Torna all'economia
E-mail

polibanner.gif (47823 byte)

 

Ore 16.26.21
Giorno
07/06/07
Varese - A colloquio con Giuseppe Bottinelli, l'ultima generazione di una stirpe varesina di distributori, che ha un sogno: far tornare le viti nelle nostre campagne. E un obiettivo: ridare dignità al vino italiano
Se a Villa Bozzolo si producesse vino...

Questo fine settimana (il 28 e 29 ottobre) "l'Insubria incontra il vino"alla Schiranna di Varese, con una manifestazione organizzata dalla pro loco di Varese dedicata a questo prodotto, che non molti sanno essere esistito anche nel varesotto, e che ha proprio nel capoluogo uno dei pochi distributori "puri" di vino in Italia: la Bottinelli sas.

"L'azienda è nata con mio nonno, che si chiamava anche lui Giuseppe Bottinelli, negli anni trenta. - spiega Giovanni Bottinelli (nella foto), rappresentante della terza generazione della  "Bottinelli Giuseppe Sas" e direttore commerciale dell'azienda - La prima sede era in piazza Giovane Italia, dove noi, semplicemente, avevamo una rivendita di vino. Che non era già più frutto della nostra provincia, mentre c'era stato n periodo, alla fine dell'ottocento, in cui il vino rappresentava il 30% dell'economia provinciale. Un vino che aveva anche dei presupposti qualitativi: i Mentasti avevano ricevuto una menzione d'onore per il loro vino. E' stata la filossera poi a stroncare questo mercato a Varese, che poi non si è più ripreso. Si sono salvate solo le viti americane, che permettevano solo di realizzare vini nostranelli che diventavano subito acidi se non venivano tagliati. Così Varese è diventata una delle poche province italiane che non produce vino, e si è specializzata nel distribuirlo e imbottigliarlo".

Giuseppe, che della azienda di famiglia è responsabile commerciale, ha solo 38 anni, ma lavora in azienda da venti, ed è da poco socio di una società del gruppo, la Cartavini: "Abbiamo appena acquistato una azienda vinicola in Piemonte, per la produzione di vini di qualità. Un progetto ambizioso, di cui l'unica cosa che ci spaventa sono i tempi: prima di produrre vino a pieno regime devono passare almeno cinque anni dal momento in cui è stata piantata la vite. Sempre che il primo innesto funzioni... per questo il sogno nel cassetto è quello di impiantare di nuovo la vite da vino a Varese, ma è una sfida difficile: un conto è impiantare nuove viti in una vigna già esistente che produce, e un conto invece è cominciare ex novo: una sfida pesante..."

E' proprio un sogno, probabilmente irrealizzabile? "A dire il vero c'erano stati dei passi ben concreti con il FAI per rivitare villa Bozzolo: ma poi siamo stati fermati dai problemi tecnici. Il giardino, curato da un architetto, aveva un progetto incompatibile con una vigna efficiente: la vigna che ne sarebbe risultata avrebbe avuto un valore più estetico che funzionale. Un progetto che si può riprendere, solo se però insieme a quella vigna ne vengono riavviate altre che rendano possibile una vera produzione. Insomma, il ritorno del vino a Varese dovrà attendere qualche anno: però ci spero, almeno sotto la spinta dei viticoltori del Canton Ticino, che stanno in questi ultimi anni producendo un vino di alta qualità".

Un entusiasmo, quello di Giuseppe, che sembra diverso da quello del commerciante di vino di un tempo, è forse la gioventù che aiuta? "Certo il cambio generazionale conta, ma conta molto di più lo sforzo di adeguamento al mercato. Il vino una volta era un elemento di vita quotidiana: le cose più importanti in tavola erano proprio il pane e il vino. ogni italiano beveva circa 150 litri di vino all'anno. A quell'epoca i rivenditori di vino a Varese erano 33.Ora i litri bevuti ogni anno sono cinquanta, un terzo rispetto a prima, ma la tendenza è quella di bere vino di sempre maggiore qualità. Se una volta il vino si beveva sfuso, il primo passo verso un altro modo di berlo sono stati i bottiglioni e poi le bottiglie che si usano ora. Il passo finale verso la diffusione del vino di più alta qualità è l'arrivo delle bottiglie relativamente buone anche nella grande distribuzione: ora attraverso questo canale passa il 50, 60% del vino venduto in Italia".

La Bottinelli, 35 dipendenti divisi tra le sedi di Varese e Luino, distribuisce circa 180 mila ettolitri di vino all'anno, per un fatturato di circa 20 miliardi: "In zona noi vendiamo solo a ristoranti, bar e distributori, ma una grande fetta dei nostri affari consiste nella vendita all'estero, circa il 40% del totale venduto. Le zone sono le più disparate: tutta l'Europa è coinvolta, ma anche il medio oriente e il Giappone. E ora stiamo entrando anche negli Stati Uniti e in Canada. Distribuiamo, inoltre ancora molto vino sfuso: sono gli svizzeri in particolare a richiederlo, per poi metterlo in bottiglia nella confederazione. Il motivo è fiscale - il vino imbottigliato costa di più -  ma bisogna ammettere che al di là del confine ci sono catene di imbottigliamento straordinarie, tra le migliori al mondo... Noi comunque siamo una specie di una mosca bianca nel panorama italiano: normalmente, chi distribuisce vino distribuisce bibite di tutti i generi. Noi siamo gli unici rivenditori di solo vino, in un mercato dove molto spesso chi produce rivende direttamente"

Una sfida difficile... "Noi, comunque, siamo i primi rivenditori della Antinori, una casa di produzione vinicola che non ha bisogno di presentazione, e che rivende direttamente il suo vino con fior di rappresentanti nella zona di produzione e negli stati Uniti". 

Bottinelli ha da poco fondato una società, la "Cartavini", specializzata nella distribuzione di piccoli produttori italiani di qualità all'estero: perchè questa scelta? "Il mercato di vino nel mondo è molto interessante e di valore. E' un mercato "di lusso" che punta sulla qualità, dove chi è interessato è disposto a spendere parecchio anche per una sola bottiglia. In Italia invece la produzione è abbondante ma di un vino di scarsa qualità. Solo noi siamo convinti che il nostro sia il miglior vino del mondo: fuori di qui, il vino italiano non è considerato diversamente da un vino cileno o neozelandese. Anzi, in mercati come quello del Cile, relativamente recente, la produzione punta decisamente sulla qualità, con viti trapiantate dalla Francia e produzioni non abbondantissime ma di grande pregio. Così si sono fatti un nome prima loro di noi, che abbiamo una tradizione vinicola millenaria. Naturalmente non è poi così vero che il vino italiano è scarso, ci sono dei vini veramente interessanti, ma non abbiamo alcuna capacità di valorizzarlo all'estero. Ad esempio, il nostro vino non rientra quasi mai tra le principali collezioni di vino, o non lo si trova quasi mai nelle aste di Christie's, che ha un ramo delle sue attività d'asta nel settore, dove la fanno da padrone invece i vini francesi e, ora, anche californiani".

Cosa vorreste fare attraverso questa giovanissima casa di distribuzione? "Metterci in relazione con i produttori di vino in maniera molto stretta per aiutarli a curare quella parte della produzione, che riguarda il marketing specifico del prodotto, e che incide moltissimo sulla valorizzazione dello stesso. Spesso sono particolari apparentemente banali, come l'etichetta o il prezzo, ma che fanno la differenza. Io ho un produttore che non vuole cambiare la sua etichetta vecchio stampo perchè ne ha ancora qualche migliaio d'avanzo, ma sta diventando sempre più difficile vendere quel vino, proprio per colpa dell'etichetta. Mentre per quanto riguarda il prezzo, a volte si tratta di ritoccarlo al ribasso, ma ci sono casi in cui il prezzo dovrebbe essere alzato, perchè dia un segnale della qualità del vino contenuto nella bottiglia. In altri casi però, è il gusto ad essere "sbagliato", a non essere adatto al mercato internazionale. Spesso il vino proposto qui non è di cattiva qualità, ma è  adatto alle nostre abitudini: noi italiani beviamo il vino tendenzialmente a pasto, all'estero invece lo sorseggiano durante il giorno: cercano perciò un gusto intenso ma gradevole: insomma andrebbe pensato un vino "ad hoc" per loro"

Su quali zone punta la Cartavini? "Su quali vini, innanzitutto: il gusto è quello della scoperta, e della possibilità di collaborare direttamente con il produttore. noi puntiamo anche su una grande varietà, una gamma all'interno della quale il cliente  estero possa trovare il vino che l'appassiona. Abbiamo però anche acquistato un podere vicino a Casale Monferrato, le cave di Moleto, per fare direttamente produzione e farne anche un luogo di ristorazione e di tasting, con anche alloggi destinati ai nostri clienti che vengono sul luogo a provare i vini che poi venderanno all'estero: Qualcosa di adatto al mercato internazionale, tant'è che ne è responsabile Bernard, un francese di Lione che sprovincializza il tutto". A che mercato vi rivolgete? "Non ci sono limiti. Per ora ci occupiamo in particolare dell'Europa, e il mercato si apre facilmente perché in ogni paese occidentale ci sono parecchi ristoranti italiani, il principale motivo di esportazione di vino italiano. Ma ci stiamo muovendo anche negli Stati UNiti e in Canada, che sono mercati molto attenti alle novità vinicole". Prospettive? "Partiamo da un presupposto: che secondo me l'integrazione tra distribuzione e produzione è la carta vincente per il vino italiano: io se potessi mi sarei già comprato 20 aziende per poterne commercializzare gli ottimi prodotti: Quello che mi importa comunque è che i produttori che vendono trovino compratori interessati e illuminati, che permettano la prosecuzione di queste attività, e che vigneti importanti non si disperdano, perdendo un patrimonio culturale ed economico Così sto già svolgendo opera di consulenza con banche di affari per clienti con importanti partecipazioni vinicole, e ho un sogno: un fondo di investimento sui vini".

Stefania Radman

Torna all'inizio dell'articolo