La
scuola è nell'occhio del ciclone.
La querelle sui libri di testo, la battaglia politica sul buono scuola, ma anche certa
opposizione alle riforme scolastiche in atto, sembrano avere nella questione dell'egemonia
culturale la loro radice.
Una questione che sembrava ormai definitivamente superata dopo la decretata morte delle
ideologie.
Non voglio cimentarmi in riflessioni sui massimi sistemi, la mia vuole solo essere la
semplice testimonianza di uno che vive dentro una scuola e cerca di capire cosa succede
dentro e fuori la scuola, che cerca di capire dentro quali processi si trova a vivere.
In queste ultime settimane non mi è mai capitato di venire coinvolto dentro la scuola, se
non per qualche battuta scambiata lungo i corridoi, in una discussione che avesse per tema
le questioni di cui a lungo si disquisisce nei dibattiti televisivi o sulla carta
stampata. Quello che si discute nelle aule della politica sembra distante dalla scuola.
Dentro la scuola sono altre le questioni che tengono banco: sono l'incertezza determinata
da un carico di cambiamenti eccessivo rispetto alla capacità di innovazione del corpo
docente, una questione anche fisiologica, non solo di buona o cattiva volontà, sono il
bisogno di riconquistare un riconoscimento sociale e anche economico da parte di chi
rimane convinto di avere un ruolo sociale importante, ma si sente ampiamente
sottovalutato, sono anche i problemi di una disaffezione professionale che non trova altro
sbocco che la rivendicazione economica, del resto questa sembra essere l'unico vero
riconoscimento che si può sperare faticosamente di ottenere.
Dal di fuori, dal mondo reale, dai genitori preoccupati del futuro dei figli, dalla
società che ormai sembra non avere altra preoccupazione che raccogliere la sfida del
mercato alla scuola vengono chieste efficienza ed efficacia in nome delle 3 "i"
della scuola del domani. Alla scuola si chiede di adeguarsi alla sfida del mercato, come
se contasse solo quello che si può offrire e si può comprare. Come se l'uomo e la donna
che sanno stare nel mercato fossero l'unica vera preoccupazione.
Quanto tempo è che dentro la scuola non si sentono pronunciare delle discussioni in cui
si programma, si stabiliscono obiettivi, si dichiarano intenzionalità parole come
democrazia, cittadinanza, diritti e doveri, non nella riduttiva accezione di principi
rivendicativi, ma in quella di base consensuale per costruire il patto sociale della
civile convivenza (dove i diritti sono i diritti degli altri e i doveri sono il nostro
impegno verso gli altri)
La scuola proiettata verso le competenze scambiabili nel mercato - nessuno nega che queste
siano cose importanti - ha dimenticato di insegnare anche la passione per la ricerca della
verità al di là delle verità di parte, l'affinamento di quelle capacità critiche che
permettono di non essere sudditi di nessuno, neanche dei leader dell'ultima ora, la
costruzione di quella memoria del passato e di quella comprensione del presente che sanno
suscitare i desideri e le aspettative per un futuro migliore per declinare le proprie
competenze nell'impegno per costruirlo questo futuro.
La scuola non solo come formazione per il mercato, ma anche per la costruzione della
società civile.
Ci sono delle sfide alle quali la scuola non dovrebbe sottrarsi e dalle quali invece
sembra inevitabilmente lontana.
Quando mai con i miei colleghi ho avuto modo di confrontarmi su temi come quello della
ecologia, della relazione tra le diverse culture, della guerra e della pace, della
libertà o della solidarietà. Non che i miei colleghi non abbiamo niente da dire o non
dicano nulla, ma se lo fanno lo fanno a titolo personale, la scuola, come realtà
collettiva, non sembra avere nulla da dire ai giovani su questi temi.
Non sono di quelli che considerano gli insegnati dei mestieranti poco professionali. Ho
stima dei miei colleghi, dei docenti della scuola italiana, capisco le loro, come le mie,
fatiche: siamo uomini e donne di questo tempo, non potete chiederci l'impossibile.
Ma credo che serva uno scatto di orgoglio, quello per cui non ci rassegna a fare il
possibile. L'orgoglio di chi è convinto di dover dare molto per formare le generazioni di
domani, di chi crede che di questa responsabilità alta è stato investito quando ha
scelto questo mestiere. Quello di chi crede che il suo mestiere sia anche quello di
cercare con i giovani di oggi le strade che dovranno percorrere gli uomini e le donne di
domani.
Credo che la scuola finisce di essere scuola quando smettere di essere un luogo dove si
ricerca e si limita ad essere il luogo dove si trapassa.
Ho questa amara impressione: che troppi insegnanti si siano rassegnati a trasmettere un
sapere, a trapassare delle nozioni o delle competenze, rinunciando a cercare con i propri
alunni quella sapienza che fa capaci di proiettarsi verso il futuro.
Questo, se la mia diagnosi e vera, è il vero male della scuola, quello di cui dentro e
fuori la scuola ci si dovrebbe preoccupare.
Le altre sono solo chiacchiere, buone forse a cercare consenso o fare audience, ma che
eludono i veri problemi.
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