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Ore 16.26.18
Giorno
07/06/07
 
Varese - Sono sempre meno i sarti in provincia, sempre più alta è la qualità della domanda: i vestiti su misura piacciono a chi se ne intende, o chi deve competere con gli inglesi. Lo raccontano i sarti stessi
Il "vestito di sartoria": un piacere che non scompare

Quello di indossare un vestito che calzi "a pennello"  non è un piacere che sta scomparendo: nell'epoca dell'alta qualità industriale, il mestiere di sarto, benchè fortemente ridimensionato nel numero, non è affatto sparito anche se ogni momento rischia l'estinzione.

"Estimatori dell'abito su misura ce n'è ancora, soprattutto tra persone che del completo fanno la propria divisa di lavoro: imprenditori, certi commercianti, dirigenti..." spiega Egidio Lucchini, uno dei "monumenti" della sartoria a Varese: lavora in città dal 1959, ha avuto il negozio e poi il laboratorio in pieno centro di Varese, tra via Ferrari e il cortile del Broletto. 

Lucchini, che nel 1969 è stato il primo varesino selezionato per Sanremo, una manifestazione, tenutasi fino agli anni ottanta, che incoronava i migliori sarti d'Italia, dice di lavorare ormai per hobby: "Creo abiti solo per i miei clienti affezionati: saranno non più di cinquanta".  Chi si fa ancora fare il vestito su misura? "Chi ne ha l'abitudine e chi ama il bello".

Tra i clienti di Lucchini c'è stato perfino Piero Chiara, anche se il sarto ammette che la maggior parte dei suoi clienti non è di Varese, ma del circondario. E i varesini dove vanno? "Di solito a Milano...Ma a Milano si spende tanto, ed è capitato più di una volta che poi tornino qui, dove la qualità è ugualmente alta e i prezzi necessariamente più bassi" Lucchini cita il caso di una giacca-cappotto realizzata da lui per un cliente abituale di Caraceni, il sarto milanese tra i più blasonati d'Italia "l'aspetto era identico, la stoffa più pregiata, e il prezzo era di un milione e mezzo contro i cinque che si pagano là".

Andare da un sarto varesino non è poi così dispendioso: "Per quanto bene facciamo l'abito, noi non possiamo comunque chiedere più di un milione e mezzo o due per un completo. Non ce li comprerebbero". Eppure i pochi sarti rimasti in Varese sono frutto di una selezione durissima: "Negli anni sessanta c'erano ancora sarti per tutte le tasche e quindi anche di minore qualità,  ma ora sono rimasti quelli con una clientela solida e che realizzano capi di alta qualità".

Saranno anche un pò anziani, visto che è  un mestiere che sta andando in disuso... "Niente affatto. Mauro ha aperto solo tre anni fa". "Mauro" è Mauro Bettoni, atelier dal 1997 in via Magenta 17, nato trentacinque anni fa a Saltrio e lì residente con moglie e figlio: forse è proprio per la sua collocazione geografica che le sue esperienze si dipanano in tutta la regione insubrica.

Bettoni ha cominciato a 17 anni, e la sua è una storia tutta di passione e mestiere: "dopo aver fatto il garzone in una ditta sartoriale, sono andato a lavorare nel laboratorio di un sarto di Cernobbio, che è stato il mio Maestro con la "M" maiuscola: non solo professionalmente, ma anche di vita. Dopo la straordinaria esperienza di Cernobbio, ho lavorato da Zegna a Lugano. Poi, ho deciso di farmi un laboratorio mio, e sono venuto a Varese"

Bettoni è uno dei pochi sarti ancora operanti  in tutta Varese, è giovane, e ha appena aperto il suo atelier: cosa l’ha spinto ad entrare in un mercato che sembra apparentemente contro di lui? ""Lo faccio per passione" dice con solennità e con timidezza, cercando inizialmente di evitare l'intervista per eccesso di discrezione "Ma di persone che amano ancora l’abito ben fatto ce ne sono ancora, eccome. E non sono anziani abituati da sempre ad andare dal sarto o persone che non trovano la loro taglia in negozio, ma giovani, o manager abituati a viaggiare che non si accontentano del vestito confezionato, per quanto famoso sia. Non so se è perché mi vedono giovane, ma la maggior parte dei miei clienti è tra i 25 e i 50 anni".

Vengono per farsi il vestito di nozze? "Alcuni vengono saltuariamente, ma in generale chi si fa confezionare un vestito di sartoria è perché si trovano bene solo con indosso quello. Così vengono regolarmente, anche più volte l’anno. Vestire su misura è proprio un’altra cosa…" Bettoni dopo un po’ allenta la diffidenza e mi porta nel suo laboratorio al primo piano, per farmi vedere i suoi lavori. Un capolavoro di pazienza e attenzione, e particolari irriproducibili in nessun capo, per quanto bello sia, di lavorazione industriale. 

"Sono i particolari che fanno la differenza" racconta Bettoni mostrandomi un particolare chiccheria: il portagambo per il fiore da infilare nell’occhiello "E sono i particolari la parte più apprezzata dai clienti. Chi dei miei clienti va a Londra, per esempio, ama portare giacche con i bottoni sulla manica, che devono essere rigorosamente fatti a mano". Particolari piccoli ma che per dei manager possono essere la sostanza della trattativa "L'ultima volta ho avuto la mia brava soddisfazione.Un mio cliente si è sentito chiedere da un partner inglese dove aveva preso il suo cappotto: era realizzato da me con un tessuto di cachemire leggerissimo e molto caldo. Senta che meraviglia..." 

Bettoni si entusiasma anche a mostrare la stoffa: la sua è davvero una vocazione, quella che sorregge tutti i sarti ancora in circolazione e che lui  mette in pratica utilizzando ancora una vecchia Singer dei primi del novecento. Uno strumento che non può far certo parte della sua dotazione storica... "E' di mia nonna" spiega "Io lavoro con quella". 

Stefania Radman

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