| Un "martedì
dei professori" interamente dedicato alla memoria di Antonio Scarpa, quello svoltosi
alla Palazzina della Cultura. Un omaggio sentito e dovuto ad un grande scienziato,
scomparso nel gennaio dello scorso anno, il cui contributo è stato fondamentale per lo
sviluppo dell'etnomedicina, o etnoiatria, secondo il gergo specialistico. A parlare
dell'opera di Scarpa sono stati chiamati i professori Antonio Guerci, ordinario di
antropologia all'Università di Genova, Giuseppe Armocida, docente di Storia della
Medicina all'Università dell'Insubria di Varese e la ricercatrice Jutta Birkoff. Antonio Scarpa con Varese ha un legame particolare. Infatti, nel
1967, è proprio nella Città Giardino, presso l'ospedale di Circolo, che sorge, grazie
all'impegno e all'opera dello scienziato, l'Istituto Italiano di Etnoiatria, accompagnato
da una prima rivista internazionale di Etnomedicina. Lo studioso ha lasciato un patrimonio
ricchissimo delle sue ricerche: oggetti, fotografie, documenti filmati e registrazioni.
Una vastissima testimonianza delle altre culture mediche, risultato di oltre sessant'anni
di peregrinazioni condotte in ogni parte del globo, l'ultima delle quali è datata 1992,
in Nord-Africa.
Scarpa ha una formazione scientifica tradizionale, è un
medico occidentale e, da buon scienziato, cerca di superare l'impostazione e gli schemi
classici confrontandosi con modelli culturali nuovi e con tradizioni mediche differenti,
tenendo conto del contesto socioculturale di riferimento. Molte delle testimonianze
raccolte dallo studioso sono conservate dal Museo omonimo, all'interno del palazzo che
ospita la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova. «È un patrimonio
ricchissimo e importante - ha detto il professor Antonio Guerci, attuale conservatore del
museo e direttore dell'Istituto di Antropologia fisica -che cerco non solo di mantenere e
conservare, ma anche di arricchire. Il museo è nel suo genere un vero unicum, non
soltanto nel panorama museale europeo: si tratta dell'unico museo interamente dedicato
alla raccolta, alla conservazione e alla valorizzazione di oggetti legati alle diverse
tradizioni mediche del mondo. E' una "restituzione" del sapere ai gruppi umani
che, nel corso dei secoli della loro storia, lo hanno elaborato».
Gli oggetti esposti nelle sale del museo sono stati
classificati secondo due diversi criteri: una suddivisione geografico-temporale e una
suddivisione tematica.L'itinerario museale inizia con la medicina Ayurvedica, che
appartiene alla tradizione indiana. «Il nostro museo - ha proseguito Guerci- è l'unico
al mondo ad avere le maschere dei 18 sannia, cioè i demoni portatori di malattie,
appartenenti alla tradizione demonologica ayurvedica». Si prosegue con la medicina
tradizionale cinese, araba e così via.
Antonio Scarpa ha lasciato, dunque, un patrimonio
prezioso. Culture, segni, oggetti che in alcuni casi sono andati estinti persino nei
gruppi umani da cui provengono. La sua ricerca, indirizzata anche all'etnofarmacologia, ai
rimedi utilizzati nelle altre tradizioni mediche, lo aveva portato ad affermare che il
futuro dei farmaci andava cercato in fondo al mare e in particolare nei conidi. Una felice
intuizione recentemente confermata dai maggiori istituti di ricerca scientifica.
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