Un'aria da duro, da severo, una voce forte e ferma, ma anche un sorriso dolce
accompagnato da una immediata cordialità. L'arrivo a Varese di Federico Danna non è
passato sotto silenzio. "La vostra passione per il basket la si avverte ovunque. In
città mi fermano e mi salutano".
Quarantaquattro anni, metà dei quali spesi da professionista del basket tra Torino, sua
città natale, e Biella. Danna è sposato con tre figli. Vive a Varese, ma appena può
torna a Biella dove è rimasta la sua famiglia. "I ragazzi non sono pacchi postali e
quindi per ora frequentano la scuola lì". Come ha
trovato la squadra al suo arrivo?
«La passata stagione ha lasciato qualche scoria e anche delle cattive abitudini. Bisogna
lavorare seriamente per superare quella situazione».
Cattive abitudini...
«Si, nel nostro lavoro, come in ogni altro, occorre applicazione, costanza e serietà. Il
clima prima era diverso, ora è chiaro che l'allenamento è un momento importante non solo
per ragioni tecniche e atletiche, ma anche per far gruppo. Il basket è gioco di squadra
in ogni senso e i risultati che si ottengono dipendono molto da questo. Non è una
semplice somma delle individualità».
Ora come sta andando?
«Direi bene. Certo siamo stati disturbati da alcuni intoppi, vedi girandola di giocatori
in prova e infortuni, ma sono cose normali e poi è meglio provare e poi scegliere
convinti che non prendere il primo che capita. Dobbiamo aspettare ancora un mese per
recuperare a pieno Wucherer e Di Gliuliomaria».
Alcuni contestano le scelte della società e una campagna
acquisti debole...
«Mah, io dico che occorre avere pazienza. Certo la partenza di Meneghin non ha fatto
felice nessuno e va detto con chiarezza che un giocatore come lui è insostituibile.
Capacità tecniche come le sue non sono comuni e non esiste in Italia nessuno di simile.
Detto questo però credo che bisogna avere coraggio e saper lavorare. Io in questo sono
daccordissimo con la società. Non sono per colpi di mercato altisonanti, meglio crescere
pian piano con una buona base e i giusti inserimenti di giovani».
Lei sembra puntare molto proprio su questi...
«Certo! Cazzaniga è un esempio. Le sue potenzialità sono addirittura superiori a quelle
che pensavo. Ha poca esperienza, ma la farà. Discorso che vale ancora di più per
Allegretti. diciotto anni e un talento formidabile. Giocherà in questo avvio di stagione
per superare la timidezza ovvia alla sua giovane età».
Gli stranieri?
«Brandt è un giocatore versatile, capace di ricoprire ogni ruolo. La sua peggiore
partita è stata quella di Varese, condizionata dall'emozione, ma farà vedere il suo
valore. certo non è un uomo squadra, ma non mi sembra che si voglia questo da lui. Per
Albert Burditt il discorso è diverso. Per ora va bene, speriamo migliori. Può essere il
nostro pivot. Queste partite saranno decisive».
Quali sono gli obiettivi per questa stagione?
«Senza dubbio l'obiettivo minimo è entrare nei playoff. Non sarà facile visto che
saranno solo otto le squadre ad accedervi».
Ma che valore ha questa squadra?
«Non si possono fare previsioni ora. È una squadra nuova, giovane. È nuovo anche il suo
allenatore e un po', anche se poco conterà qualcosa. Dobbiamo lavorare su tempi più
lunghi, che non vuol dire non fare niente di buono quest'anno, ma certo non siamo da
scudetto».
Le altre squadre?
«Senza dubbio quattro più forti di noi, le bolognesi, Treviso e Siena. Molte sono
livellate, ma anche per questo è presto perché ci sono realtà che sono ancora in alto
mare».
La supercoppa è solo un allenamento o ci punta davvero?
«La supercoppa è importante altro che. Lo è perché mette in chiaro il lavoro fin qui
fatto e noi vogliamo vincerlo il girone. Anche qui non sarà facile perché Biella ha una
squadra già preparata e ben messa. La vittoria a Cantù per un punto non deve far pensare
alla fortuna, perché hanno avuto sempre la partita in mano».
Come ha trovato l'ambiente dei Roosters?
«Bello. Del resto una struttura come il Campus è unica in Italia. Lì è casa nostra, ma
anche dei tifosi. È un ambiente che favorisce il lavoro, la serenità. Colpisce molto
l'attaccamento alla squadra. È uno stimolo in più»
Le piace il suo lavoro?
«Sono fortunato perché il mio hobby più prezioso è diventato il mio lavoro. Poi essere
chiamato ad allenare una squadra di club a Varese è un riconoscimento altissimo al mio
lavoro. Ho un contratto di due anni e spero di fare bene».
Lei non cambia spesso?
«Direi proprio di no. Nel nostro ambiente sono un po' una mosca bianca. Dal 1980 al 1994
sono stato a Torino e poi fino alla scorsa stagione a Biella. Lì ho vissuto un'esperienza
davvero bella. La squadra è passata dalla B2 alla A2. Un bel lavoro».
I suoi hobby preferiti?
«Suonare la chitarra, non sono un musicista... è per diletto. Mi piace da morire sciare
e appena posso, molto raramente vado, e ho una passione per gli orologi. Un collezionismo
un po' da ricchi, ma qualcosina me la sono permessa. Poi in particolare mi piace la storia
dell'orologio, dove è nato, come è stato realizzato».
Questa passione per gli orologi richiama subito la precisione con
cui lavora Federico Danna. Sul parquet del Campus lo si sente e lo si riconosce subito.
Non lascia passare le cose, corregge, stimola, sgrida se le cose non van bene. Fa la
faccia scura e poi subito dopo dà i buffetti e i sorrisi che scaldano chiunque anche dopo
una giocata venuta male. Un vero professionista, una vera guida.
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