Cè il giro preliminare, che si compie la sera del 15 o il
mattino del 16, quando in circolazione ci sono soltanto i vigili impegnati ad assegnare i
posti alle bancarelle. E un po come segnare il territorio, ritornare in un
luogo della memoria e fiutarne di nuovo lodore, distinguere rumori che solo allora
si ascoltano. Voci di venditori, di imbonitori, musiche da fiera di paese aleggiano lungo
via Carrobbio e si perdono come sonori fiocchi di neve nella vicina piazza Monte Grappa,
che è già altrove, altro universo, con le vetrine e le chiacchiere dei portici. (Le foto sono tratte dal libro "Di festa in festa" di Paolo
Cottini Edizioni Lativa)Il giro
preliminare alla Motta serve per riaffermare un possesso, oltre che a rivedere il Santo a
lato dellingresso della chiesa: la barba bianca e fluente, il pastorale con la
campanella e il maialetto ai piedi, il "porscell", perfetto alter ego del
"SantAntoni" e suo animale totemico in tempi non sospetti, quando non
cera il vezzo di portare al guinzaglio un suino.
"Santantòni dalla barba bianca, famm truvà
quel ca ma manca", salmodiavano le nonne quando perdevano la "gugia" o il
"dital" e quelleremita, nato un dì del 251 nel villaggio di Komo in
Egitto, vestito come un monaco, fiero e arcigno quanto basta a mantenere le distanze,
entrava nel tinello di casa e di lì usciva dopo qualche ora, quando le nonne terminavano
i racconti dei miracoli e delle intercessioni, delle Marie e delle Giovannine che al santo
eran devote e lo pregavano per tutti noi.
Alla Motta si saliva e si sale - anche in ossequio al termine, che sta a
significare un rialzo del terreno - per mano a qualcuno, nonna nonno, papà, mamma o
fidanzata. Si incede con calma, si osservano con finto stupore le vetrine a destra e a
sinistra della via, si segue la scia olfattiva dei salamini alla griglia che i Monelli
ammanniscono dal pomeriggio del 16 assieme a un vinello schietto, da subitaneo scintillio
degli occhi e bacio un po allegro allamica che si incontra fuori dalla chiesa.
La Sagra si perde nei secoli, la catasta di legna, i mobili vecchi, le cianfrusaglie e gli
abeti di Natale dismessi datano da quando alla Motta si svolgeva ancora il mercato grande
del lunedì. Tempi in cui lambiente della "Fêra" era raccolto, paesano,
familiare e piccolo borghese e la "gesa" era ancora fiera a chiudere la piazza,
senza gli spifferi che vengon giù da San Pedrino dal giorno dellapertura della
stradetta al suo fianco destro.
"Quanti besti in sul mercaa/per el dì de
SantAntoni/di centenn ghen sarà staa/conti minga di fandoni" verseggiava
nel 1907 "El Carlin de Biumm de Sott", alias Cav. Uff. Luigi Santambrogio,
milanese e garibaldino, pensionato a riposo delle ferrovie venuto a invecchiare in via
Della Valle a Biumo. "Di banchett ona gran frotta/coi figh secch e i
caramell/infesciaven tutt la Motta/coi pessitt e coi sardell", continua con facile
vena descrittiva.
I "banchett" ci sono ancora, ormai
giganteschi autoarticolati che si aprono come il ventre di una balena a mostrare leccornie
che arrivano dalla Sicilia, dal Piemonte, dallEmilia, per non parlare dei venditori
africani di tappeti, statue in legno e bracieri, di chi commercia incensi, mentre in
piazza Ragazzi del 99 trovi il pontremolese che ti butta lì lintrouvable su
Varese, libro o cartolina che sia. Di "pessitt, gazosa e zuccor firaa" ne vedi
sempre meno, così come di castagne secche infilate a collana, passatempo di cascina dei
bisnonni davanti al camino. In compenso ci sono le frittelle, e nessuno può dire di aver
fatto un Santantòni degno del nome senza averne gustate almeno un paio, una prima e una
post falò.
Lirico, il Mario Manuli, acquarellista della penna
che girava da queste parti alla fine degli anni Trenta, annota nel suo "Strimpellate
damore a Madonna Varese": "In questa festa popolaresca il canto in lode
del Santo si associa a quello che si effonde tra i bicchieri, la fervida preghiera delle
donne ha la stessa dolcezza delle parole che si scambiano gli innamorati e il suono delle
campane sembra segnare il ritmo alle voci stentoree dei venditori. In questi contrasti
cè lanima del buon popolo nostro, che trova le ragioni della sua esistenza
nel lavoro e nella fede, tenendo gran conto il sacerdote e loste". Il Manuli,
bontà sua, paragona la pira, "che scroscia stride e geme sempre più infuriata e
sanguigna", a unampia tela di pittore fiammingo, adatta a rallegrare il cuore
che ridiventa fanciullo.
Al sommo della Motta, dove fino al Mille si
riunivano a sentenziare i giudici del Seprio, arrivano cani al guinzaglio, gatti in
gabbia, canarini e pappagalli, qualche mucca, forse maiali a prendere la benedizione di un
Santo nato ricco e morto anacoreta in mezzo al deserto, nelladorazione del creato e
degli animali. "Bestemmia Iddio se non ti preme il Paradiso, ma lascia stare
SantAntonio se tieni al tuo asino", recitava un adagio contadino e proprio i
lavoratori delle campagne usavano condurre al cospetto del Santo le coppie di sposi
novelli affinché Antonio garantisse loro buona ventura, molti figli e salute di ferro.
Ed ecco che il repubblicano mangiapreti Speri Della
Chiesa, una delle voci più acute e vive della Varese a cavallo dei due secoli, inventa le
Giaculatorie a SantAntoni del Porscell e addirittura ne scrive una doccasione,
nel 1912. "SantAntoni gloriös/mettii a post on poo sti spos,/chè me par in
veritaa/che sien tropp desbirolaa". Fin qui niente di malizioso, ma Speri, che per
loccasione si firmò Z.A. Beton (Zabeton è in bosino il chiacchierone un po
pettegolo), spinge sul doppio senso lisciandosi il pizzetto: "Degh, per ogni
saradura/la soa ciav propi in misura;/fee che riessa giusta in botta/col peston la soa
pirotta./Se lideal del matrimoni/lè on bell tocch de Marcantoni,/deghel senza
economia,/dur, chel dura...e così sia".
Oggi, orfani della barba bianca di una neve sempre
più rarefatta e assuefatti alle serie di sindaci con tanto di maxi-cerino pronti a dar
fuoco alle polveri, del Santantòni dei vecchi rimane qualche saluto in dialetto,
la "struscia" avanti e indietro per la via Carrobbio, le luminarie sempre un
po guercie e le castagne arrosto, un tempo cibo di poveri. Il falò brilla a
dispetto dei pompieri e dei governi, vagamente sinistro e un po sornione, sempre
pronto a far accendere negli occhi delle belle varesine un lampo aranciato di maliziosa
complicità. Ma le promesse, si sa, come i sogni, molto spesso finiscono in cenere.
|