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Ore 16.26.36
Giorno
07/06/07
Un incontro in Provincia per discutere della peste suina
Cuveglio - Intervista con Gianni Ciglia, cacciatore di cinghiali e caposquadra in Valcuvia
"E’ dal 97 che abbiamo ragione"

In una villetta di Cuveglio incontriamo Gianni Ciglia, da sempre cacciatore di cinghiali e da qualche anno caposquadra in Valcuvia. Prima ancora di entrare in casa, ci presenta i suoi compagni di uscite: i segugi da cinghiale, "tre ancora cuccioli, due già grandi, anche se il maschio purtroppo ha solo tre zampe: una se l’è portata via un cinghiale".

Ciglia, perché i suoi segugi sono fermi da quasi un mese?

"Il motivo risiede nel fatto che qualcuno, chi ha il compito di decidere e non sempre è informato di come stanno le cose, ritiene che il segugio spaventi i cinghiali durante le battute di caccia e li faccia migrare in altre zone col pericolo far diffondere la peste suina ai maiali d’allevamento".

Cosa contesta del decreto regionale che impedisce l’uso dei cani?

"Il decreto di fatto non proibisce l’uso di altri cani, come i setter o i bracchi, che possono venir utilizzati per altri tipi di caccia. Ora, visto che le feci sono un mezzo di trasmissione di questa malattia, mi dica con che criterio un cacciatore che va per boschi a fagiani in compagnia del suo cane non possa diffondere ugualmente la malattia spostandosi da un bosco all’altro, semplicemente calpestando gli escrementi o i liquidi organici di un capo infetto. Poi c’è un altro fattore: è risaputo che il cinghiale una volta in difficoltà tende a rintanarsi nello sporco (cespugli di rovi poco accessibili all’uomo che solo il cane riesce ad aggirare, stanando la selvaggina che vi cerca riparo ndr) e non a scappare: i cani quindi non hanno nessuna colpa degli spostamenti dei branchi di cinghiali che oltretutto si spostano di notte, quando di certo noi a caccia non andiamo. Si tratta di una vicenda gestita con totale incompetenza sull’argomento da parte di chi avrebbe potuto risolvere il problema fin dall’inizio".

Quando avete registrato i primo casi di peste suina?

"E’ iniziato tutto nel febbraio del 97’, quando durante un rally sulle montagne di Cittiglio e Casalzuigno sono stati rinvenuti 2-3 cinghiali morti per cause misteriose; circa un mese dopo altri capi vennero ritrovati da alcune guardie ecologiche. In un primo momento si pensava al morbo di Augesky, pericoloso per l’uomo, poi le analisi successive confermarono che si trattava di peste suina".

A quel punto la Provincia come si è mossa?

"In un incontro con l’Assessore e i tecnici, ci venne confermato che si trattava di peste suina. A quel punto noi proponemmo l’abbattimento (era il maggio 97) di tutti i cinghiali nella zona colpita dall’epidemia. Si trattava a prima vista di un provvedimento cinico, ma era l’unica cosa da fare. I tecnici provinciali si pronunciarono contro questa ipotesi, sostenendo invece l’efficacia di un altro metodo: lasciare le cose come stavano, in modo tale da provocare la morte della comunità di cinghiali e la successiva immunizzazione dei capi superstiti. L’unica cosa che potevamo fare, in qualità di cacciatori, era accettare il volere delle istituzioni".

Quali furono i risultati?

"Il risultato fu la proibizione dell’uso dei cani per la caccia al cinghiale, con le motivazioni addotte prima, mentre gli altri cacciatori potevano tranquillamente utilizzare il cane per le loro uscite. Risultato: nel 98 scoppia l’epidemia di peste suina in Svizzera. A quel punto, sentiti anche gli esperti svizzeri circa i metodi da utilizzare per far fronte a questa emergenza, retrofront delle istituzioni: la caccia coi cani riprese e vennero abbattuti circa 500 cinghiali, di cui 100 infetti".

Poi cosa accadde?

"Nella stagione venatoria successiva, da novembre 99 a marzo 2000, ci venne permesso di tornare nei boschi coi cani, con un calendario ricco di uscite: oltre al sabato e la domenica, si cacciava anche il mercoledì. Il risultato fu l’abbattimento di 800 capi, e tra questi solo tre vennero dichiarati positivi: la linea dei cacciatori, quindi funzionava, perché la malattia era in netto regresso e si poteva evitare la migrazione in Svizzera già nel 97’. In primavera, però, la doccia fredda: vennero ritrovati altri tre capi positivi dalle guardie ecologiche. Il 14 di settembre 2000 è stato proibito l’uso del cane, impedendoci di andare a caccia e tornando così indietro di tre anni. So con certezza che avevamo ragione fin dal 97’; i dati sulla diffusione dell’epidemia ci confermano che lo stop alla caccia serve solo in alcuni casi ma comunque l’abbattimento dei capi infetti è fondamentale come strumento per limitare e debellare la malattia, cosa che è stata fatta in Svizzera proibendo la caccia nei periodi di maggior diffusione della peste, ma abbattendo i capi nel successivo periodo calante. Poi un altro fattore che ci irrita: come si fa a emanare un provvedimento che di fatto blocca la caccia alle soglie della stagione venatoria, quando per la sola preparazione di una stagione arriviamo a spendere più di un milione a testa?".

                                    Andrea Camurani

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