Non rende merito alla conferenza la sala napoleonica delle ville
Ponti: sono circa 100 le persone, sparpagliate in una sala troppo grande, a seguire la
seconda giornata del convegno dell International Economic Conferences di Varese
intitolato "Globalizzazione, divisione del lavoro e nuove regole nel mercato
internazionale" la due giorni sulla globalizzazione promossa dalle due università
economiche del varesotto, Insubria e Cattaneo, e da Formas, e che ha impegnato per due
giorni economisti di tutto il mondo e rappresentanti delle principali associazioni
nazionali e mondiali impegnate sulla questione. Un numero significativo, e nella
prima giornata anche superiore, che segnala una presenza incoraggiante di ascoltatori
nella sala congressi da poco entrata tra le proprietà della camera di commercio.
Questanno poi è stata rilevante anche la presenza degli studenti: non solo
universitari, come potrebbe essere naturale vista la presenza delle due università
economiche varesine, ma anche e più sorprendentemente di scuole superiori della zona,
come alcuni studenti del Daverio, che si sono rivelati tra i più attenti uditori.
Questoggi alle ville Ponti il dibattito si è spostato sulle prospettive
dellimprenditoria locale nei confronti del fenomeno della globalizzazione. Un
fenomeno che può mandare in crisi i vari complessi imprenditoriali locali, legati alla
logica del distretto, cioè di una comunanza territoriale tra imprese simili o
complementari tra loro, e che potrebbe essere azzerata o vanificata da un processo che per
definizione elimina le distanze ed i confini.
Una preoccupazione che, secondo i relatori di questa seconda giornata, sembra non debba
esistere: i metodi della new economy infatti non sono destinati a dissolvere le
aggregazioni territoriali tra industrie (e proprio il distretto di Silicon Valley, quello
dove è nata lalta tecnologia per tutti, ne è la prova, secondo il professor
Torrisi della Cattaneo) è, al contrario, una maggiore possibilità per le piccole
imprese.
"Quella della globalizzazione è una sfida, ma anche una straordinaria
opportunità che apre uno spazio di democrazia per il business ha sostenuto
Francesco Bellotti, che è vicepresidente di Confindustria, ma soprattutto presidente
delle piccole imprese - Uno spazio che la politica non ha saputo aprire. Non capire,
però, il salto culturale che la globalizzazione impone può essere fatale per le imprese.
E per fare questo bisogna saper adattare ai nuovi metodi un modello di successo come
quello dei distretti, trasformando la rete materiale in una rete immateriale".
Fin qui tutto bene, laccordo tra i relatori è stato ragionevole. Ma è stato
nelle ultime battute della tavola rotonda moderata da un Mario Talamona spumeggiante e in
vena di animare il dibattito più che moderarlo, che gli animi hanno cominciato a
scaldarsi.
"Siamo tutti daccordo che la globalizzazione ha bisogno di regole, ma quello
che mi preoccupa è quali regole ognuno di noi ha in testa ha detto Rodolfo Helg,
professore di economia internazionale alla Cattaneo e componente del comitato scientifico
del convegno per esempio il segretario nazionale della Cgil ieri ha affrontato il
discorso del lavoro minorile come una pratica da combattere fin da subito: ma il lavoro
minorile è un problema legato allo sviluppo economico, ed è tipico delle economie che
stanno per svilupparsi. Stroncare sul nascere questa pratica significa impedir loro
definitivamente di affrancarsi economicamente dai paesi sviluppati". Una provocazione
forte, che il professor Talamona ha rincarato precisando "Cè una forma di
ipocrisia inconscia, simile a quella della regina di Francia che al suo popolo che non
aveva pane rispondeva di dare brioches, tra coloro che sono contro la globalizzazione:
pensano di battersi a favore dei paesi sottosviluppati, e magari fanno loro solo
danni".
A ribattere a queste opinioni oggi cera Roberto Romano, Il responsabile nazionale
del centro studi Cgil:"Ma non è possibile nel 2000 pensare che lo sviluppo di un
paese si possa avere anche senza lavoro minorile? ha reagito Romano - Mi rendo
conto che il problema è serio, e che non va risolto con slogan pietistici. Ma spero che
anche queste non siano parole, vanificate dalla competizione globale. Spero insomma che la
competizione sul prodotto non paragoni poi, magari sul prezzo, i palloni afganistani e
quelli italiani. Perché in questo caso la situazione del mercato del lavoro invece
che migliorare per i paesi sottosviluppati potrebbe peggiorare per quelli
sviluppati".
Sul filo di lana di questa due giorni dello IECV si sono quindi presentate le
differenze radicali, e una terza giornata di convegno probabilmente avrebbe cominciato a
tirar fuori le vere differenze di opinioni, al di là del desiderio comune di avere delle
regole. Una prospettiva affatto negativa ma necessaria per arrivare ad un progresso
qualsiasi per una vera regolamentazione dell'economia della globalizzazione: ce ne
vorrebbero tanti, di convegni di Varese, per permettere agli attori di questa partita di
misurarsi e scontrarsi tra loro alla ricerca di un compromesso. Senza incontri simili
infatti ogni incontro del WTO, che sia a Seattle, Praga, o alle Maldive, non si risolverà
mai in altro che in uno scontro cieco tra ideologie, che verranno presto tutte sopraffatte
dai fatti.
A questo proposito, va segnalata una nota di demerito tra i (non) partecipanti a questo
convegno: la pressochè totale assenza di rappresentanti della politica, con rari esempi
di soggetti intervenuti che meritano la citazione (come Adamoli e Tosi).