| Serata
pesante per Motta e per i suoi ex amici. Cinquantatre emendamenti per ribadire il suo
dissenso dalle decisioni su Aspem. Ma sarebbe superficiale credere che sia la questione
della privatizzazione dell'azienda a scatenare il can can in Consiglio. In acque leghiste
la maretta era nell'aria da tempo. Era come una bomba ad orologeria e ieri sera è
scoppiata.
Attento e bravo a gestire tutta la questione Roberto Maroni. Certo non è stato un bel
vedere perché la polemica si è dimostrata davvero sterile per come è stata gestita.
Anzi, va detto che se la protesta aveva uno scopo non solo non lo ha raggiunto, ma ha
talmente esasperato gli animi che niente più è stato trattato con serenità. E dire che
alcune obiezioni avevano anche ragione di essere sollevate.
Gli emendamenti più "politici" non sono stati accettati perché esprimerebbero
pareri sulla Giunta non veritieri. Ma su questo Motta ha replicato che se i requisiti per
partecipare alla gara sono tali che solo grandi gruppi industriali potranno partecipare,
questo non vuol dire che la gara sia truccata, ma solo che si predilige un rapporto con la
grande industria. Un esempio è l'emendamento che
afferma che "la Giunta comunale ha esplicitato la volontà di voler vendere le quote
azionarie di Aspem solo a gruppi industriali del tipo sia per dimensioni che per logiche
gestionali: Benetton, Romiti, Tronchetti Provera, General des aux, Ljonnaise des aux,
etc".
Motta si è innalzato a paladino dell'autentico verbo leghista e federalista e in chiusura
in una delle ultime frasi ha chiesto alla Lega di sciogliersi e di confluire pure in Forza
Italia. E così Bossi perde un altro pezzo della sua armata. A furia di ricercare il vero
verbo ognuno dei militanti diventa un mondo a se e basta poco per rivendicare
autonomia.
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