Sono più di cent'anni che le api ronzano attorno alla famiglia
Gamberoni di Barasso, e quando le arnie sono piene di miele il signor Ermanno, apicoltore
da decenni, non ha certo paura di farsi pungere dalle sue inquiline, sicuro delle
proprietà quasi terapeutiche dei pungiglioni.
Un'ottantina di arnie, qualche "sciametto di sostituzione" per far fronte alle
varie malattie che possono infestare gli alveari ma soprattutto tanta, tanta passione.
Ma come si diventa apicoltori?
«Nel mio caso - dice il signor Gamberoni - ho avuto la
fortuna di farmi coinvolgere dalla tradizione: ho ereditato la passione per le api da mio
nonno. Di solito, però, si ha un approccio che parte da un semplice interesse hobbistico,
per trasformarsi progressivamente in una vera e propria attività economica. Con un paio
di milioni è possibile iniziare un'attività amatoriale e con un po' di fortuna e
intraprendenza si può trasformare in qualcosa di più grande. Tenga conto che fino a
50-60 arnie si parla ancora di hobbisti, poi si diviene professionisti anche se per iniziare una vera e propria
attività imprenditoriale è necessario avere qualcosa come 200 arnie. Comunque
un'attività professionale di vendita presuppone il rispetto di norme igieniche specifiche
come il libretto sanitario e la presenza di locali idonei alla conservazione ed
eventualmente alla vendita del miele prodotto».
Esiste una cooperativa del miele nel Varesotto?
«Abbiamo un'associazione che raduna tutti gli apicoltori, ma manca una cooperativa che si
occupi ad esempio della vendita del miele in eccesso o di fissare i prezzi. Spetta agli
apicoltori scegliere se vendere il miele direttamente, al pubblico, oppure a grosse
società che si occupano della commercializzazione del miele e dei prodotti derivati. Noi
abbiamo seguito la strada della vendita al pubblico».
Parliamo del prodotto. Quali sono le caratteristiche del miele di questa
zona?
«Si tratta di un miele di ottima qualità e del tutto conforme agli standard che
identificano il prodotto come doc: l'umidità deve essere inferiore al 18%, il nostro ne
ha un tasso ancora più basso, attorno al 16-16,3%. I boschi delle nostre zone, poi, sono
ricchi di acacie e castagni, due piante i cui fiori danno un miele molto
buono, oltre a quello che le api producono dai fiori di campo. Poi viene un'altra
qualità: il miele di mercarfa, la cui produzione dipende dal ciclo vitale di un insetto:
questo tipo di miele è particolarmente gradito dai clienti tedeschi».
Quindi siamo di fronte a un prodotto del tutto naturale.
«Certo, almeno nella fase di produzione le api vengono lasciate lavorare senza
interferenze da parte dell'uomo, che si limita a ingannarle facendole lavorare
più del previsto sommando alle celle prodotte dalle api, delle altre cellette artificiali
da cui viene estratto il miele».
Quali sono i principali problemi che quest'attività comporta?
«In primo luogo c'è da rilevare che tutte le attività economiche attinenti con la
natura comportano un certo allontanamento da parte dei giovani, gli unici sui quali si
può e si deve puntare per far si che questa attività prosegua nelle nostre zone. Poi
devo lamentare una scarsità di finanziamenti, che riceviamo solo dalla Regione.
In ultimo non vanno dimenticate tutte le problematiche collegate al fatto che si ha a che
fare con un prodotto che proviene dalla natura e che spesso la natura stessa colpisce. Mi
sto riferendo alle epidemie di varroa e di peste americana che sono molto pericolose per
gli alveari. Il primo è un parassita che colpisce gli alveari distruggendo le uova e
mangiando le api appena nate. La peste americana è invece un virus che colpisce l'intero
alveare; se nel primo caso si può porre un freno all'avanzata del parassita, nel caso
della peste è necessario bruciare l'intero alveare per evitare il propagarsi della
malattia. Le conseguenze sulla produzione, in questi casi, sono facilmente immaginabili».
|