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| Musica - Laura
Escalada, moglie del Maestro argentino Astor Piazzolla, è in Italia. Martedì 20 sarà
presente presso la Sala Sopracenerina in Piazza Grande
a Locarno per il triplo concerto dedicato alla figura di Astor Piazzolla |
| Il Maestro
Astor negli occhi di Laura |
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- È una bella donna, Laura Escalada Piazzolla. I lineamenti gentili e
gli occhi sfavillanti, una forza e una gioia di vivere travolgenti. Parla a ruota libera
di tutto, dell'Argentina, della musica, dei suoi viaggi e del Grammy Awards, appena
ricevuto dal disco di Yo-Yo Ma.
- Però è solo quando parla dell'amato Astor che la sua voce cambia
e i suoi occhi diventano ancor più luminosi. «Ci siamo conosciuti nel 1976 -
dice- e siamo rimasti insieme fino al 1992. Sedici anni». Faceva la cantante lirica,
quando lo ha conosciuto. Ha lasciato tutto per lui. Lo ha seguito in capo al mondo,
tournée dopo tournée, condividendo con il geniale musicista ogni momento. Ha vissuto per
lui e con lui, e continua a farlo tuttora.
Perché la decisione di dare vita a una Fondazione?
- «Astor mi ha dato tutto, e la Fundacion International a lui dedicata
vuole essere un piccolo segno di riconoscenza oltre che di continuità della sua opera. Il
mio quintetto lo porta ancora nel mondo e il mondo risponde sempre. Piazzolla è un genio
riconosciuto della musica del novecento, un patrimonio culturale che non si può
disperdere.
Astor ha avuto più riconoscimenti all'estero che in patria. L'Europa e gli Stati Uniti lo
hanno amato e gli hanno attribuito il giusto peso nel panorama musicale. La fondazione non
riceve aiuti e riconoscimenti ufficiali da parte delle istituzioni argentine. Io e pochi
amici ci occupiamo di tutto, organizzare tournée e conferenze nel mondo».
- Nessuno è profeta in patria
«Questa è una frase che non sopporto, che ho cancellato dal mio frasario. È
tremendamente triste pensare che un artista non possa essere profeta nella sua terra.
Anche se poi nella realtà dei fatti è andata così. Astor genio riconosciuto nel mondo,
ma non completamente nel suo paese».
È anche per questo motivo che per molto tempo avete vissuto all'estero?
«La scelta di vivere per un lungo periodo a Parigi, ha molte ragioni. Certamente il
Vecchio continente e gli Stati Uniti avevano capito Piazzolla e la sua musica. E per un
artista la possibilità di esibirsi, di trovare spazi è fondamentale anche per la sua
creatività. Io preferisco ancor più gli States, un mondo nuovo e giovane dove le
tensioni artistiche sono tangibili. Ovunque ti giri ci sono teatri e luoghi dove esprimere
la propria arte».
Quali possono essere le ragioni di questo destino?
«Ogni rivoluzione culturale, comprendente quindi anche quelle musicali, può
generare questo tipo di cose. Astor Piazzolla ha rivoluzionato il Tango, il suo bandoneón
osa dove altri musicisti non si spingono. Il suo è un tango innovativo, che rompe le
regole classiche».
Horacio Malvicino, Fernando Suarez Paz, Pablo Ziegler, Héctor Console sono stati
i musicisti che hanno avuto un peso nella storia artistica del Maestro. Qual era il
suo rapporto con il famoso Quinteto?
«Astor è molto umano, e soprattutto ha il senso della democrazia. Con i suoi
musicisti condivide tutto. Penso che sia uno dei pochi grandi ad aver fondato una
cooperativa con i suoi musicisti. Parti uguali per tutti. Anche se, a posteriori, su
queste scelte io sono molto critica».
Lei parla del Maestro Piazzolla come se fosse ancora presente
«Sì è vero. Per me lo è. A volte accadono delle cose strane. Spesso nei concerti ho la
sensazione che lui sia lì a guardare e controllare che tutto vada per il meglio.
Astor ci guarda e ascolta la sua musica. A questo proposito ho un aneddoto
simpatico. Ero stata invitata in un paesino in Argentina per l'inaugurazione di una via a
lui intitolata. Arrivata al paese mi guardarono un po' tutti stupiti, forse non si
aspettavano che presenziassi alla cerimonia. Alla fine decisero di dedicargli una
piazza. E così per festeggiare misero in piedi anche uno spettacolino. C'era un omino
simpatico con una piano elettrico. La gente ballava, c'era la carne sulla brace, una
normale festa di paese insomma. Era una giornata bellissima anche se in pieno inverno. Il
cielo terso, un bel sole che scaldava, non una nube all'orizzonte. Ad un certo punto
arrivò un cantante, che si rivolse a me dicendomi che non conosceva il repertorio di
Astor. Però per l'occasione avrebbe cantato Chiquilin de bachin , un pezzo
famoso per pianoforte e voce. Ebbene il cantante si rivelò uno strazio, stonato e fuori
tempo. Una vera catastrofe. Ad un certo punto il tempo cambiò repentinamente e si levò
un vento così forte e insistente da far volare via gli spartiti. I due poveretti furono
costretti a rincorrere parole e musiche per la piazza. Era intervenuto Astor».
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Michele Mancino
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