«Ogni volta che parlo con i miei colleghi italiani mi accusano di portar via
la manodopera». Ecco qui in poche parole la questione centrale che oltre al nord Italia
sta vivendo anche il Canton Ticino con le sue industrie. A parlarne è un esperto, Sandro
Lombardi, direttore dell'associazione industrie ticinesi. Come tanti dirigenti di questo
piccolo Cantone ha una pelle anche italiana. Come tanti unisce la cordialità alla
professionalità e all'informalità. Lombardi è uno dei novanta parlamentari del Gran
Consiglio, il Parlamento ticinese. Un uomo che conta, ma che fa della semplicità e
dell'ottimismo due suoi veri cavalli di battaglia. Lombardi, la Lega unisce Varese al Ticino?
«Sembrerebbe, ma in realtà sono fenomeni diversi.
Dovrei parlare solo male del nostro Bignasca, se interpretassi in modo ortodosso la mia
attività parlamentare, ma non ne sono capace perché rimane comunque una persona leale,
anche se Bossi al confronto sembra un milord inglese. Entrambi i movimenti prendono spunto
da un forte malcontento generale, ma qui si spiega davvero meno e soprattutto si capisce
ancor meno chi li vota. Ma, anche se la politica è la mia passione, passiamo ad
altro...»
Quante sono le aziende industriali?
«In Ticino anche aziende molto piccole, a partire
dai sei addetti, sono considerate industriali. Quindi con i nostri parametri abbiamo circa
500 unità. In realtà, se si considerano gli standard europei ce ne sono circa 200».
Quanti sono gli addetti?
«Meno di un quarto degli occupati. Circa 28mila di cui solo un quarto sono ticinesi.
La cultura industriale nel Ticino si è sviluppata poco ed è poco radicata nella società
perché la popolazione è tradizionalmente impiegata in altri settori. Il traforo del San
Gottardo nel 1882 è una data storica per l'economia ticinese. Il mercato interno molto
ristretto e gli ostacoli dovuti alla catena alpina da una parte e al confine politico con
l'Italia dall'altra, sono da considerare come le cause principali del decollo
relativamente tardo dell'industria ticinese. Negli ultimi 20 anni ci sono stati diversi
cambiamenti. LAiti ha iniziato a contare e ad essere riconosciuta. Anche a livello
legislativo sono state emesse leggi che incentivano e aiutano le aziende industriali».
Quali sono i settori più forti?
«Sono due. Labbigliamento, che una volta era trainante e la meccanica
elettronica. Per capire come va la congiuntura noi siamo soliti analizzare le aziende di
quest'ultimo tipo. Se vanno bene loro si può star tranquilli. Questo è un buon periodo
di congiuntura. Abbiamo commesse per diversi mesi quando invece eravamo abituati a
lavorare con prospettive molto più brevi».
Come vivono gli industriali ticinesi la globalizzazione?
«Come gli altri. Con preoccupazione. La differenza da noi è che invece la
popolazione non avverte questo pericolo perché considera l'industria insignificante. Del
resto l'agricoltura ha sempre avuto un peso politico maggiore e subito dopo viene il
terziario. Basta pensare a cosa rappresenta il sistema bancario. Per gli industriali la
questione invece è seria e molto sentita. Abbiamo operato delle scelte di qualità. Non
avendo materie prime e subendo la forte concorrenza sul piano del costo del lavoro, si è
privilegiato prodotti di nicchia con un'alta tecnologia e con forte valore aggiunto».
Qual è allora il problema maggiore dei vostri associati?
«La mancanza di manodopera. In questo siamo simili
ad alcune zone della Lombardia. Con una differenza sostanziale però. Da voi c'è una
cultura industriale ormai radicata. Ci sono ancora giovani disposti a fare quel lavoro. In
Ticino questa mentalità non c'è. Inoltre, con gli anni, sono state introdotti dei
provvedimenti a tutela dei disoccupati. Questi per due anni hanno diritto al 70-80% della
retribuzione e quindi sono meno incentivati ad andare a lavorare nell'industria. Da oltre
un anno nelle liste di disoccupazione non abbiamo più quasi nessun nominativo da poter
attingere».
E come fate?
«Li cerchiamo ovunque e, quindi, anche da voi... ma non è facile nemmeno questo. Nel
1997 abbiamo fondato Actor il cui scopo principale è quello di raccogliere e soddisfare
le necessità di personale delle imprese industriali del Cantone Ticino. ACTOR opera
quindi dall'interno del mercato del lavoro, in particolare quello legato alla
disoccupazione, partendo dai bisogni delle imprese industriali (posti di lavoro vacanti)
piuttosto che dalla sola e semplice offerta (l'insieme dei disoccupati)».
Ma se la situazione è questa, come mai il Ticino ha bocciato gli accordi
bilaterali?
«Per paura e per la forte presenza di un movimento come la Lega. Si è fatto leva sul
timore che l'apertura, seppur molto parziale e diluita nel tempo, avrebbe potuto far
entrare tanti stranieri e diminuire i salari. In realtà questo fenomeno dovrebbe
avvantaggiare la nostra realtà e comunque abbiamo predisposto una commissione proprio per
osservare il corretto utilizzo degli accordi. Altro aspetto positivo degli accordi è
quello che potrebbe portare ad un abbassamento dei prezzi, fattore molto positivo per la
nostra economia. Certo dal 2002 potremmo subire la concorrenza per esempio dei vostri
artigiani, ma questo avrà un periodo di accompagnamento in cui il nostro ruolo e quello
dei sindacati sarà centrale».
A proposito di sindacati, come è possibile che regga così a lungo la
concertazione?
«La pace del lavoro dura, in effetti, dal 1937. È
da allora che non ci sono più scioperi significativi. Sindacati e imprenditori sono
obbligati a sedersi allo stesso tavolo per discutere e risolvere i conflitti. Nello
specifico noi con l'Ocst (cristiani sociali) e FLMO (metallurgici e orologiai) abbiamo
fondato un forum industriale per definire insieme le politiche. Questo schema di lavoro
del resto è in sintonia con il nostro sistema politico dove la democrazia è davvero
diffusa e si tiene conto del parere di tutti».
A proposito del sistema politico, le ultime elezioni sembrano aver indicato una
certa insofferenza verso il consociativismo...
«Certamente esiste una forte spinta verso la polarizzazione delle forze politiche. La
vittoria dell'Udc ne è una riprova. Il partito socialista perde il primato dei voti, ma
non arretra. A farne le spese sono i partiti di centro e questo potrebbe portare
lentamente alla fine dell'esperienza svizzera. Il fatto che ogni partito avesse un ruolo
di governo ha garantito per anni la stabilità non solo politica, ma anche sociale. Un
aspetto di cui hanno beneficiato tutti e non solo i residenti».
Per chi volesse investire in Ticino la stabilità del vostro paese è portato come
uno dei punti di forza. Ce ne sono altri?
«Quando si parla della Svizzera è ricorrente sentire che è un paese estremamente
caro. Il Ticino non fa astrazione da questa opinione. Ma in realtà, da un punto di vista
complessivo la Svizzera, e per quanto ci concerne il nostro Cantone, sono in grado di
offrire condizioni ottimali per lo svolgimento dell'attività imprenditoriale. Siamo un
Paese politicamente e socialmente stabile; in ambito economico conosciamo da decenni una
pace sociale fra i partner economici (imprenditori, sindacati), che permette di coniugare
al meglio le esigenze delle imprese e le prerogative dei lavoratori, attenuando
notevolmente i conflitti fra le parti sociali. Siamo dotati di infrastrutture e vie di
comunicazione di prim'ordine (strade, autostrade, ferrovie), che permettono rapidi quanto
efficienti collegamenti all'interno del paese e verso l'estero. Queste infrastrutture,
sarà il caso soprattutto di quella ferroviaria nei prossimi anni, sono costantemente
oggetto di verifiche e di investimenti per l'ammodernamento, nell'ottica anche di un
consolidamento della piazza economica elvetica. Insomma, se si esclude il costo della
manodopera che è più alto, ma non determinante, possiamo affermare con certezza che
conviene investire in Svizzera. È un sistema efficiente e lo Stato non è visto come un
nemico. In 24 ore si hanno tutte le risposte a qualsiasi dubbio, sia legislativo, che
fiscale».
Sandro Lombardi è nato a Viterbo
nell'aprile del 1951.
Nonno ferroviere, genitori viterbesi. "Mio padre ha fatto il giocatore di biliardo,
l'impiegato al consorzio agrario e poi il ferroviere". Nel 1957 si trasferì a
Como e nel 1959 a Chiasso.
Diplomato all'Itc di Como si è poi laureato in Giurisprudenza alla Statale
di Milano "quando il rettore era Capanna".
Ha vissuto quegli anni con una grande attenzione verso i fatti ticinesi. "Ho fatto di
tutto per non andare a lavorare in banca. Poi mi sono comunque occupato di finanza
lavorando tra Milano e Lugano con il gruppo Bagnasco".
Nel 1985 ha iniziato a collaborare con l'Aiti di cui è ora direttore.
Nel 1995 è stato eletto parlamentare del Gran Consiglio, il Parlamento centrale
del Ticino, per il PLRT. LIberale, si proclama di centrodestra.
"Felicemente divorziato", si è risposato quattro anni fa. Ha due figlie
di 15 e 17 anni.
Hobby: "venti chili fa lo sport subacqueo. Oggi la politica".
Ama la Toscana e Lucca dove va spesso in vacanza.
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