Ha da poco passato la trentina e ha una passione
che ha tradotto in professione: il calcio, quello scritto. Vito Romaniello ha
iniziato a scrivere di pedate e palloni a quattordici anni, quando le figurine Panini non
dovevano pagare lo scotto della sentenza Bosman e i miti del calcio erano ancora delle
bandiere senza prezzo. Faceva le radiocronache per RVM, poi il corrispondente per La
Stampa e Tuttosport.
Oggi è giornalista professionista, ha 16 pubblicazioni alle spalle e, come lui
stesso ammette, gongolandosi un poco, arriva qualche «riconoscimento alla vera gavetta»:
1994 Premio Città di Varese, 1999 Premio Nazionale Cantello
e, nel 2001, il prestigioso Premio Gino Palumbo, dedicato al famoso
direttore della Gazzetta dello sport . Il premio gli è stato assegnato per il giornalismo
sportivo televisivo. In quindici anni di attività giornalistica ha realizzato più di
600 telecronache.
(sopra: Il presidente della Lega di C, Mario Macalli, consegna a Vito
Romaniello il Premio "Cantello 1999")«Per
me è una grande soddisfazione - dice Romaniello - il Palumbo è un premio che viene dato
a personaggi che si sono distinti a livello nazionale nel mondo sportivo nei rispettivi
settori di competenza. Professionalmente è importantissimo, vuol dire che qualcuno mi
osserva».
Nel giornalismo sportivo ha due miti: Giorgio Tosatti, guru del
commento calcistico, e Darwin Pastorin, passione e cuore italo-carioca. «Di Tosatti
ammiro il rigore, l'ordine, la capacità di analisi, mai disgiunta dai dati, che sono
fondamentali se si vuole commentare seriamente un fatto sportivo. Sono i dati che ti danno
la capacità di vedere oltre e magari di segnalare qualche talento. Io l'ho fatto con
Possanzini o con lo stesso Serse Cosmi, quando allenava in serie C. Di Pastorin, invece,
amo la passione, la magia della penna, lui scrive con il cuore e ti conquista».
Per il futuro ha un grande progetto editoriale e un'unica certezza,
"le partite non finiscono mai".
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