| "Sembra
la chiesa di Camogli" aveva affermato qualche settimana fa il sovrintendente dei beni
architettonici e ambientali, l'architetto Luca Rinaldi a proposito della chiesa San
Martino, con chiaro riferimento alla sua nuova veste esterna.
Non voleva certo essere un nuovo elemento a favore di coloro che non hanno condiviso la
scelta, dettata non tanto da gusti personali, bensì da esigenze di aderenza storica. Non
voleva e non può essere un argomento da utilizzare per due sostanziali motivi.
Innanzitutto perchè la chiesa di Camogli non è un obbrobrio, dunque il paragone non è
stato fatto con una costruzione brutta e in secondo luogo perchè la considerazione
espressa da Rinaldi riguardava esclusivamente il contesto.
Ad intervenire sulla questione questa volta è chi ai lavori di restauro ha dedicato molto
in questi tre anni. Stefano Pileci, il direttore dei lavori, con un pizzico di ironia, si
è fatto autore di una curiosa proposta. "Sulla vivacità dei colori della nostra
chiesa probabilmente gli ispresi di inizio secolo si ispirarono alla chiesa di Camogli -
ha dichiarato Pileci - vista quindi questa affinità potremmo chiedere un gemellaggio con
la città di Camogli e perché no invitare i parrocchiani di quella città a Ispra per far
vedere con orgoglio la nostra chiesa e la nostra ridente cittadina".
"Stabilito dunque che i nuovi colori attribuiti sono quelli originari, possiamo solo
prendere atto che i gusti degli ispresi di oggi sono cambiati - ha aggiunto - ed essendo
un addetto ai lavori posso dire che si è dovuto intervenire indirizzandosi al recupero
storico così come imposto dalle leggi sui vincoli ai monumenti".
Per lo stesso don Franco quei colori non sono conformi ai suoi gusti personali. "E'
ovvio - precisa poi il direttore dei lavori - che i gusti personali sono tali e non
possono essere universali, ho chiesto ad almeno venti persone di che colore gli sarebbe
piaciuta la facciata esterna della chiesa, il risultato è che ho ottenuto venti risposte
diverse fra loro, mi domando quindi se fosse stato possibile attribuire colori diversi,
quali colori avremmo dovuto scegliere, anche se è vero che le tinte potevano avere toni
diversi".
Indubbiamente i colori rappresentano la parte più appariscente di un lavoro di restauro
che ha richiesto almeno tre anni per arrivare a conclusione. E' parso riduttivo a Stefano
Pileci soffermarsi solo sull'esterno. "Ritengo comunque che la valutazione debba
essere fatta sulla qualità e la complessità degli interventi eseguiti e non sul solo
aspetto esteriore pur se importante; le opere di restauro non si sono ridotte al solo
rifacimento dei colori delle facciate, una rullata di colore e via, ma ben più importanti
opere sono state eseguite".
E fra questi Pileci cita solo alcuni esempi. I consolidamenti strutturali effettuati sul
campanile, all'interno della cuspide e della cella campanaria, il recupero di tutte le
gronde, dei fregi esistenti sulla facciata principale, ormai quasi inesistenti visto lo
stato di degrado in cui sono stati trovati. Non ultimo gli interventi deumidificanti
affrontati nella parte bassa dell'edificio, il rifacimento completo della copertura, la
messa in sicurezza dell'edificio con un nuovo impianto parafulmine.
"Penso che la chiesa di Ispra sia un monumento troppo importante per appiattirlo a
casa di cortile e per affrescarlo con colori tenui ed insignificanti e - ha concluso
Pileci - questo gli ispresi di inizio secolo lo sapevano benissimo".
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