In
una villetta di Cuveglio incontriamo Gianni Ciglia, da sempre cacciatore di cinghiali e da
qualche anno caposquadra in Valcuvia. Prima ancora di entrare in casa, ci presenta i suoi
compagni di uscite: i segugi da cinghiale, "tre ancora cuccioli, due già grandi,
anche se il maschio purtroppo ha solo tre zampe: una se lè portata via un
cinghiale".
Ciglia, perché i suoi segugi sono fermi da quasi un mese?
"Il motivo risiede nel fatto che qualcuno, chi ha il compito di
decidere e non sempre è informato di come stanno le cose, ritiene che il segugio spaventi
i cinghiali durante le battute di caccia e li faccia migrare in altre zone col pericolo
far diffondere la peste suina ai maiali dallevamento".
Cosa contesta del decreto regionale che impedisce luso dei cani?
"Il decreto di fatto non proibisce luso di altri cani,
come i setter o i bracchi, che possono venir utilizzati per altri tipi di caccia. Ora,
visto che le feci sono un mezzo di trasmissione di questa malattia, mi dica con che
criterio un cacciatore che va per boschi a fagiani in compagnia del suo cane non possa
diffondere ugualmente la malattia spostandosi da un bosco allaltro, semplicemente
calpestando gli escrementi o i liquidi organici di un capo infetto. Poi cè un altro
fattore: è risaputo che il cinghiale una volta in difficoltà tende a rintanarsi nello sporco
(cespugli di rovi poco accessibili alluomo che solo il cane riesce ad aggirare,
stanando la selvaggina che vi cerca riparo ndr) e non a scappare: i cani quindi non hanno
nessuna colpa degli spostamenti dei branchi di cinghiali che oltretutto si spostano di
notte, quando di certo noi a caccia non andiamo. Si tratta di una vicenda gestita con
totale incompetenza sullargomento da parte di chi avrebbe potuto risolvere il
problema fin dallinizio".
Quando avete registrato i primo casi di peste suina?
"E iniziato tutto nel febbraio del 97, quando
durante un rally sulle montagne di Cittiglio e Casalzuigno sono stati rinvenuti 2-3
cinghiali morti per cause misteriose; circa un mese dopo altri capi vennero ritrovati da
alcune guardie ecologiche. In un primo momento si pensava al morbo di Augesky, pericoloso
per luomo, poi le analisi successive confermarono che si trattava di peste
suina".
A quel punto la Provincia come si è mossa?
"In un incontro con lAssessore e i tecnici, ci venne
confermato che si trattava di peste suina. A quel punto noi proponemmo labbattimento
(era il maggio 97) di tutti i cinghiali nella zona colpita dallepidemia. Si trattava
a prima vista di un provvedimento cinico, ma era lunica cosa da fare. I tecnici
provinciali si pronunciarono contro questa ipotesi, sostenendo invece lefficacia di
un altro metodo: lasciare le cose come stavano, in modo tale da provocare la morte della
comunità di cinghiali e la successiva immunizzazione dei capi superstiti. Lunica
cosa che potevamo fare, in qualità di cacciatori, era accettare il volere delle
istituzioni".
Quali furono i risultati?
"Il risultato fu la proibizione delluso dei cani per la
caccia al cinghiale, con le motivazioni addotte prima, mentre gli altri cacciatori
potevano tranquillamente utilizzare il cane per le loro uscite. Risultato: nel 98 scoppia
lepidemia di peste suina in Svizzera. A quel punto, sentiti anche gli esperti
svizzeri circa i metodi da utilizzare per far fronte a questa emergenza, retrofront delle
istituzioni: la caccia coi cani riprese e vennero abbattuti circa 500 cinghiali, di cui
100 infetti".
Poi cosa accadde?
"Nella stagione venatoria successiva, da novembre 99 a marzo
2000, ci venne permesso di tornare nei boschi coi cani, con un calendario ricco di uscite:
oltre al sabato e la domenica, si cacciava anche il mercoledì. Il risultato fu
labbattimento di 800 capi, e tra questi solo tre vennero dichiarati positivi: la
linea dei cacciatori, quindi funzionava, perché la malattia era in netto regresso e si
poteva evitare la migrazione in Svizzera già nel 97. In primavera, però, la doccia
fredda: vennero ritrovati altri tre capi positivi dalle guardie ecologiche. Il 14 di
settembre 2000 è stato proibito luso del cane, impedendoci di andare a caccia e
tornando così indietro di tre anni. So con certezza che avevamo ragione fin dal 97;
i dati sulla diffusione dellepidemia ci confermano che lo stop alla caccia serve
solo in alcuni casi ma comunque labbattimento dei capi infetti è fondamentale come
strumento per limitare e debellare la malattia, cosa che è stata fatta in Svizzera
proibendo la caccia nei periodi di maggior diffusione della peste, ma abbattendo i capi
nel successivo periodo calante. Poi un altro fattore che ci irrita: come si fa a emanare
un provvedimento che di fatto blocca la caccia alle soglie della stagione venatoria,
quando per la sola preparazione di una stagione arriviamo a spendere più di un milione a
testa?".