Magro magro, cotto dal sole africano e con un sorriso beato, che racconta
della sua partecipazione alle piccole belle cose che accadono ogni giorno per chi le sa
vedere, don Emilio Patriarca affronta la sua trasferta varesina con serenità e distacco
dal mondo, e nello stesso tempo con passione e attenzione per gli abitatori di questo
mondo: sentimenti apparentemente inconciliabili, ma dipinti nel volto del vescovo più
africano tra i vescovi bianchi in Africa, pur essendo lui così varesino nei tratti. Un
così diverso atteggiamento nei confronti delle cose spinge a evitare le solite domande, e
quel suo citare, in tutti i suoi discorsi, la sua vita recente e passata mette addosso una
curiosità fuori dallordinario per un monsignore: Qual è il suo più vivo
ricordo di bambino?
Un ricordo che mi torna spesso nella mente è di quando, bambino, andando a fare la spesa
mi diedero un resto superiore al dovuto. Restituii e tornai a casa contento per avere
fatto una bella cosa. Con mia sorpresa mia mamma si limitò a dirmi "Hai fatto ciò
che dovevi, niente di più." Ricordo inoltre con grande intensità la mia prima
partenza per l'Africa: i miei genitori sarebbero rimasti soli e io li avrei rivisti dopo 4
anni senza nemmeno poter telefonare, ed ero figlio unico. All'aeroporto misero a
disposizione un bus che, pieno di amici e parenti, mi portò all'aereo. Ma quando salii mi
ritrovai solo nell'aereo vuoto con davanti una nuova vita.
Cosa le manca di Varese quando è in Zambia, e cosa le è mancato dello Zambia in
questi giorni?
Di Varese mi mancano le mie grandi passioni giovanili: le montagne, le grotte, le
arrampicate. In questi giorni invece mi mancano le vivaci e animate celebrazioni
liturgiche delle mie parrocchie africane.
Cosa ha trovato a Varese in questo suo ritorno?
Ho trovato tantissima accoglienza e amicizia, da parte non solo di coloro che hanno
condiviso con me le mie scelte, ma anche da parte di tanti sconosciuti, e questo è un
grande dono del Signore. In particolare sento molto vicina l'Associazione che si è
costituita a mio nome e che ,oltre al sostegno economico oggi indispensabile per la mia
diocesi, mi è vicina nelle mie scelte contribuendo anche con il supporto professionale di
alcuni associati.
Raccolsi un anno fa il racconto di Marco Astuti, lamico che era con lei quando
lhanno consacrata vescovo. In quelloccasione mi spiegarono che lei disse:
<Diventando vescovo, faccio per la seconda volta la scelta del celibato: la prima volta
ho rinunciato ad avere accanto a me una moglie, ora rinuncio ad avere accanto a me la mia
parrocchia>. Ora che è trascorso un anno, la pensa ancora così? Quali doni le sono
stati dati in cambio di quella rinuncia?
Diventando vescovo ho rinunciato a potermi dedicare totalmente a una comunità
particolare, ma nel contempo i miei orizzonti di servizio si sono allargati e in un certo
senso è cresciuta la mia dedizione alla Chiesa nel suo complesso. In ogni caso mi sembra
di essere un vescovo un po' atipico, perché il mio rapporto con la gente è simile a
quello di un parroco di una grande parrocchia.