| Quello di indossare un vestito che calzi "a
pennello" non è un piacere che sta scomparendo: nell'epoca dell'alta qualità
industriale, il mestiere di sarto, benchè fortemente ridimensionato nel numero, non è
affatto sparito anche se ogni momento rischia l'estinzione.
"Estimatori dell'abito su misura ce
n'è ancora, soprattutto tra persone che del completo fanno la propria divisa di lavoro:
imprenditori, certi commercianti, dirigenti..." spiega Egidio Lucchini, uno dei
"monumenti" della sartoria a Varese: lavora in città dal 1959, ha avuto il
negozio e poi il laboratorio in pieno centro di Varese, tra via Ferrari e il cortile del
Broletto.
Lucchini, che nel 1969 è stato il primo varesino selezionato per Sanremo,
una manifestazione, tenutasi fino agli anni ottanta, che incoronava i migliori sarti
d'Italia, dice di lavorare ormai per hobby: "Creo abiti solo per i miei clienti
affezionati: saranno non più di cinquanta". Chi
si fa ancora fare il vestito su misura? "Chi ne ha l'abitudine e chi ama il
bello".
Tra i clienti di Lucchini c'è stato
perfino Piero Chiara, anche se il sarto ammette che la maggior parte dei suoi clienti non
è di Varese, ma del circondario. E i varesini dove vanno? "Di solito a Milano...Ma a
Milano si spende tanto, ed è capitato più di una volta che poi tornino qui, dove la
qualità è ugualmente alta e i prezzi necessariamente più bassi" Lucchini cita il caso di una giacca-cappotto realizzata da lui per
un cliente abituale di Caraceni, il sarto milanese tra i più blasonati d'Italia
"l'aspetto era identico, la stoffa più pregiata, e il prezzo era di un milione e
mezzo contro i cinque che si pagano là".
Andare da un sarto varesino non è poi
così dispendioso: "Per quanto bene facciamo l'abito, noi non possiamo comunque
chiedere più di un milione e mezzo o due per un completo. Non ce li comprerebbero".
Eppure i pochi sarti rimasti in Varese sono frutto di una
selezione durissima: "Negli anni sessanta c'erano ancora sarti per tutte le tasche e
quindi anche di minore qualità, ma ora sono rimasti quelli con una clientela solida
e che realizzano capi di alta qualità".
Saranno anche un pò anziani, visto che
è un mestiere che sta andando in disuso... "Niente affatto. Mauro ha aperto
solo tre anni fa". "Mauro" è Mauro
Bettoni, atelier dal 1997 in via Magenta 17, nato trentacinque anni fa a Saltrio e lì
residente con moglie e figlio: forse è proprio per la sua
collocazione geografica che le sue esperienze si dipanano in tutta la regione insubrica.
Bettoni ha cominciato a 17 anni, e la sua è una
storia tutta di passione e mestiere: "dopo aver fatto il garzone in una ditta
sartoriale, sono andato a lavorare nel laboratorio di un sarto di Cernobbio, che è stato
il mio Maestro con la "M" maiuscola: non solo professionalmente, ma anche di
vita. Dopo la straordinaria esperienza di Cernobbio, ho lavorato da Zegna a Lugano. Poi,
ho deciso di farmi un laboratorio mio, e sono venuto a Varese"
Bettoni è uno dei pochi sarti ancora operanti
in tutta Varese, è giovane, e ha appena aperto il suo atelier: cosa lha spinto ad
entrare in un mercato che sembra apparentemente contro di lui? ""Lo faccio per
passione" dice con solennità e con timidezza, cercando inizialmente di evitare
l'intervista per eccesso di discrezione "Ma di persone che amano ancora labito
ben fatto ce ne sono ancora, eccome. E non sono anziani abituati da sempre ad andare dal
sarto o persone che non trovano la loro taglia in negozio, ma giovani, o manager abituati
a viaggiare che non si accontentano del vestito confezionato, per quanto famoso sia. Non
so se è perché mi vedono giovane, ma la maggior parte dei miei clienti è tra i 25 e i
50 anni".
Vengono per farsi il vestito di nozze? "Alcuni vengono saltuariamente, ma in
generale chi si fa confezionare un vestito di sartoria è perché si trovano bene solo con
indosso quello. Così vengono regolarmente, anche più volte lanno. Vestire su
misura è proprio unaltra cosa
" Bettoni dopo un po allenta la
diffidenza e mi porta nel suo laboratorio al primo piano, per farmi vedere i suoi lavori.
Un capolavoro di pazienza e attenzione, e particolari irriproducibili in nessun capo, per
quanto bello sia, di lavorazione industriale.
"Sono i particolari che fanno la differenza" racconta Bettoni mostrandomi un
particolare chiccheria: il portagambo per il fiore da infilare nellocchiello "E
sono i particolari la parte più apprezzata dai clienti. Chi dei miei clienti va a Londra,
per esempio, ama portare giacche con i bottoni sulla manica, che devono essere
rigorosamente fatti a mano". Particolari piccoli ma che per dei manager possono
essere la sostanza della trattativa "L'ultima volta ho avuto la mia brava
soddisfazione.Un mio cliente si è sentito chiedere da un partner inglese dove aveva preso
il suo cappotto: era realizzato da me con un tessuto di cachemire leggerissimo e molto
caldo. Senta che meraviglia..."
Bettoni si entusiasma anche a mostrare la stoffa: la
sua è davvero una vocazione, quella che sorregge tutti i sarti ancora in circolazione e
che lui mette in pratica utilizzando ancora una vecchia Singer dei primi del
novecento. Uno strumento che non può far certo parte della sua dotazione storica...
"E' di mia nonna" spiega "Io lavoro con quella".
|