L'uomo che è riuscito a sposare il rock con le piadine, la Fiat 850 special
con la Cadillac, l'uomo che ha perso le parole ha chiuso il suo live tour a Varese.
Dodicimila persone, molte delle quali venute da fuori, sono accorse all'ippodromo
cittadino per seguire il concerto di Luciano Ligabue che, alla fine della performance, ha
annunciato una lunga pausa di riflessione. Quasi tre
ore tirate di concerto, con tutto il meglio del repertorio da Viva a Libera nos
a malo, passando per il primo 45 giri accompagnato dal primo videoclip, imbarazzante e
casereccio, sparato sul megaschermo. Un concerto tra le pazzie annunciate dei tecnici che,
come vuole la tradizione dell'ultimo spettacolo, hanno imperversato con scherzi e
improvvisazioni. La sensazione è che tutta la band si sia molto
divertita, una grande festa su e giù dal palco.
Ma tutti erano in vena di pazzie, compreso lo stesso Ligabue che, circa a metà concerto,
ha chiamato sul palco il fratello Marco, il più piccolo della famiglia, che ha cantato
una sua canzone dal titolo Questa terra. L'Italia è piena di fratelli volenterosi,
ma francamente, stante l'esibizione, per il Liga junior, come cantante, non sembra esserci
un futuro.
Mentre un futuro come manager potrebbe sorridergli, visto che è proprio il
giovane Ligabue a occuparsi del fans club del fratellone. Funziona bene, è una macchina
rodata e anche nella tappa varesina ha fatto sentire la sua importanza. I fedeli del
rocker di Correggio li riconosci subito: cappello, maglietta, gilè rigorosamente griffati
Ligabue. Come Roberto (nella foto a sinistra), 44 anni, di
Casale Monferrato iscritto al fans club da oltre un lustro. «Quando posso lo seguo
dappertutto. Al concerto di Varese non potevo mancare, perché me lo aspettavo che, dopo
tante fatiche, questo sarebbe stato l'ultimo appuntamento prima di una lunga pausa, quindi
non si poteva perdere».
I dodicimila hanno cantato a squarciagola e ballato sul mondo come
il Liga insegna loro da quasi dieci anni. Lo hanno seguito nelle sue scorribande a
bordo della 850 scappottata e piena di lustrini spinta a mano sulla pedana, che arrivava
nel cuore della folla direttamente dal Bar Mario. Insomma uno show in piena regola a
partire dal palco imponente: tre giorni per montarlo e una struttura che impegna, tra
tecnici e manovali, 120 persone, una comunità variegata che per tre mesi vive in
simbiosi. «Questa per me è una famiglia- dice Fabrizio Dammico, tecnico audio- è
un mestiere che ti fa sentire un po' zingaro, ma molto gratificante ed
emozionante.»
Il rock è un grande calderone, si sa, ci entra di tutto, è una macchina complessa e contraddittoria. È sempre stato così, senza
distinzioni, vale per i Rolling Stones, come per i più nostrani rockettari. Non c'è solo
la musica, ma anche il business e Ligabue non fa
eccezione. Bancarelle con gadgets di ogni tipo delineano il perimetro dello show e Zibi,
giovane polacco di Varsavia, gira tra la gente offrendo i suoi lumini a forma di cuore e
di stella. Sorride Zibi che, non solo nel nome, ricorda l'ala sinistra juventina. Mostra
con orgoglio il suo pass di riconoscimento. «Seguo anche gli 883- dice- la musica mi
piace, ma guadagno poco.» ll business system è anche lì, nello sguardo e nei lumini di
Zibi, pronto a far cadere in contraddizione chiunque lo contesti, seppur con una
canzone. E mentre sul palco si attacca Il mio nome è mai più, sul video
compare il viso di Gino Strada, angelo del bisturi e anima di Emergency, organizzazione
umanitaria che si occupa di interventi di emergenza in favore di tutte le vittime civili
delle guerre. La sua testimonianza e le immagini dello scempio della guerra sono il
momento più emozionante del concerto, quello in cui vale la pena di dire "ho perso
le parole".
|