L'attivo unitario segna un punto di arrivo importante sia per i
lavoratori metalmeccanici sia per la Fim, Fiom e Uilm. Quali sono stati i passaggi
salienti, comprese le conflittualità, che hanno portato alla nuova piattaforma
unitaria?
«L'intesa tra le tre organizzazioni è stata piuttosto travagliata perché dietro alla
cifra da chiedere si è posto il problema del ruolo del contratto nazionale nella
strategia rivendicativa della categoria. In particolare per la Fim questo ruolo, in
materia di salario, deve limitarsi al recupero del potere d'acquisto, per la Fiom dovrebbe
distribuire anche una parte della produttività, da qui due richieste economiche
inizialmente diverse. La Fiom ha inoltre dovuto gestire la spinta salarialista di
alcune sue componenti, che sono contrarie alla politica dei redditi su cui si è fondata
la riforma della contrattazione del 1993 e che hanno visto nel rinnovo di questo contratto
l'occasione per mettere in crisi quella politica. Alla fine, chiarito che per tutte e tre
le organizzazioni il ruolo del contratto nazionale non è comunque in discussione,
la cifra delle 135.000 lire su cui si è trovata l'intesa è stata considerata una
mediazione soddisfacente per tutti».
(nella foto sopra Sergio Moia responsabile provinciale della Fim)
Quali sono gli aspetti economici e politici
innovativi della nuova piattaforma ?
«Dell'aspetto economico ho già detto. Posso precisare che per il recupero del potere
d'acquisto sulla retribuzione media di un lavoratore metalmeccanico servirebbero 120.000
lire mensili, quindi si è chiesto qualcosa in più, in ragione del buon andamento
dell'economia e del settore. Da un punto di vista politico la parte innovativa della
posizione di Fim Fiom Uilm è quella programmatica, cioè la decisione di affrontare nel
prossimo rinnovo della parte normativa del contratto, quindi tra due anni, due nodi
spinosi nel confronto con la nostra controparte. Mi riferisco al problema della
generalizzazione della contrattazione di secondo livello, anche con l'introduzione della
contrattazione territoriale per le piccole fabbriche, ed a quello di un'ampia riforma
dell'inquadramento professionale. Di questo secondo aspetto siamo particolarmente
soddisfatti a Varese, perché è proprio in alcune fabbriche importanti della nostra
provincia che sono stati fatti accordi molto innovativi, tali da contribuire a convincere
le Segreterie nazionali che ormai i tempi sono maturi per metter mano a questo istituto
contrattuale, ancora fermo alla stesura dei primi anni '70».
Federmeccanica ha già mostrato di non gradire le
rivendicazioni presenti nel documento unitario. È solo tattica precontrattuale o si
ipotizza uno scontro sociale?
«È difficile dirlo oggi. Il contratto è stato spesso utilizzato da
Federmeccanica per obiettivi "politici" sia interni alla
Confindustria, che nel confronto con il Governo e quindi non ci
sarebbe da stupirsi se le tensioni sociali e politiche che già si
prospettano per i prossimi mesi finiscano per essere ulteriormente alimentate anche dal
nostro contratto. Noi vogliamo evitarlo e coerentemente abbiamo preferito risolvere i
problemi interni al sindacato prima di presentare la piattaforma, piuttosto che
trasformarli in una possibile fonte di conflitti successiva. Del resto la cifra richiesta,
come ho detto, è molto vicina a quella utile alla copertura del potere d'acquisto. Non si
è chiesto molto di più, come pure qualcuno chiedeva. Se a questo sommiamo l'andamento
positivo del settore e la diminuzione del prelievo fiscale sulle imprese prevista dalla
finanziaria per il 2001, non vedo ragioni
economiche e sindacali per uno scontro sociale.
La Fim da tempo sostiene l'importanza della
contrattazione territoriale, perché ? È su questo aspetto che bisogna aspettarsi, come
lei afferma, "delle sorprese"?
«Dagli anni '50 la Cisl sostiene che la contrattazione non può essere solo nazionale,
perché in questo caso se si ottengono aumenti salariali sopportabili solo dalle aziende
con i più alti tassi di produttività, si mettono in crisi le altre o, per evitare
questo, si produce inflazione, che finisce per rimangiarsi gli aumenti. Se, nell'altro
caso, si riducono gli aumenti salariali per renderli sopportabili anche alle aziende che
stanno peggio, si regalano soldi a quelle che potrebbero riconoscere salari più alti. La
riforma della contrattazione del 1993, di cui ho parlato prima, risolve questo problema
riconoscendo il diritto ai due livelli di contrattazione. Quello nazionale finalizzato al
recupero del potere d'acquisto dei salari, quello aziendale per il recupero al salario
della produttività, più o meno alta secondo l'andamento dell'azienda. Lo schema funziona
bene per le aziende in cui si fa contrattazione interna, ma per quelle in cui non si
contratta perché all'interno non c'è il sindacato, sostanzialmente la grande maggioranza
delle aziende piccole, lo schema può funzionare solo se c'è una contrattazione
territoriale. Cioè una forma di contrattazione, magari articolata per settori,
sufficientemente vicina al sistema delle aziende locali per tener conto del loro effettivo
andamento economico.
Come ho detto sopra, questo è senz'altro un punto programmatico della piattaforma che
premia l'elaborazione e le proposte della Fim di questi ultimi anni».
Sembra che negli ultimi mesi le segreterie nazionali
di Cgil, Cisl e Uil abbiano ritrovato un terreno di cammino comune, però solo su alcuni
temi specifici, come nel caso delle dichiarazioni fatte da Giorgio
Santini al recente convegno sulla sicurezza tenutosi a Busto Arsizio. Sono solo fuochi
di paglia o si apre una nuova stagione all'interno della "triplice"?
«Tra le confederazioni in questi ultimi anni c'è stata una forte
divaricazione di opinioni su alcuni aspetti rilevanti della strategia sindacale, ad
esempio sui processi di partecipazione dei lavoratori, leggi azionariato dei dipendenti o
proposte simili o sul peso degli iscritti nelle scelte del sindacato, o ancora sulle
materie da affrontare con la legge o con il contratto. Ciò ha prodotto conflitti, a loro
volta aggravati da interferenze politiche, che in queste situazioni difficilmente mancano,
e in qualche caso anche dalla forte personalità o protagonismo dei leader confederali.
Tutto questo è ben chiaro a chi vive nel sindacato, ma è altrettanto chiaro che senza
qualche forma di unità si va tutti poco lontano e quindi finisce per essere connaturata
alla strategia sindacale, soprattutto a quella confederale, la ricerca di posizioni
comuni, di unità. Non si tratta quindi di fuochi di paglia, ma di un filo rosso che
anche nei momenti più difficili continua a riproporsi nella trama dei rapporti
sindacali».
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