| Riceviamo e
pubblichiamo Riscontro tempestivamente la Sua lettera aperta,
oggi pervenuta sulla mia scrivania.
Sono lieto, anzitutto, di corrispondere con Lei, che ho avuto modo -
casualmente - di vedere la scorsa domenica; dico così, perché il Sindaco, che Lei
giustamente richiama ai suoi doveri di pubblico rappresentante della Città, non aveva mai
avuto il piacere di cono-scerLa personalmente, avendo appreso solo dalla stampa la Sua
elezione a Segretario della Sezione "G. Amendola" dei Democratici di Sinistra di
Saronno, forza politica di grande rilievo e tradizione, maggiore Partito dell'opposizione:
probabilmente, il Suo Partito non ha ritenuto utile invitare il Sindaco al proprio
congresso cittadino, né, in sèguito, presentarmi il nuovo Segretario.
Mi risulta, quindi, spiacevole che il primo, fortuito incontro con
Lei nasca sotto l'insegna della polemica, alla quale, comunque - mi permetta di dire - la
Sua Segreteria non è certo insensibile, posto che, non più tardi di un mese fa, ha
gratificato di "un misto di infantilismo e di cinismo" la maggioranza e, per
conseguenza, lo stesso Sindaco (veda, al proposito, l'articolo dei D.S. su "Città di
Saronno" numero 6, settembre-ottobre 2000, pag. 39, righe 5-6).
Ma il punto non è questo. Lei pone un quesito di grande momento: se
il Sindaco possa separare la propria figura pubblica da quella privata.
A mio avviso, la risposta non può che essere positiva, giacché non è né logico, né
credibile che, per ricoprire un incarico elettivo, il Sindaco debba rinunciare ad avere
opinioni o che si debba trasformare in un eunuco della politica od in una figura meramente
nota-rile.
A dire il vero, ho colto con apprensione un rimprovero consimile
mossomi nel corso del Consiglio Comunale dell'8 novembre, in cui un paio di Consiglieri
Comunali dell'opposizione ha lamentato che il Sindaco facesse valutazioni politiche: dove
mai le dovrebbe fare queste valutazioni, se non davanti al consesso rappresentativo della
città?
A maggior ragione nel caso di specie: si trattava di un congresso
politico, cui sono intervenuto - previo invito - ed ho portato il saluto della città e
dell'Amministrazione, come farei in qualsiasi altra sede congressuale, di maggioranza e di
minoranza, se invitato.
Successivamente, dichiarandolo apertamente e chiaramente, sono
passato a valuta-zioni personali sull'attuale momento politico nazionale ed ho espresso le
mie opinioni.
Certamente e legittimamente non condivise da Lei, che neppure ha
gradito quelle del presente Senatore Antonio Tomassini, definite "provocazioni";
Le rammento, al proposito, che un Senatore della Repubblica svolge una funzione pubblica,
senza dubbi più importante di quella del Sindaco, e che l'art. 67 della Costituzione lo
dichiara solennemente: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione".
Rimango, quindi, dell'avviso che mi sia consentito esprimermi e
leggo con preoccupazione che Lei, invece, ritenga che io mi debba portare appresso il mio
Ufficio "in qualsiasi manifestazione pubblica, politica e privata".
Se così fosse, Signor Segretario, per alcuni cittadini - quali gli
investiti di funzioni pubbliche - cesserebbe di esistere la libertà di pensiero e di
parola, che l'art. 21 della Costi-tuzione salvaguarda con encomiabile cura.
Ben diverso il caso di inopportune dichiarazioni formulate in
àmbito istituzionale: qui sarebbe veramente deprecabile ogni forma di polemica. Ma in
ciò, penso proprio di essere stato, sinora, molto attento e compreso delle funzioni
ufficiali e, in merito, La invito a rileg-gere i discorsi che, in momenti istituzionali,
ho pronunciato.
Per il resto, mi duole contraddirLa anche relativamente ad alcune
Sue osservazioni sui contenuti dei miei ragionamenti: non condivido con Lei - lo dichiaro
francamente - l'apprezzamento per la filosofia di Karl Marx (e, soprattutto, le varianti
applicate del suo pen-siero).
Tuttavia, Lei ha - sicuramente in buona fede - equivocato su una
battuta incidentale da me formulata circa una strada cittadina, traendone conseguenze
seriose, mentre si trattava di un inciso meramente ironico.
Crede seriamente, Signor Segretario, che io possa pensare di
cambiare l'intitolazione di vie cittadine? Sono pienamente consapevole del disastro che
ciò provocherebbe, sia per i disagi ai cittadini, sia per l'inammissibile sottoposizione
della toponomastica ai mutevoli orientamenti politici (aggiungo, peraltro, che simili atti
amministrativi sarebbero illegittimi se non giustificati da evidenti ragioni pratiche, non
certo politiche).
La tradizione di pensiero cui Lei si ispira non è la mia; ciò non
toglie che sia altrettanto rispettabile, ma - ovviamente - su un piano di perfetta
reciprocità; dubito che questa sussista quando si usano espressioni quali: "slogan
dietro al quale spesso si nascondono ideali di basso profilo", "politica senza
ideali = contraddizione in termini", "livello al quale si vuole ridurre il
dibattito", che compaiono nella Sua nota cui ora rispondo.
Per certo, non voglio fraintenderne il significato e continuo a
pensare che siano rife-rimenti generici e non manifestazioni di ritenuta superiorità
intellettuale.
Infine, Signor Segretario, mi piace sperare con Lei che "la
forza politica da Lei rappre-sentata e la Città tutta" possano considerarmi garante
del dibattito politico: a tal fine, non ho dubbi che Lei ed i Democratici di Sinistra, nel
rispetto dei reciproci ruoli e delle differenti tradizioni, concorreranno fattivamente e
lealmente ad aiutarmi a mantenere elevato il dibat-tito politico nella nostra Comunità.
Con tale sincero convincimento e ringraziandoLa per l'opportunità
di una riflessione su argomenti di grande importanza, porgo a Lei ed al Suo Partito i miei
saluti, non solo di-stinti, ma molto cordiali.
Il Sindaco Pierluigi Gilli
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