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07/06/07
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Cultura e scienza, una frattura sanabile

"Il giardino delle scienze" dice arrivederci

Scienza e Arte insieme al Castello di Masnago

Tre incontri sul tema della divulgazione della scienza

 
Varese -Utilità della ricerca scientifica, importanza e relatività dell'etica, il rispetto delle specificità del Sud del mondo, il ruolo degli esperti collegiali
Il paradosso di Lazar: "La ricerca scientifica non è utile"

Philippe Lazar è uomo di scienza, un ricercatore affermato, ma non ha l'aria di un "monsieur le professeur". E' stato allievo del Politecnico di Parigi, ha insegnato ad Harvard, è stato rapporteur général del Consiglio nazionale della ricerca e tecnologia. Infine, dopo la direzione generale dell'INSERM, l’Istituto nazionale della sanità e della ricerca medica francese, è arrivato alla presidenza del consiglio di amministrazione dell’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD). Insomma uno scienziato che ben conosce  la stanza dei bottoni, perlomeno quelli della scienza e della ricerca.  Lazar è intervenuto al ciclo di conferenze organizzato in occasione della mostra "Il Giardino delle scienze". Particolarmente sensibile, anche per i ruoli che ricopre,  ai temi riguardanti i rapporti nel campo della ricerca tra Nord e Sud del mondo, Lazar ha affrontato il tema della utilità della ricerca scientifica per la società.

ricercaprovetta.jpg (10946 byte)Qual è l'utilità della ricerca scientifica per la società?
«Io rispondo sempre con un paradosso. La ricerca non è utile. Non bisogna inibire la ricerca associandola sempre all'utilità. Che la ricerca sia utile è evidente, basta guardarsi intorno. Ma non è un'utilità immediata. Se si vuole governare una ricerca nuova attraverso l'utilità si ha necessariamente una visione di corto respiro. È come se noi limassimo una pietra rendendola sempre più perfetta,  non rendendoci conto che a fianco ci sono montagne di scarti e i rifiuti. L'utilità è legata a qualcosa che noi conosciamo già, la ricerca no. Dunque è paradossale tentare di governare la ricerca partendo dall'utilità. L'utilità verrà dopo.
»

Quali devono  essere allora i cardini della ricerca?
«La ricerca scientifica deve essere informata alla qualità, alla libertà e all'immaginazione. Va messa costantemente in relazione a cio' che si conosceva a cio' che si conosce e si fa nell'attualità»

ricercatriceguarda2.jpg (9946 byte)Lei è responsabile dell'organismo che si occupa della ricerca nei paesi in via di sviluppo. Qual è il ruolo giocato dalla ricerca in questi paesi?
«Io dico sempre che non bisogna limitare la ricerca al Sud, e un modo di limitarla è proprio quella di considerarla utile. Tutti i paesi, compresi quelli più poveri, devono fare ricerca scientifica, perché è un modo di rifiutare di essere relegati ai margini.  È una questione d'immagine, senza il bisogno di avere chissà che cosa; è sufficiente un'equipe di ricercatori di buona qualità. Io faccio sempre l'esempio del  Camerun nel calcio e dell'effetto trascinante che ha avuto per il suo paese la vittoria alle olimpiadi o la partecipazione al mondiale. Nel momento in cui il Camerun è una delle 24 squadre che partecipa al mondiale, è vero che non risolve il problema economico sociale di quel paese, ma dà al  paese un'immagine esaltante. La stessa cosa deve avvenire per la ricerca, non importa se poca, ma l'importante è partecipare alla ricerca mondiale.»

E che ricaduta reale puo' avere?
«I responsabili politici, amministrativi sociali dei paesi del Sud del mondo spesso non hanno bisogno della specificità della ricerca, ma delle informazioni di sistema il più complete possibili, generali, comprensibili e che possano essere diffuse facilmente. Sono sufficienti due o tre equipe di ricerca che facciano lavori molto specifici, e poi degli esperti collegiali che facciano dire ai politici e agli amministratori quali sono le questioni e  i problemi  d'affrontare. Più le questioni sono precise e ben formulate, più è facile ottenere in pochi mesi  un'analisi completa  e tutte le informazioni necessarie esistenti che permettono di dare risposte nel breve periodo.»

Che figure sono "gli esperti collegiali" di cui lei parla?
ricercatriceguarda.jpg (8685 byte)«Sono degli organismi complementari alla ricerca la cui funzione è quella di far individuare alle autorità politiche, economiche e sociali i problemi di sistema, le questioni. Le risposte che danno questi organi collegiali sono molto più veloci, specifiche rispetto alla questione posta e più complete rispetto alla ricerca. Il loro ruolo è fondamentale perché i politici in genere non amano dire qual è la questione precisa che si pongono, perché porre una questione e ricevere delle risposte impone poi un'azione, un obbligo d'agire ed è faticoso prendere delle decisioni. Quindi l'utilità di questo modello passa dalla capacità del ricercatore di essere esperto in un gruppo di esperti collegiali. Ritornando alla domanda iniziale, quando si pone la questione se la ricerca sia utile, io rispondo che i ricercatori sono utili. Poi la presenza di esperti è un patrimonio immediatamente disponibile e non solo un investimento per il futuro. Sui tempi della ricerca aggiungo che è un po' come una pianta, quando noi gettiamo un seme dobbiamo aspettare degli anni prima di vedere l'albero. Però se io oggi non semino, domani non potrò vedere alberi. Lo stesso vale per la ricerca che è portatrice di avvenire.»

In che rapporto è la ricerca con l'etica?
«Io faccio sempre una distinzione tra deontologia ed etica. La deontologia è un complesso di regole professionali, cioè quello che noi dobbiamo fare e quello che non dobbiamo fare. L'etica invece mette in evidenza un conflitto di valori e non è la stessa cosa. Questa distinzione, soprattutto l'etica, è importante perché varia a seconda dei valori e della cultura che esprime un paese. A questo proposito io sto stilando un primo testo del codice deontologico per la ricerca nei paesi in via di sviluppo.»

Mi faccia un esempio 
«Allora quando lavoro con dei paesi europei e poi con dei paesi in via di sviluppo è evidente che c'è una differenza di maturità, di livello tecnologico, di numero di equipe di ricerca disponibili. Non si puo' e non si deve fare ricerca con i paesi del Sud del mondo senza attuare forme di partenariato e di ricerca cooperativa, bisogna coinvolgere i ricercatori del posto, senza segreti; bisogna rispettare la biodiversità, coinvolgere la popolazione e le istituzioni, bisogna spiegare che cosa si fa in casa loro, rendere pubblici i risultati dei lavori. Questa è la deontologia. Questa è la via, sono le regole deontologiche. Sono degli imperativi, siamo nel campo degli obblighi. Pertanto se non si seguono queste  regole non si puo' parlare di ricerca.  L'etica invece si diceva è un conflitto di valori. Pensiamo al consenso informato nell'utilizzo dei farmaci nelle cure mediche. Il "consenso" appartiene alla deontologia, percio' obbligatorio,  "informato" all'etica. Ebbene che devo informare è pacifico ma a chi e quali informazioni bisogna dare al malato è un'altra cosa. In  Francia è la legge che lo  precisa, dicendomi che devo informare  se la malattia è molto grave e il malato è in fase terminale. Ma se io pongo la stessa questione in un paese del Sud del mondo la prospettiva cambia, perché cambiano i valori di riferimento. Devo chiedere sempre il consenso, ma chi e come devo informare?  In un villaggio africano puo' essere oltre al malato, il capo villaggio, lo stregone o chi altro? E' sempre un problema di etica, ma mi devo confrontare con valori diversi ed è importante che lo si faccia. Quindi non bisogna limitare la ricerca, ma ciascuna ricerca deve essere eticamente e deontologicamente accettabile.»

Michele Mancino.

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