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Ore 16.27.59
Giorno
07/06/07
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Varese – Dopo la coltellata la convocazione a Roma, e se tutto procede liscio anche un offerta di lavoro: la brutta vicenda accadutagli ad agosto ha portato fortuna a Joshua Morgan
Per Joshua sta per finire il suo limbo di "rifugiato in attesa di giudizio"

morgan.jpg (8341 byte)Joshua Morgan è arrivato, con tre mesi di anticipo sulla media di attesa, al punto finale della sua attesa per ottenere lo status di rifugiato in Italia: è stato infatti convocato a Roma presso la commissione centrale per il riconoscimento dello stato di rifugiato, la commissione che valuta se gli stranieri giunti in Italia da paesi in guerra o dove sono lesi i diritti umani sono nelle condizioni di godere della protezione del nostro Stato.
La convocazione di Joshua,  che è stato protagonista di una triste vicenda di cronaca proprio nei giorni di ferragosto, è arrivata con celerità dopo i fatti a lui successi: si può dire che, per caso o interessamento particolare, l'accoltellamento di un piccolo delinquente del varesotto abbia "portato fortuna" al giovane della Sierra Leone, che aveva avuto dalla fuga dalla sua patria e fino ad allora una vita assai travagliata.

"Sono contento per lui - dice Mario Lotti, il consulente del Consiglio Italiano per i Rifugiati che segue le pratiche dei circa cento stranieri in attesa di una decisione dal Governo italiano sul loro status - La convocazione è avvenuta in tempi celeri: sono passati infatti circa 9 mesi mentre di solito uno straniero attende di più, circa 12 o 13 mesi".

Dalla convocazione a Roma alla conoscenza delle sue sorti, quanto tempo passerà per Joshua?
"Dopo un mese, un mese e mezzo circa dalla convocazione a Roma, dovrebbe essere chiamato dalla questura di Varese, che gli comunicherà ufficialmente la decisione che la commissione ha preso su di lui"

Saprà così se per l'Italia è un rifugiato oppure no...
"Sì: in quel caso gli daranno comunicazione della decisione negativa oppure, in caso affermativo potrà ottenere direttamente il permesso di soggiorno oppure la "striscetta" che lo invita a ritirare il permesso pochi giorni dopo. Ma, in realtà, c'è una terza possibilità: che la commissione centrale neghi lo status di rifugiato, ma contestualmente "raccomandi" alla questura di rilasciargli un permesso di soggiorno per motivi umanitari, proprio a causa della situazione nel suo paese di origine".

Insomma tra circa un mese saprà se potrà lavorare qui in Italia...
"Lo status di rifugiato è molto più che un semplice permesso di lavoro: chi lo ottiene è di fatto equiparato ad un cittadino italiano, eccezion fatta per il diritto di voto". 

Quanto sono i rifugiati del vostro sportello ancora in attesa della convocazione a Roma?
"Tutti... Faccia il conto: di persone che si sono rivolte al nostro sportello quest'anno sono circa una settantina. Ad aver già ricevuto risposta sono stati in tre".

Per Joshua, se le risposte della commissione saranno almeno parzialmente positive, c'è già in attesa una proposta di lavoro:  una azienda di Olgiate Comasco, la SISME, ha già dato la disponibilità ad assumere il ragazzo nel caso ottenga il permesso di soggiorno "Ho letto un trafiletto su "La Provincia" di quello che era successo a questo ragazzo - spiega Alessandro Baietti, responsabile Risorse Umane dell’azienda olgiatese - e siccome ho capito che aveva dimestichezza con l'area meccanica (Joshua è ingegnere n.d.r.), e la nostra azienda sta effettuando assunzioni, mi è sembrato giusto dargli un'opportunità".

Tutto è bene quello che finisce bene, quindi, per Joshua Morgan. "Ma è una bella storia solo se questo caso può essere occasione di sensibilizzazione per la condizione di tutti gli stranieri in attesa di risposta dallo stato italiano – ammonisce il responsabile per gli stranieri della Cgil di Varese Flavio Nossa – molto meno se invece si è velocizzata una sola pratica al solo scopo di lavarsi la coscienza in un caso eclatante come quello di Joshua Morgan. Ci sono disegni di legge che dovrebbero recepire la convenzione di Ginevra che giacciono da anni in parlamento, senza le quali i tempi per i rifugiati continuano ad essere biblici".

Stefania Radman 

                                       

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