lavori d’ammodernamento e di ristrutturazione , per l’adeguamento alle normative igieniche di salubrità e sicurezza.

In alcune sedi il personale è alloggiato in ambienti indecenti, privi di qualsiasi criterio di civiltà.

Generalmente gli spazi riservati al personale durante il servizio ( gabbiotti, box, garitte), sono privi dei requisiti minimi quali gli impianti di aerazione e di condizionamento, così come in molti casi sono del tutto assenti sia gli impianti di allarme che i sistemi di comunicazione.

Emblematica da questo punto di vista è la situazione del carcere di Varese. Oltre che ubicato in zona infelice è fatiscente , non più ristrutturabile e quindi va abbattuto e ricostruito ex novo in altra località idonea da ricercarsi a livello provinciale.

Il numero dei reclusi in Lombardia è di gran lunga il più alto tra tutte le altre regioni e va ben oltre la capienza complessiva tollerabile.

Questo dato è stato ulteriormente aggravato dall’apertura dell’aeroporto internazionale denominato Malpensa 2000 con tutto il suo carico di illegalità che si riversa quotidianamente sul carcere di Busto Arsizio; in particolare trafficanti stranieri di droga con tutte le problematicità insite nel doversi occupare di detenuti con cui non è possibile nemmeno dialogare, se non si conosce la loro lingua.

Del resto è appena il caso di rilevare che la delinquenza si sposta nelle aree più ricche e la Lombardia, da questo punto di vista, è una tra le Regioni più ricche d’Europa.

Il personale soffre di una cronica mancanza di attività formativa; l’unico corso di formazione avviene preliminarmente all’assunzione in servizio, sebbene sia ampiamente riconosciuta la delicatezza dei compiti a cui sono chiamati gli agenti di polizia penitenziaria.

L’attenzione che l’amministrazione penitenziaria dedica alla formazione si concretizza unicamente in sporadiche iniziative senza soluzione di continuità e di programmazione.

Pronta per ogni evenienza c’è la scusante della mancanza di personale, che risulta di impedimento per ogni attività formativa.

Eppure un argomento così delicato merita la dovuta attenzione. Il lavoro dell’operatore penitenziario è fatto di continui confronti con altri soggetti, in primo luogo i reclusi ma anche le autorità giudiziarie, gli organi di polizia, gli enti locali, il volontariato e tutte quelle figure che si confrontano con il carcere.

In prima linea c’è l’agente penitenziario che non sempre è in grado di reggere il peso del suo ruolo. Spesso si dimostra inefficace nel condurre relazioni interpersonali e interprofessionali, non ha sufficienti conoscenze della legislazione penitenziaria, penale e dei compiti tipici previsti per la polizia giudiziaria .

Più o meno consapevolmente tutti gli operatori si sentono frustrati e inadeguati al contesto e, in molti casi, questo stato psicofisico influisce in modo determinante sulla loro vita extra lavorativa.

Quanto sopra delineato rappresenta un quadro parziale delle problematiche del settore.

Sarebbe necessario che le autorità istituzionali assumessero dei provvedimenti tangibili in grado di imprimere un cambio di direzione a una politica gestionale che sta conducendo il settore penitenziario in una strada senza uscita e irta di rischi gravissimi.

Nei giorni scorsi il Ministro della Giustizia ha assunto degli impegni rilevanti, la cui effettiva attuazione potrebbe risultare utile per sanare le carenze più gravi.

Purtroppo l’esperienza insegna che la genesi di questi provvedimenti è troppo condizionata dall’emergenza perché possa produrre effetti determinanti nel sistema penitenziario.

Senza un progetto complessivo i provvedimenti urgenti porteranno un’iniezione di risorse umane ed economiche sufficienti a zittire il clamore, ma non andranno ad intaccare le problematiche vere.

C’è bisogno di analizzare la situazione, censendo le risorse ed individuando i reali fabbisogni. Per quanto concerne le strutture, occorre verificare se sia utile e sostenibile mantenere in vita strutture piccole e dispendiose o se sia più rispondente alle esigenze puntare su poli carcerari di dimensioni più ampie.

In tema di detenuti c’è bisogno di decidere se mantenere l’attuale promiscuità o se attuare la differenziazione in circuiti diversi, come propone Caselli responsabile del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Diversamente il carcere non potrà che continuare ad essere un problema che si assomma agli altri problemi che affliggono il nostro paese, senza svolgere quella funzione rieducativa che la società gli ha consegnato.

FP-CGIL VARESE

Vieri Paolo Bursich

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