| Che cosa rimane di un uomo, di ciò che ha fatto e delle lotte
che ha portato avanti. Ancor più se si tratta di un sindacalista. «Ci devi credere» ti
ripetono tutti quelli che lo fanno o che lo hanno fatto. «È la passione che ti dà la
forza e anche la speranza di cambiare qualche cosa», dice un delegato presente tra il
pubblico della Sala Napoleonica.
Laddio di Giuseppe Sofia, al sesto congresso della Cisl varesina, è laddio di
uno che ci ha creduto fino in fondo, nel bene e nel male, come sarebbe stato in un
matrimonio felice e ben riuscito. Sofia ci ha creduto fino alla lettura della sua
relazione, lultima volta da segretario generale. Quasi trenta pagine, lineari. Il
passato e il futuro: "che cosa abbiamo fatto" e "che cosa abbiamo
intenzione di fare", non a caso lo slogan del congresso è "Abitare il
futuro".
Il segretario uscente legge fino all'ultimo capitolo, "Un saluto". S'interrompe
e riprende, ma alla fine cede ad un pianto commosso, chiude la cartellina rossa e scende
dallo scranno, con la mano sul volto. L'applauso dei delegati presenti nella Sala
Napoleonica e l'abbraccio della nuova dirigenza, al suo fianco al tavolo dei relatori,
segnano il definitivo passaggio delle consegne. In sala ci sono i colleghi e i personaggi,
non solo alleati, che hanno accompagnato la sua vita da sindacalista: Bellorini
dell'Univa, Ivana Brunato della Cgil, Marco Molteni della Uil, i padri storici dela Cisl
Varesina, Emilio Zeni e Emilio Boldrini, il presidente dell'Inps. Arrivano anche i
saluti di Gianni Mazzoleni della Cna e Gianni Lucchina della Confesercenti.
(sopra: Giuseppe Sofia)
Giuseppe Sofia lascia dunque la sua
organizzazione sindacale per "quiescenza". Il burocratese, si sa, non dà spazio
alla commozione, è un linguaggio a parte, senza emozione. Dentro quella definizione ci
sono la vita e il percorso di un uomo iniziato a metà degli anni '60. «Il sindacato è
stato una svolta felice nella mia giovane esistenza - dice il segretario uscente- .
Partecipavo in quegli anni per la prima volta agli scioperi per il rinnovo del contratto
dei metalmeccanici e anche alla prima assemblea di categoria tenutasi a Genova nel 1969».
Sofia, a seguito di quello sciopero, fu licenziato. Nel 1970, grazie allo Statuto dei
lavoratori, decise e poté fare il sindacalista a tempo pieno. «Io sono come si dice un
sessantottino, ormai tra i pochi rimasti, per ragioni anagrafiche. Faccio parte di quella
generazione che non si è mai considerata perdente, nonostante quello che dice Gaber, anzi
mi ritengo onorato di aver fatto parte della famiglia dei grandi talenti, come dice un
noto cantante, che hanno contribuito allo sviluppo democratico del movimento sindacale e
della Cisl in particolare».
Che cosa farà ora Giuseppe Sofia? «Lascio un'organizzazione
sindacale in salute (sono oltre 30mila gli iscritti n.d.r), in possesso di tutte le
risorse umane in grado di rispondere a nuovi bisogni di assetti futuri. Quanto a me ho
espresso la mia disponibilità a restare ancora a servizio della Cisl se la stessa
riterrà ancora utile il mio contributo in altri ambiti. Comunque vadano le cose e seppur
con un ruolo diverso continuerò ad essere legato al destino e all'avventura di questa
grande scuola di vita che è la Cisl».
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