Un centinaio di persone, uomini e donne del sindacato, hanno
presidiato la Prefettura. Due ore per celebrare "la settimana europea della
salute e della sicurezza sul lavoro". Nel palazzo di fronte una delegazione sindacale era colloquio con il
Viceprefetto per fare il punto della situazione.
Nella provincia di Varese gli infortuni sul lavoro sono un dato costante, una presenza
scomoda, che non fa certo onore ad una delle regioni più ricche d'Europa. In cinque anni
il numero di infortuni è rimasto invariato. Nessuna scossa, nessun cambiamento. Erano
14570 nel 1995, sono 14973 nel 1999. Considerato che la legge 626 è del 1994, in sei anni
di applicazione, nella nostra provincia, non si puo' certo parlare di gran successo.
Nella contabilità sciagurata mancano poi gli infortuni dei
lavoratori non regolari, quelli in nero. Poiché molti di questi lavoratori sono
utilizzati nel settore delle
costruzioni, che a sua volta detiene il triste primato di infortuni per numero di
addetti, la cifra è probabilmente molto più alta. «I due fenomeni andrebbero
intrecciati- dice Rinaldo Franzetti della Fim-Cisl- perché nella realtà è così. Questo
presidio ha ragione di essere soprattutto per quelli che non hanno nessun tipo di tutela.
La 626 ha innovato molto, ha portato senz'altro aria europea, pero' manca tutto il
contorno. Mancano le risorse, percio' i controlli, il personale, le strutture. In un'area
poi ad alta densità produttiva diventa tutto ancora più difficile.»
«L'effetto simbolico- aggiunge Gian Marco
Martignoni della Cgil- su un tema come questo è importante. Il fatto poi che
aumentino gli infortuni, nonostante l'esistenza di una legge come la 626, non è certo
casuale. Teniamo conto che questa legge risponde a dei canoni europei, mentre il nostro
tessuto produttivo è formato da piccole e piccolissime aziende. E' difficile formare le
Rls nelle aziende con cento addetti, figuriamoci con quelle che ne hanno meno di sedici e,
in aziende dove non c'è il sindacato, è difficile creare le premesse per l'applicazione
delle norme antiinfortunistiche . In questo modo la normativa è frustrata a priori
perché puo' essere applicata solo al 40% delle aziende. Ed è una stima ottimistica. Poi
c'è da considerare lo scaricabarile interno operato dall'Inail altro aspetto su cui
meditare» (nella foto sopra Gianmarco Martignoni)
Le cose non sembrano pero' andar meglio nelle medie e grandi
aziende. Salvatore Musarra ( a sinistra nella foto) , è
nella Rsu/Rls della MV Agusta Motor, ex Cagiva. «Malgrado la mia azienda sia stata
ristrutturata e sia quindi moderna- dice Musarra- ci sono molti infortuni, alcuni
anche gravi. Non c'è abbastanza informazione e il sindacato non basta, manca la
sensibilizzazione dei preposti. Non è sempre facile far passare il messaggio specialmente
all'azienda. Poi si arriva anche al paradosso che è il lavoratore che deve dimostrare la
mancanza di colpe nell'infortunio.»
Claudio Caretta ( a destra nella foto)
lavora alla MV Agusta Spa, e ci tiene a distinguerla dalla precedente, azienda areonautica
specializzata nella costruzione di elicotteri. «La nostra è una realtà
particolare e i problemi maggiori di sicurezza riguardano la specificità della
produzione, ossia il volo. Con l'introduzione dell'avionica abbiamo dovuto affrontare il
problema dell'inquinamento elettromagnetico, e, stante l'incertezza e l'ambiguità delle
norme, ci siamo ispirati ad un principio di prudenza. Invece problemi un po' più seri li
abbiamo avuti dal punto di vista igienico sanitario, legati alla vetustà delle strutture.
Abbiamo fatto bonificare alcune aree aziendali dall'amianto. C'è ancora aperta una
vertenza con l'azienda riguardo a questo aspetto. Molti impiegati soffrono a causa delle
patologie tipiche da videoterminale. C'è comunque una discreta sensibilizzazione la Rls
funziona bene. Da noi la sicurezza è un discorso strettamente legato alla qualità.»
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