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Ore 16.24.29
Giorno
07/06/07
Varese - Gli argomenti di cui si dibatte a Roma, sono lontani mille miglia dalla scuola. I suoi problemi sono altri e ben più gravi
Il male della scuola è nei professori rassegnati a trapassare nozioni

La scuola è nell'occhio del ciclone. 
La querelle sui libri di testo, la battaglia politica sul buono scuola, ma anche certa opposizione alle riforme scolastiche in atto, sembrano avere nella questione dell'egemonia culturale la loro radice.
Una questione che sembrava ormai definitivamente superata dopo la decretata morte delle ideologie. 
Non voglio cimentarmi in riflessioni sui massimi sistemi, la mia vuole solo essere la semplice testimonianza di uno che vive dentro una scuola e cerca di capire cosa succede dentro e fuori la scuola, che cerca di capire dentro quali processi si trova a vivere.

In queste ultime settimane non mi è mai capitato di venire coinvolto dentro la scuola, se non per qualche battuta scambiata lungo i corridoi, in una discussione che avesse per tema le questioni di cui a lungo si disquisisce nei dibattiti televisivi o sulla carta stampata. Quello che si discute nelle aule della politica sembra distante dalla scuola.
Dentro la scuola sono altre le questioni che tengono banco: sono l'incertezza determinata da un carico di cambiamenti eccessivo rispetto alla capacità di innovazione del corpo docente, una questione anche fisiologica, non solo di buona o cattiva volontà, sono il bisogno di riconquistare un riconoscimento sociale e anche economico da parte di chi rimane convinto di avere un ruolo sociale importante, ma si sente ampiamente sottovalutato, sono anche i problemi di una disaffezione professionale che non trova altro sbocco che la rivendicazione economica, del resto questa sembra essere l'unico vero riconoscimento che si può sperare faticosamente di ottenere.

Dal di fuori, dal mondo reale, dai genitori preoccupati del futuro dei figli, dalla società che ormai sembra non avere altra preoccupazione che raccogliere la sfida del mercato alla scuola vengono chieste efficienza ed efficacia in nome delle 3 "i" della scuola del domani. Alla scuola si chiede di adeguarsi alla sfida del mercato, come se contasse solo quello che si può offrire e si può comprare. Come se l'uomo e la donna che sanno stare nel mercato fossero l'unica vera preoccupazione.

Quanto tempo è che dentro la scuola non si sentono pronunciare delle discussioni in cui si programma, si stabiliscono obiettivi, si dichiarano intenzionalità parole come democrazia, cittadinanza, diritti e doveri, non nella riduttiva accezione di principi rivendicativi, ma in quella di base consensuale per costruire il patto sociale della civile convivenza (dove i diritti sono i diritti degli altri e i doveri sono il nostro impegno verso gli altri)

La scuola proiettata verso le competenze scambiabili nel mercato - nessuno nega che queste siano cose importanti - ha dimenticato di insegnare anche la passione per la ricerca della verità al di là delle verità di parte, l'affinamento di quelle capacità critiche che permettono di non essere sudditi di nessuno, neanche dei leader dell'ultima ora, la costruzione di quella memoria del passato e di quella comprensione del presente che sanno suscitare i desideri e le aspettative per un futuro migliore per declinare le proprie competenze nell'impegno per costruirlo questo futuro. 
La scuola non solo come formazione per il mercato, ma anche per la costruzione della società civile. 

Ci sono delle sfide alle quali la scuola non dovrebbe sottrarsi e dalle quali invece sembra inevitabilmente lontana. 
Quando mai con i miei colleghi ho avuto modo di confrontarmi su temi come quello della ecologia, della relazione tra le diverse culture, della guerra e della pace, della libertà o della solidarietà. Non che i miei colleghi non abbiamo niente da dire o non dicano nulla, ma se lo fanno lo fanno a titolo personale, la scuola, come realtà collettiva, non sembra avere nulla da dire ai giovani su questi temi.

Non sono di quelli che considerano gli insegnati dei mestieranti poco professionali. Ho stima dei miei colleghi, dei docenti della scuola italiana, capisco le loro, come le mie, fatiche: siamo uomini e donne di questo tempo, non potete chiederci l'impossibile.
Ma credo che serva uno scatto di orgoglio, quello per cui non ci rassegna a fare il possibile. L'orgoglio di chi è convinto di dover dare molto per formare le generazioni di domani, di chi crede che di questa responsabilità alta è stato investito quando ha scelto questo mestiere. Quello di chi crede che il suo mestiere sia anche quello di cercare con i giovani di oggi le strade che dovranno percorrere gli uomini e le donne di domani.

Credo che la scuola finisce di essere scuola quando smettere di essere un luogo dove si ricerca e si limita ad essere il luogo dove si trapassa.

Ho questa amara impressione: che troppi insegnanti si siano rassegnati a trasmettere un sapere, a trapassare delle nozioni o delle competenze, rinunciando a cercare con i propri alunni quella sapienza che fa capaci di proiettarsi verso il futuro. 
Questo, se la mia diagnosi e vera, è il vero male della scuola, quello di cui dentro e fuori la scuola ci si dovrebbe preoccupare.
Le altre sono solo chiacchiere, buone forse a cercare consenso o fare audience, ma che eludono i veri problemi. 

Don Andrea Meregalli
responsabile Pastorale scolastica 

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