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07/06/07

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Libri - Milano di fine anni Cinquanta tra vita quotidiana e primi casi di corruzione politica
L’opera prima di Gino & Michele

Come d’incanto Milano ritrova se stessa, la sua storia. Scorci di vita e di luoghi che sembra impossibile siano esistiti. Due lavori a distanza, Chiedimi se sono felice di Aldo, Giovanni e Giacomo e Neppure un rigo in cronaca di Gino & Michele hanno il pregio di esaltare bellezze del capoluogo lombardo.

Il libro, opera prima scritta come romanzieri, è davvero bello. I due autori hanno dimostrato di non essere solo due abili giocatori di parole, ma anche due bravi narratori. Lo hanno fatto per loro e sicuramente per i loro amici coetanei, ma questo non fa che accrescere le loro doti.

Le storie di Neppure un rigo in cronaca sono tre e si intrecciano con semplicità, ma c’è da credere che siano state solo un pretesto per raccontare come era Milano alla fine degli anni Cinquanta. Può essere giudicato pericoloso ribaltare così il veloce scorrere degli eventi del libro, ma le parti descrittive di quella vita, che davvero non esiste più sono veramente eccezionali.

A raccontare gli eventi sono due bambini, che riescono comunque a intrecciare con la loro quotidianità due situazioni molto più grandi di loro, la vita degli adulti nel quartiere e i fatti legati ad un furto come azione politica contro i primi germi della corruzione.

"Di quel che ci successe, sarebbe meglio dire, perché di quegli accadimenti, anche se non fummo diretti protagonisti, restammo e resteremo testimoni per sempre. Eravamo bambini, ci stavamo godendo gli ultimi caldi di quell’estate milanese… Figli della piccola borghesia del quartiere, avevamo adottato come esclusivo luogo di ritrovo la Piazza…. Insomma, di noi tutti, alla comunità adulta non sfuggiva nulla. E a volte erano botte, quando si tornava a casa".

I giochi, le passioni e perfino l’amore per la piccola Madù sono raccontati con una delicatezza e con un realismo da grandi autori. La storia e la vita dei bambini scorre in una città che sta cambiando. Una città che da lì a poco sarebbe diventata irriconoscibile. Nella Piazza si incontrano umanità e storie diverse. Silvio, il maestro, Defendente Lopane, gelataio comunista, Gilberto il barista tabaccaio, il giornalista frustrato Carlo Brusa e il poco di buono Mitri. Racconti di vita che si intersecano al vivere quotidiano dove si andava al bar per vedere alla Tv il Musichiere o Lascia o raddoppia. Una televisione che è momento di aggregazione e di socializzazione e non luogo di alienazione e di solitudine.

Sullo sfondo, ma protagonista a pieno, come si diceva, la vita quotidiana. L’apertura del secondo capitolo con due pagine sui tinelli e le sale da pranzo è esilarante. "Chi non c’era non potrà mai capire cosa significavano i tinelli". Gino & Michele hanno reso un servizio al costume dell’epoca. Righe di parole in cui milioni di persone potrebbero ritrovarsi e sorridere per come cambia la realtà.

Ma il 1957 è l’anno dell’inaugurazione della Torre Velasca, costruzione che diventa l’emblema di una città che vuole crescere e che anche visivamente impone un modello di sviluppo. Questo stravolge la vita dei milanesi e porta con se i primi germi della corruzione. I nostri piccoli protagonisti si ritrovano così a giocare agli eroi contro il crimine politico e vogliono smascherare malefatte che partono addirittura da dentro il Governo del Paese. La storia è un affare di tangenti che un’azienda avrebbe pagato per assicurasi commesse di lavoro in Iran grazie al dinamismo di Enrico Mattei e dell’Eni. Questo scenario, costruito bene è forse però la parte meno credibile del romanzo. Troppo grandi e rischiosi i fatti perché una banda di semplici cittadini si trasformi in una sorta di Robin Hood collettivo. Ma il, libro resta pur sempre un romanzo e Gino & Michele, con molta attenzione e fair play, lo chiudono facendo venir la pelle d’oca su quanto assistiamo ai giorni nostri. "Adesso c’è il figlio (del politico corrotto dell’epoca, ndr)… che da politico moderno è anche peggio dei suoi predecessori. Lui si che il mestiere lo fa bene. Perché, come diceva Mastroianni nei Soliti ignoti: rubare è un mestiere impegnativo. Ci vuole gente seria, mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare…"

Marco Giovannelli

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