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06/06/07
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Società L'esperienza della varesina Lella Rossetti al seguito di una ong italiana, per promuovere un Centro di formazione all’interno della Confederazione Nazionale Cilena dei Pescatori Artigianali
Valparaìso, un paese alla fin del mundo

Quando alcuni mesi fa mi è stato proposto un lavoro in Cile nell’ambito della cooperazione internazionale, ho controllato sull’atlante i dati di questo paese del fin del mundo. Le fasce dei vari toni dell’azzurro che lo accarezzano per oltre 4000 Km mi rappresentavano soltanto la profondità del mare. Ora, dopo due mesi di lavoro con i pescatori artigianali cileni, le strisce di diverso colore mi disegnano nuove geografie strettamente correlate con l’umana fatica di vivere e di resistere ai soprusi.
(nella foto sopra veduta di Valparaìso)

Sono partita per Santiago ai primi di luglio per un intervento promosso da una Ong italiana, il CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) di Roma. Il mio incarico riguardava la promozione di un Centro di Formazione all’interno della Confederazione Nazionale Cilena dei Pescatori Artigianali (CONAPACH), il più grande sindacato dei pescatori artigianali, con sede a Valparaìso. Si definiscono "artigianali" quei pescatori che possiedono una barca o una piccola lancia e che lavorano in proprio. In Cile sono circa 60.000, distribuiti su 436 comunità costiere (caletas), sono il settore più esposto all’interno del mezzo milione di persone coinvolte direttamente dal settore peschiero, uno dei più importanti nell’economia del paese. Esposto all’inclemenza degli dei del vento e del mare, esposto all’arroganza del grande capitale delle imprese industriali.

Una caleta è visivamente il luogo della differenza rispetto all’immagine di un porto e di una flotta industriali. E’ un microcosmo variegato e integrato con l’ecosistema marino, come se ne raccontasse la parte tangibile. Vive del mare, con il mare e per il mare, e ne condivide la bellezza ma anche le durezze e l’imprevedibilità. A Horcòn, una caleta a nord di Valparaiso, le barche vengono spinte e trascinate fuori dall’acqua da una coppia di cavalli, i pellicani passeggiano sulla spiaggia, comici, impettiti e i gabbiani stridono intorno ai residui del pesce scaricato a riva. A pochi metri dalla spiaggia, nei vicoletti del paese, le encarnadoras preparano gli ami infilando pezzetti di pesce sui mille uncini di ogni espinel (carnada significa esca). E’ un lavoro da catena di montaggio, niente di esotico, puzza e mani rovinate. E si guadagna se, come si suol dire, il pesce abbocca. Per tutti i lavoratori legati alla pesca artigianale il guadagno è un dato evidente alla fine della faena di ogni giorno. Per quelli che con la barca o la lancia pescano merluzzi, sardine, acciughe, pescespada, tonni, pesci luna, congrios y tiburones, per le raccoglitrici di alghe che percorrono la battigia con guanti e stivali, per i buzos, i sommozzatori che scendono in acqua a cercare crostacei e molluschi. Quando il mare è cattivo si sta in porto. Quest’inverno (siamo nell’emisfero australe) il mare è stato particolarmente cattivo, e quando si usciva occorreva andare più lontano, più in profondità, era più provocante rischiare la vita per non rischiare la fame. Ci si misura con l’oceano ma soprattutto si è costretti a misurarsi con le grandi barche dell’industria peschiera, che in puro stile western si sono lanciate sulle risorse idrobiologiche del pescosissimo mare cileno, e che prelevano il meglio delle proteine nobili per trasformarle, preferibilmente, in farina di pesce per l’alimentazione di polli, maiali e salmoni allevati. In Cile questo è un aspetto della globalizzazione. 
Le leggi locali riconoscono nelle 5 miglia dalla costa il parco privilegiato per la pesca artigianale, perché è quello più ricco e più fragile, quello che appunto può sopportare soltanto uno sfruttamento di tipo artigianale.

Ma da lontano, dall’Europa e dall’Asia, arrivano i nuovi pirati a "perforare" la soglia delle 5 miglia, alterando gli equilibri socio-economici dei pescatori artigianali e lusingando il governo cileno perché modifichi a loro favore le leggi che regolano la pesca. Lo scopo delle grandi multinazionali, non molto occulto ormai, è quello di introdurre il concetto di " privatizzazione" nei diritti di accesso alle risorse costiere. Che non sono di nessuno, perché la libertà di pesca è sancita dalla costituzione cilena e soltanto agli stati compete legiferare sull’uso della cosiddetta zona economica esclusiva (ZEE), corrispondente alle 200 miglia dalla costa internazionalmente riconosciute.
Certo, tutto si può vendere. Meglio, tutto si può barattare quando di mezzo ci vanno gli altri, sempre gli stessi, ahimé!

Agli inizi degli anni ’50, l’80 % dei prodotti della pesca proveniva dai paesi industrializzati, oggi il 64% proviene dai paesi in via di sviluppo, i cui governi hanno di fatto assecondato l’intrusione delle flotte delle multinazionali con il risultato che oggi nel sud del mondo si pesca di più ma si mangia di meno. In Cile, dove le esportazioni di pesce sono passate dai 0,9 milioni di tonnellate nel 1975 agli 8 milioni del 1996, il consumo interno di pesce è diminuito e la FAO ci dice che il 22% della popolazione, cioè 3,2 milioni di persone, si trova in situazione di "rischio alimentare". E meno evidente, ma non per questo meno grave, è il rischio dell’indebolimento dei pescatori artigianali, di questi Don Chisciotte del mare che sulle acque combattono con la tecnologia delle grandi imbarcazioni e sulla terraferma devono difendersi dai processi di espansione urbana relazionati alle imprese immobiliari e al turismo.

"Estamos cercados", siamo accerchiati, mi commentavano i pescatori di Quintay, piccola deliziosa baia, questa volta a sud di Valparaìso, dove una Università locale ha organizzato il museo delle "balleneras", un recinto di vecchi edifici che testimoniano il periodo dello sterminio delle balene. Non so quanta lungimiranza ci sia nel mio desiderio di non incontrarmi mai in un museo della pesca artigianale. Sto alimentando questo desiderio, per questo ho lavorato con dedicazione per avviare corsi di recuperò della scolarità (le nostre 150 ore, recuerdan?) per i pescatori di alcune caletas, convinta come sono che la cooperazione o è diffusione di strumenti culturali o non serve. Probabilmente tornerò in Cile tra pochi mesi, a continuare il lavoro intrapreso dai cooperanti del CISP e dalla CONAPACH. Mi piace il mondo ruvido della pesca australe, mi diverte alzarmi dal letto con ami da pesca attaccati alla tuta, apprezzo il pesce indigeno più del salmone e dei polli in batteria, le ostriche sono ottime dopo una notte di stravizi con buon vino cileno, ma soprattutto mi gratifica poter mettere a disposizione il mio sapere per esaltare altri saperi, che intuisco insostitubili e minacciati. E questo può succedere dovunque, qua o dove la sera ti danno le previsioni meteorologiche dell’Antartide.

Lella Rossetti.

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