Questo fine settimana (il 28 e 29 ottobre)
"l'Insubria incontra il vino"alla Schiranna di Varese, con una manifestazione
organizzata dalla pro loco di Varese dedicata a questo prodotto, che non molti sanno
essere esistito anche nel varesotto, e che ha proprio nel capoluogo uno dei pochi
distributori "puri" di vino in Italia: la Bottinelli sas.
"L'azienda è nata con mio nonno, che si chiamava anche lui
Giuseppe Bottinelli, negli anni trenta. - spiega Giovanni Bottinelli (nella
foto), rappresentante della terza generazione della "Bottinelli Giuseppe Sas" e direttore commerciale dell'azienda -
La prima sede era in piazza Giovane Italia, dove noi, semplicemente, avevamo una rivendita
di vino. Che non era già più frutto della nostra provincia, mentre c'era stato n
periodo, alla fine dell'ottocento, in cui il vino rappresentava il 30% dell'economia
provinciale. Un vino che aveva anche dei presupposti qualitativi: i Mentasti avevano
ricevuto una menzione d'onore per il loro vino. E' stata la filossera poi a stroncare
questo mercato a Varese, che poi non si è più ripreso. Si sono salvate solo le viti
americane, che permettevano solo di realizzare vini nostranelli che diventavano subito
acidi se non venivano tagliati. Così Varese è diventata una delle poche province
italiane che non produce vino, e si è specializzata nel distribuirlo e
imbottigliarlo".
Giuseppe, che della azienda di famiglia è responsabile commerciale,
ha solo 38 anni, ma lavora in azienda da venti, ed è da poco socio di una società del
gruppo, la Cartavini: "Abbiamo appena acquistato una
azienda vinicola in Piemonte, per la produzione di vini di qualità. Un progetto
ambizioso, di cui l'unica cosa che ci spaventa sono i tempi: prima di produrre vino a
pieno regime devono passare almeno cinque anni dal momento in cui è stata piantata la
vite. Sempre che il primo innesto funzioni... per questo il sogno nel cassetto è quello
di impiantare di nuovo la vite da vino a Varese, ma è una sfida difficile: un conto è
impiantare nuove viti in una vigna già esistente che produce, e un conto invece è
cominciare ex novo: una sfida pesante..."
E' proprio un sogno, probabilmente irrealizzabile? "A dire
il vero c'erano stati dei passi ben concreti con il FAI per rivitare villa Bozzolo: ma poi
siamo stati fermati dai problemi tecnici. Il giardino, curato da un architetto, aveva un
progetto incompatibile con una vigna efficiente: la vigna che ne sarebbe risultata avrebbe
avuto un valore più estetico che funzionale. Un progetto che si può riprendere, solo se
però insieme a quella vigna ne vengono riavviate altre che rendano possibile una vera
produzione. Insomma, il ritorno del vino a Varese dovrà attendere qualche anno: però ci
spero, almeno sotto la spinta dei viticoltori del Canton Ticino, che stanno in questi
ultimi anni producendo un vino di alta qualità".
Un entusiasmo, quello di Giuseppe, che sembra diverso da quello del
commerciante di vino di un tempo, è forse la gioventù che aiuta? "Certo il cambio
generazionale conta, ma conta molto di più lo sforzo di adeguamento al mercato. Il vino
una volta era un elemento di vita quotidiana: le cose più importanti in tavola erano
proprio il pane e il vino. ogni italiano beveva circa 150 litri di vino all'anno. A
quell'epoca i rivenditori di vino a Varese erano 33.Ora i litri bevuti ogni anno sono
cinquanta, un terzo rispetto a prima, ma la tendenza è quella di bere vino di sempre
maggiore qualità. Se una volta il vino si beveva sfuso, il primo passo verso un altro
modo di berlo sono stati i bottiglioni e poi le bottiglie che si usano ora. Il passo
finale verso la diffusione del vino di più alta qualità è l'arrivo delle bottiglie
relativamente buone anche nella grande distribuzione: ora attraverso questo canale passa
il 50, 60% del vino venduto in Italia".
La Bottinelli, 35 dipendenti divisi tra le sedi di Varese e Luino,
distribuisce circa 180 mila ettolitri di vino all'anno, per un fatturato di circa 20
miliardi: "In zona noi vendiamo solo a ristoranti, bar e
distributori, ma una grande fetta dei nostri affari consiste nella vendita all'estero,
circa il 40% del totale venduto. Le zone sono le più disparate: tutta l'Europa è
coinvolta, ma anche il medio oriente e il Giappone. E ora stiamo entrando anche negli
Stati Uniti e in Canada. Distribuiamo, inoltre ancora molto vino sfuso: sono gli svizzeri
in particolare a richiederlo, per poi metterlo in bottiglia nella confederazione. Il
motivo è fiscale - il vino imbottigliato costa di più - ma bisogna ammettere che
al di là del confine ci sono catene di imbottigliamento straordinarie, tra le migliori al
mondo... Noi comunque siamo una specie di una mosca bianca nel panorama italiano:
normalmente, chi distribuisce vino distribuisce bibite di tutti i generi. Noi siamo gli
unici rivenditori di solo vino, in un mercato dove molto spesso chi produce rivende
direttamente"
Una sfida difficile... "Noi, comunque, siamo i primi
rivenditori della Antinori, una casa di produzione vinicola che non ha bisogno di
presentazione, e che rivende direttamente il suo vino con fior di rappresentanti nella
zona di produzione e negli stati Uniti".
Bottinelli ha da poco fondato una società, la
"Cartavini", specializzata nella distribuzione di piccoli produttori italiani di
qualità all'estero: perchè questa scelta? "Il mercato di vino nel mondo è molto
interessante e di valore. E' un mercato "di lusso" che punta sulla qualità,
dove chi è interessato è disposto a spendere parecchio anche per una sola bottiglia. In
Italia invece la produzione è abbondante ma di un vino di scarsa qualità. Solo noi siamo
convinti che il nostro sia il miglior vino del mondo: fuori di qui, il vino italiano non
è considerato diversamente da un vino cileno o neozelandese. Anzi, in mercati come quello
del Cile, relativamente recente, la produzione punta decisamente sulla qualità, con viti
trapiantate dalla Francia e produzioni non abbondantissime ma di grande pregio. Così si
sono fatti un nome prima loro di noi, che abbiamo una tradizione vinicola millenaria.
Naturalmente non è poi così vero che il vino italiano è scarso, ci sono dei vini
veramente interessanti, ma non abbiamo alcuna capacità di valorizzarlo all'estero. Ad
esempio, il nostro vino non rientra quasi mai tra le principali collezioni di vino, o non
lo si trova quasi mai nelle aste di Christie's, che ha un ramo delle sue attività d'asta
nel settore, dove la fanno da padrone invece i vini francesi e, ora, anche
californiani".
Cosa vorreste fare attraverso questa giovanissima casa di
distribuzione? "Metterci in relazione con i produttori di vino in maniera molto
stretta per aiutarli a curare quella parte della produzione, che riguarda il marketing
specifico del prodotto, e che incide moltissimo sulla valorizzazione dello stesso. Spesso
sono particolari apparentemente banali, come l'etichetta o il prezzo, ma che fanno la
differenza. Io ho un produttore che non vuole cambiare la sua etichetta vecchio stampo
perchè ne ha ancora qualche migliaio d'avanzo, ma sta diventando sempre più difficile
vendere quel vino, proprio per colpa dell'etichetta. Mentre per quanto riguarda il prezzo,
a volte si tratta di ritoccarlo al ribasso, ma ci sono casi in cui il prezzo dovrebbe
essere alzato, perchè dia un segnale della qualità del vino contenuto nella bottiglia.
In altri casi però, è il gusto ad essere "sbagliato", a non essere adatto al
mercato internazionale. Spesso il vino proposto qui non è di cattiva qualità, ma
è adatto alle nostre abitudini: noi italiani beviamo il vino tendenzialmente a
pasto, all'estero invece lo sorseggiano durante il giorno: cercano perciò un gusto
intenso ma gradevole: insomma andrebbe pensato un vino "ad hoc" per loro"
Su quali zone punta la Cartavini? "Su quali vini, innanzitutto:
il gusto è quello della scoperta, e della possibilità di collaborare direttamente con il
produttore. noi puntiamo anche su una grande varietà, una gamma all'interno della quale
il cliente estero possa trovare il vino che l'appassiona. Abbiamo però anche
acquistato un podere vicino a Casale Monferrato, le cave di Moleto, per fare direttamente
produzione e farne anche un luogo di ristorazione e di tasting, con anche alloggi
destinati ai nostri clienti che vengono sul luogo a provare i vini che poi venderanno
all'estero: Qualcosa di adatto al mercato internazionale, tant'è che ne è responsabile
Bernard, un francese di Lione che sprovincializza il tutto". A che mercato vi
rivolgete? "Non ci sono limiti. Per ora ci occupiamo in particolare dell'Europa, e il
mercato si apre facilmente perché in ogni paese occidentale ci sono parecchi ristoranti
italiani, il principale motivo di esportazione di vino italiano. Ma ci stiamo muovendo
anche negli Stati UNiti e in Canada, che sono mercati molto attenti alle novità
vinicole". Prospettive? "Partiamo da un presupposto: che secondo me
l'integrazione tra distribuzione e produzione è la carta vincente per il vino italiano:
io se potessi mi sarei già comprato 20 aziende per poterne commercializzare gli ottimi
prodotti: Quello che mi importa comunque è che i produttori che vendono trovino
compratori interessati e illuminati, che permettano la prosecuzione di queste attività, e
che vigneti importanti non si disperdano, perdendo un patrimonio culturale ed economico
Così sto già svolgendo opera di consulenza con banche di affari per clienti con
importanti partecipazioni vinicole, e ho un sogno: un fondo di investimento sui
vini".
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