| Quando alcuni mesi fa mi è stato proposto un lavoro in Cile nellambito
della cooperazione internazionale, ho controllato sullatlante i dati di questo paese
del fin del mundo. Le fasce dei vari toni dellazzurro che lo accarezzano per
oltre 4000 Km mi rappresentavano soltanto la profondità del mare. Ora, dopo due mesi di
lavoro con i pescatori artigianali cileni, le strisce di diverso colore mi disegnano nuove
geografie strettamente correlate con lumana fatica di vivere e di resistere ai
soprusi.
(nella foto sopra veduta di Valparaìso)
Sono partita per Santiago ai primi di luglio per un
intervento promosso da una Ong italiana, il CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo
dei Popoli) di Roma. Il mio incarico riguardava la promozione di un Centro di Formazione
allinterno della Confederazione Nazionale Cilena dei Pescatori Artigianali
(CONAPACH), il più grande sindacato dei pescatori artigianali, con sede a Valparaìso. Si
definiscono "artigianali" quei pescatori che possiedono una barca o una piccola
lancia e che lavorano in proprio. In Cile sono circa 60.000, distribuiti su 436 comunità
costiere (caletas), sono il settore più esposto allinterno del mezzo milione
di persone coinvolte direttamente dal settore peschiero, uno dei più importanti
nelleconomia del paese. Esposto allinclemenza degli dei del vento e del mare,
esposto allarroganza del grande capitale delle imprese industriali.
Una caleta è visivamente il luogo della
differenza rispetto allimmagine di un porto e di una flotta industriali. E un
microcosmo variegato e integrato con lecosistema marino, come se ne raccontasse la
parte tangibile. Vive del mare, con il mare e per il mare, e ne condivide la bellezza ma
anche le durezze e limprevedibilità. A Horcòn, una caleta a nord di
Valparaiso, le barche vengono spinte e trascinate fuori dallacqua da una coppia di
cavalli, i pellicani passeggiano sulla spiaggia, comici, impettiti e i gabbiani stridono
intorno ai residui del pesce scaricato a riva. A pochi metri dalla spiaggia, nei vicoletti
del paese, le encarnadoras preparano gli ami infilando pezzetti di pesce sui mille
uncini di ogni espinel (carnada significa esca). E un lavoro da catena
di montaggio, niente di esotico, puzza e mani rovinate. E si guadagna se, come si suol
dire, il pesce abbocca. Per tutti i lavoratori legati alla pesca artigianale il guadagno
è un dato evidente alla fine della faena di ogni giorno. Per quelli che con la
barca o la lancia pescano merluzzi, sardine, acciughe, pescespada, tonni, pesci luna, congrios
y tiburones, per le raccoglitrici di alghe che percorrono la battigia con guanti e
stivali, per i buzos, i sommozzatori che scendono in acqua a cercare crostacei e
molluschi. Quando il mare è cattivo si sta in porto. Questinverno (siamo
nellemisfero australe) il mare è stato particolarmente cattivo, e quando si usciva
occorreva andare più lontano, più in profondità, era più provocante rischiare la vita
per non rischiare la fame. Ci si misura con loceano ma soprattutto si è costretti a
misurarsi con le grandi barche dellindustria peschiera, che in puro stile western si
sono lanciate sulle risorse idrobiologiche del pescosissimo mare cileno, e che prelevano
il meglio delle proteine nobili per trasformarle, preferibilmente, in farina di pesce per
lalimentazione di polli, maiali e salmoni allevati. In Cile questo è un aspetto
della globalizzazione.
Le leggi locali riconoscono nelle 5 miglia dalla costa il parco
privilegiato per la pesca artigianale, perché è quello più ricco e più fragile, quello
che appunto può sopportare soltanto uno sfruttamento di tipo artigianale.
Ma da lontano, dallEuropa e dallAsia,
arrivano i nuovi pirati a "perforare" la soglia delle 5 miglia, alterando gli
equilibri socio-economici dei pescatori artigianali e lusingando il governo cileno perché
modifichi a loro favore le leggi che regolano la pesca. Lo scopo delle grandi
multinazionali, non molto occulto ormai, è quello di introdurre il concetto di "
privatizzazione" nei diritti di accesso alle risorse costiere. Che non sono di
nessuno, perché la libertà di pesca è sancita dalla costituzione cilena e soltanto agli
stati compete legiferare sulluso della cosiddetta zona economica esclusiva (ZEE),
corrispondente alle 200 miglia dalla costa internazionalmente riconosciute.
Certo, tutto si può vendere. Meglio, tutto si può barattare quando di mezzo ci vanno gli
altri, sempre gli stessi, ahimé!
Agli inizi degli anni 50, l80 % dei
prodotti della pesca proveniva dai paesi industrializzati, oggi il 64% proviene dai paesi
in via di sviluppo, i cui governi hanno di fatto assecondato lintrusione delle
flotte delle multinazionali con il risultato che oggi nel sud del mondo si pesca di più
ma si mangia di meno. In Cile, dove le esportazioni di pesce sono passate dai 0,9 milioni
di tonnellate nel 1975 agli 8 milioni del 1996, il consumo interno di pesce è diminuito e
la FAO ci dice che il 22% della popolazione, cioè 3,2 milioni di persone, si trova in
situazione di "rischio alimentare". E meno evidente,
ma non per questo meno grave, è il rischio dellindebolimento dei pescatori
artigianali, di questi Don Chisciotte del mare che sulle acque combattono con la
tecnologia delle grandi imbarcazioni e sulla terraferma devono difendersi dai processi di
espansione urbana relazionati alle imprese immobiliari e al turismo.
"Estamos cercados", siamo
accerchiati, mi commentavano i pescatori di Quintay, piccola deliziosa baia, questa volta
a sud di Valparaìso, dove una Università locale ha organizzato il museo delle
"balleneras", un recinto di vecchi edifici che testimoniano il periodo dello
sterminio delle balene. Non so quanta lungimiranza ci sia nel mio desiderio di non
incontrarmi mai in un museo della pesca artigianale. Sto alimentando questo desiderio, per
questo ho lavorato con dedicazione per avviare corsi di recuperò della scolarità (le
nostre 150 ore, recuerdan?) per i pescatori di alcune caletas, convinta come sono
che la cooperazione o è diffusione di strumenti culturali o non serve. Probabilmente
tornerò in Cile tra pochi mesi, a continuare il lavoro intrapreso dai cooperanti del CISP
e dalla CONAPACH. Mi piace il mondo ruvido della pesca australe, mi diverte alzarmi dal
letto con ami da pesca attaccati alla tuta, apprezzo il pesce indigeno più del salmone e
dei polli in batteria, le ostriche sono ottime dopo una notte di stravizi con buon vino
cileno, ma soprattutto mi gratifica poter mettere a disposizione il mio sapere per
esaltare altri saperi, che intuisco insostitubili e minacciati. E questo può succedere
dovunque, qua o dove la sera ti danno le previsioni meteorologiche dellAntartide.
|