Torna all'economia
E-mail

polibanner.gif (47823 byte)

 

Ore 16.27.59
Giorno
07/06/07
A Varese gli economisti del mondo parlano di globalizzazione "in pace"

Sarà a villa Panza la prima gita degli esperti della globalizzazione

L'Università (Insubria e Cattaneo) e Formas a scuola di globalizzazione

il programma della conferenza

Il sito di Formas

Università dell'Insubria

Università Cattaneo

Varese - La seconda e ultima giornata del convegno IECV ha portato nel concreto delle piccole aziende la questione della globalizzazione
Cavarsela da piccolo imprenditore ai tempi della globalizzazione

Non rende merito alla conferenza la sala napoleonica delle ville Ponti: sono circa 100 le persone, sparpagliate in una sala troppo grande, a seguire la seconda giornata del convegno dell’ International Economic Conferences di Varese intitolato "Globalizzazione, divisione del lavoro e nuove regole nel mercato internazionale" la due giorni sulla globalizzazione promossa dalle due università economiche del varesotto, Insubria e Cattaneo, e da Formas, e che ha impegnato per due giorni economisti di tutto il mondo e rappresentanti delle principali associazioni nazionali e mondiali impegnate sulla questione. 

Un numero significativo, e nella prima giornata anche superiore, che segnala una presenza incoraggiante di ascoltatori nella sala congressi da poco entrata tra le proprietà della camera di commercio. Quest’anno poi è stata rilevante anche la presenza degli studenti: non solo universitari, come potrebbe essere naturale vista la presenza delle due università economiche varesine, ma anche e più sorprendentemente di scuole superiori della zona, come alcuni studenti del Daverio, che si sono rivelati tra i più attenti uditori. 

Quest’oggi alle ville Ponti il dibattito si è spostato sulle prospettive dell’imprenditoria locale nei confronti del fenomeno della globalizzazione. Un fenomeno che può mandare in crisi i vari complessi imprenditoriali locali, legati alla logica del distretto, cioè di una comunanza territoriale tra imprese simili o complementari tra loro, e che potrebbe essere azzerata o vanificata da un processo che per definizione elimina le distanze ed i confini. 

Una preoccupazione che, secondo i relatori di questa seconda giornata, sembra non debba esistere: i metodi della new economy infatti non sono destinati a dissolvere le aggregazioni territoriali tra industrie (e proprio il distretto di Silicon Valley, quello dove è nata l’alta tecnologia per tutti, ne è la prova, secondo il professor Torrisi della Cattaneo) è, al contrario, una maggiore possibilità per le piccole imprese. 

"Quella della globalizzazione è una sfida, ma anche una straordinaria opportunità che apre uno spazio di democrazia per il business – ha sostenuto Francesco Bellotti, che è vicepresidente di Confindustria, ma soprattutto presidente delle piccole imprese - Uno spazio che la politica non ha saputo aprire. Non capire, però, il salto culturale che la globalizzazione impone può essere fatale per le imprese. E per fare questo bisogna saper adattare ai nuovi metodi un modello di successo come quello dei distretti, trasformando la rete materiale in una rete immateriale".

Fin qui tutto bene, l’accordo tra i relatori è stato ragionevole. Ma è stato nelle ultime battute della tavola rotonda moderata da un Mario Talamona spumeggiante e in vena di animare il dibattito più che moderarlo, che gli animi hanno cominciato a scaldarsi.

"Siamo tutti d’accordo che la globalizzazione ha bisogno di regole, ma quello che mi preoccupa è quali regole ognuno di noi ha in testa – ha detto Rodolfo Helg, professore di economia internazionale alla Cattaneo e componente del comitato scientifico del convegno – per esempio il segretario nazionale della Cgil ieri ha affrontato il discorso del lavoro minorile come una pratica da combattere fin da subito: ma il lavoro minorile è un problema legato allo sviluppo economico, ed è tipico delle economie che stanno per svilupparsi. Stroncare sul nascere questa pratica significa impedir loro definitivamente di affrancarsi economicamente dai paesi sviluppati". Una provocazione forte, che il professor Talamona ha rincarato precisando "C’è una forma di ipocrisia inconscia, simile a quella della regina di Francia che al suo popolo che non aveva pane rispondeva di dare brioches, tra coloro che sono contro la globalizzazione: pensano di battersi a favore dei paesi sottosviluppati, e magari fanno loro solo danni".

A ribattere a queste opinioni oggi c’era Roberto Romano, Il responsabile nazionale del centro studi Cgil:"Ma non è possibile nel 2000 pensare che lo sviluppo di un paese si possa avere anche senza lavoro minorile? – ha reagito Romano - Mi rendo conto che il problema è serio, e che non va risolto con slogan pietistici. Ma spero che anche queste non siano parole, vanificate dalla competizione globale. Spero insomma che la competizione sul prodotto non paragoni poi, magari sul prezzo, i palloni afganistani e quelli italiani. Perché in questo caso  la situazione del mercato del lavoro invece che migliorare per i paesi sottosviluppati potrebbe peggiorare per quelli sviluppati".

Sul filo di lana di questa due giorni dello IECV si sono quindi presentate le differenze radicali, e una terza giornata di convegno probabilmente avrebbe cominciato a tirar fuori le vere differenze di opinioni, al di là del desiderio comune di avere delle regole. Una prospettiva affatto negativa ma necessaria per arrivare ad un progresso qualsiasi per una vera regolamentazione dell'economia della globalizzazione: ce ne vorrebbero tanti, di convegni di Varese, per permettere agli attori di questa partita di misurarsi e scontrarsi tra loro alla ricerca di un compromesso. Senza incontri simili infatti ogni incontro del WTO, che sia a Seattle, Praga, o alle Maldive, non si risolverà mai in altro che in uno scontro cieco tra ideologie, che verranno presto tutte sopraffatte dai fatti.

A questo proposito, va segnalata una nota di demerito tra i (non) partecipanti a questo convegno: la pressochè totale assenza di rappresentanti della politica, con rari esempi di soggetti intervenuti che meritano la citazione (come Adamoli e Tosi).  È evidente che in un convegno del genere, di tale spessore e livello di speculazione, non c’era niente da spiegare o insegnare, c’era solo da imparare. E quella di imparare, aldilà dei mille impegni che ognuno di loro sicuramente ha, è evidentemente una pratica poco interessante per i politici, anche se di questo francamente c'è da stupirsi: oltre ad essere uno dei pochi argomenti che coinvolga ancora un pò la coscienza sociale (fatto che dovrebbe importare a chi alla società si rivolge) è per lo meno un argomento che riempie i giornali e che, probabilmente, insieme alle tasse e alla devolution, sarà uno dei leit motiv delle elezioni della prossima primavera.

 

Stefania Radman

Torna all'inizio dell'articolo