I menu
di Savini
Dopo aver reso omaggio nelle passate edizioni al grande cuoco dumentino
Bartolomeo Scappi e alla cucina dei Borromeo, la quinta edizione di "Varesotto in
tavola" celebra unaltra gloria della gastronomia prealpina. Si tratta di
Virgilio Savini, di Cuvio, che a metà 800 emigrò a Milano e fondò il celeberrimo
locale in Galleria Vittorio Emanuele II, unanimemente considerato il corrispettivo
italiano di Chez Maxim. Nel tempo, il Savini è poi diventato il simbolo
dellospitalità meneghina e uno dei ristoranti più famosi del mondo, grazie anche a
piatti caratteristici della cucina varesina come il riso al salto.
La figura di Virgilio Savini, ricostruita dal giornalista Sergio
Redaelli, è unulteriore testimonianza delle antiche tradizioni culinarie della
provincia di Varese, abitualmente poco incline ad autocelebrarsi. Queste tradizioni
rivivranno, fino al 12 novembre, nella kermesse gastronomica "Varesotto in
tavola", organizzata dallassociazione dei ristoratori presieduta da Guido
Colombo, dedicata ai sapori, agli aromi e ai prodotti tipici della cucina autunnale
varesina.
Per quasi un mese, cinquantanove ristoranti della provincia offriranno
ai loro clienti menu tipici a base di polenta, pesci di lago, erbe e preparazioni
gastronomiche delle nostre valli a prezzi promozionali. Unoccasione imperdibile per
gustare piatti rari come lo stuaà in cunscia cucinato dal ristorante Due Lanterne di
Induno Olona e i filetti di persico del lago Maggiore con funghi porcini del ristorante La
Concordia di Maccagno. O, ancora, la lepre in umido con funghi, polenta ed erbette saltate
al lardo preparate dallo chef del ristorante La Meridiana di Arsago Seprio e il classico
polenta e bruscitt del ristorante Grotto SantAnna di Cuveglio.
I 59 ristoranti con i rispettivi menù e la ricostruzione della figura
di Virgilio Savini compaiono nel libretto stampato per loccasione
dallUniascom, arricchito dalle ricette originali di alcuni piatti tipici prealpini
che ognuno potrà cucinarsi a casa per conto suo (salamini alla Marchirolo, coniglio
alluvetta, trote affogate, cotoletta di mazza di tamburo, polenta alla varesotta
ecc.)
Virgilio Savini era figlio di una ragazza di Cuvio, emigrata a Milano
per fare la cameriera in casa di un avvocato. La giovane restò incinta e il ragazzino,
mai riconosciuto dal padre, prese il cognome della madre, tuttora molto diffuso in
Valcuvia. Il padre si sdebitò aiutando Virgilio a trovare lavoro a Milano in un caffè di
via Unione 13, dove il volonteroso ragazzo si "fece le ossa", riuscendo col
tempo a mettere da parte un piccolo gruzzolo.
Nel 1882 Virgilio era pronto per il grande salto. Rilevò la Birreria
Stocker in Galleria Vittorio Emanuele che era stata inaugurata nel 1867 (allora le mescite
alla bavarese erano molto diffuse a Milano, con birra che correva a fiumi e
caffè-concerto), la trasformò in un ristorante a cui diede il suo nome e seppe attirarvi
la gente che contava in città.
Il ristorante diventò ben presto il salotto ideale per la nuova Milano
imprenditoriale e aristocratica, la Milano intraprendente e prosperosa che troverà il suo
palcoscenico naturale nelle Esposizioni del 1781 e del 1881. Quella Milano era degnamente
rappresentata dai fratelli Bocconi che, venuti dalla gavetta (vendevano abiti usati alla
fiera degli O bej o bej), fondarono lemporio Aux Villes dItalie, ribattezzato
nel 1917 da Gabriele DAnnunzio "La Rinascente" e dal Corriere della Sera
di Eugenio Torelli Viollier, che apriva i battenti proprio in Galleria.
Nel 1897 Virgilio Savini fece costruire un secondo locale allArco
della Pace (in fondo allattuale corso Sempione), su progetto degli architetti De
Capitani e Stacchini (questultimo, campione dello stile Liberty, fu lautore di
villa Magnani presso la Birreria Poretti a Induno Olona). Savini si ritirò
dallattività nel 1908 e morì nel 1925.
Lesclusivo ristorante in Galleria prosperò anche dopo
luscita di scena del fondatore, per merito di un altro valcuviano. Dopo una
parentesi sotto diversa proprietà, nel 1923 il Savini fu infatti rilevato da Angelo
Pozzi, di Vergobbio, che aveva fatto il suo apprendistato con Jean Negresco in Costa
Azzurra.
Sotto la sua gestione, il lussuoso locale toccò forse lapice
della gloria. Nelle sue sale, impreziosite dalle specchiere e dai velluti rossi "fin
de siecle", gli esploratori Nobile e Amundsen prepararono la trasvolata del Polo Nord
con il dirigibile Norge nel 1926. Marinetti, Carrà e Boccioni scrissero il Manifesto
Futurista, lattore Ruggero Ruggeri si ritemprò innumerevoli volte dopo le
talentuose recite nel vicino teatro Manzoni.
Altri clienti abituali furono Puccini, Mascagni, Pirandello,
Rubinstein, il varesino Ludovico Pogliaghi, artista eclettico autore della porta del Duomo
di Milano riprodotta in gesso nella sua casa-museo al Sacro Monte di Varese. E ancora
Arrigo Boito e Arturo Toscanini, Tommaso Marinetti e Maria Callas, Frank Sinatra e Charlie
Chaplin, Luchino Visconti e Claudio Abbado.
Ma non si può celebrare degnamente il Savini, senza fare cenno a colui
che forse fu il suo più grande chef e cioè Giuseppe Fontana, gastronomo e poeta
dorigine varesina, che diresse la cucina del ristorante dal 1905 al 1929. Educato
alla più raffinata cultura gastronomica internazionale, Fontana non disdegnò le ricette
tradizionali della cucina lombarda, che hanno sempre avuto diritto di cittadinanza al
Savini. Al termine della sua carriera, raccolse le ricette di maggior successo in un
volume pubblicato nel 1967 dalleditore Brenner.
Fedele alla sua vena poetica e alla città dadozione, Fontana le
scrisse in dialetto meneghino, con qualche sfumatura varesina. Ecco una sua significativa
ricetta-poesia, un piatto classico della cucina prealpina che rappresenta un ideale filo
di collegamento tra lo stesso Fontana, il Savini e il fondatore venuto dalla Valcuvia. Un
"piatto" da gustare non solo a tavola, ma anche sulla pagina.
I BRUSCITT DE BUST
"Nee Gina, te me mai faa i bruscitt bustòcch
Te se nanca cosinn? Te i insegni mi.
Fatt dà dal Nino becchee n press a pocch
de mezz chilo de polpa e fala inscì
(se intend polpa magrissima de boeu).
Te la taiet giò grossa mè i fasoeu,
te ghe gionted scigolla a tocchelitt
on fesin dai, de laur on tre foeuj
mezzetto de panscetta a quadretitt
e in marmitta lha mettet giò a moeui
quatada de vin ross. Dagh na rugada
e trala in don canton per na giornada.
El dì adree in cassiroeula de misura
te i mettet sù a coeus cont òli oliva
butter bondant, tuscòss a frecc e con cura
te ghe fe sugà su el vin a fiamma viva.
Bagni asee de acqua e dagh el savorin
con somenz de fenocc ligaa in don pezzorin.
Messedi, quattei sù e fai coeus lemm lemm.
Se vegnen succ tragh dent on mezz biccer
de vin bon e nò acqua. E vaa che insemm
ghe voeur on polentin còtt a dover.
E ti te l se t giamò, che per primm piatt
mi vorarò mangià polenta e latt.