| Per Giancarlo Bastanzetti
(nella foto a fianco) la memoria è un luogo preciso, ha un nome e una storia. Si chiama
Gusen, si trova in Austria, è un sottocampo del più conosciuto Mauthausen, campo di
sterminio nazista. A Gusen è stato deportato ed è morto suo padre Pietro, numero di
matricola 61562. Quel luogo Giancarlo lo ha difeso con i denti, dal revisionismo,
dall'oblio, dall'incombere delle case e dall'urbanizzazione selvaggia. Lo ha difeso fino
al punto di acquistarlo. È accaduto nel maggio del 1961, quando recatosi a Gusen con
altre quattro persone per la commemorazione della liberazione dei campi, notò che
l'abbraccio di graziosissime villette stava invadendo il perimetro del forno crematorio,
non ci pensò due volte e lo comprò.
«Eravamo arrivati a Gusen in quattro,
questa era la delegazione italiana a quei tempi (foto a fianco). Con me c'erano il dottor
Ermete Sordo, Vera Piasentin e Giannina Caronni, sorella di Luigi , di Saronno, deportato
anch'egli a Gusen. Del campo non era rimasto che il forno crematorio e pure quello
rischiava di sparire, perché stavano costruendo dappertutto. Non esitammo un attimo,
racimolammo quanto avevamo in tasca. Il dottor Sordo tornò a Sesto San Giovanni a
prendere altri soldi e fondammo una società immobiliare di diritto austriaco e così fu
possibile acquistarlo».
Arrestato dai repubblichini nel marzo del 1944, Pietro
Bastanzetti, prima di essere deportato, restò per un po' di tempo nel carcere di Bergamo.
È qui che Giancarlo lo vide vivo per l'ultima volta. In carcere ci andò con sua madre e
con un uomo a lui sconosciuto, «un santo laico» così lo definisce. «Avevo nove anni,
quando andai a trovare mio padre in carcere. Con noi venne anche un uomo sulla
cinquantina. Non sapevo chi fosse. Era un uomo umile, molto gentile, mi dissero dopo che
era un manovale di fonderia, probabilmente aveva conosciuto mio padre in fabbrica. Ebbene
quell'uomo si offrì al suo posto, insistette dicendo che non aveva nessuno al
mondo».
Pietro Bastanzetti non accettò e di lì a poco fu
deportato a Mauthausen. «Dopo di lui non arrestarono più nessuno. Mio padre, malgrado le
torture, non ha mai parlato», dice con una punta di orgoglio. Di quel luogo Giancarlo
conserva tutto ciò che puo', non solo testimonianze e ricordi dei sopravvissuti, ma anche
gli oggetti che ne rimandano la triste quotidianità. Con una calma quasi religiosa
srotola un panno, custodito in una scatola come una reliquia. Sul tavolo dispone alcuni
cucchiai e utensili costruiti dai deportati. Non parla, li guarda in silenzio. Sa che
qualsiasi parola sarebbe inadatta. In quegli oggetti vi è racchiuso il disperato
tentativo di riprodurre un po' di normalità nel luogo più vicino all'inferno. «Non
riusciremo mai ad immaginare ciò che hanno provato quegli undici milioni di uomini»,
sussurra a mezza bocca.
Giancarlo Bastanzetti ha sessantaquattro anni, per
tutta la sua vita non ha fatto altro che ricordare, testimoniare, denunciare e difendere
la memoria di chi non lo può più fare. Il figlio Pietro lo guarda con ammirazione,
è orgoglioso del nome che porta. Aiuta il padre nella ricerca e nell'organizzazione delle
attività de " Il Gruppo della memoria", che, a Saronno, svolge un'intensa e
appassionata attività. Incontri, dibattiti, conferenze, formazione nelle scuole,
pellegrinaggi nei campi di sterminio. Pietro tiene stretto il testimone, perché sa che i
momenti più rischiosi sono proprio i passaggi generazionali. «Il gruppo della memoria-
dice- è una cosa viva. In questi anni di attività abbiamo potuto riscontrare che c'è un
forte desiderio di verità , di sapere ciò che è successo. In tutti gli incontri che
abbiamo organizzato c'è stata sempre una forte partecipazione». Anche lui ha la sua
piccola grande storia da raccontare. Una storia che inizia proprio su Internet. «Stavo
consultando un gruppo di discussione sulla Rete, per cercare nipoti di deportati, che alla
manifestazione del XXV Aprile fossero disponibili a portare i cartelli in ricordo dei vari
campi di sterminio. Mi rispose anche una ragazza vicentina il cui nonno, come il mio, era
stato deportato in un campo di sterminio». La ragazza chiese a Pietro se poteva anche
aiutarla a fare una ricerca sul nonno. Per Pietro è cosa normale e non difficile, visto
che, in casa Bastanzetti, c'è un archivio da far invidia alle biblioteche più fornite.
Padre e figlio si misero così in moto e, dopo alcune ricerche, scoprirono che Bartoloso
Giovanni, numero 115807, fu giustiziato a Gusen nell'aprile del 1945 con altri ottantrè
italiani e altre quattrocento persone di varie nazionalità, perché aveva partecipato ad
una ribellione. Quello fu l'ultimo atto delle SS nel campo di Gusen. Il cinque maggio del
1945 il campo fu liberato dagli Americani. Pietro e quella ragazza si sono conosciuti,
rincontrati e frequentati più volte, tra loro è nata una storia d'amore. Nel frattempo,
grazie alla tenacia di tutti loro, quello sparuto gruppetto di italiani che nel 1961
difese Gusen e la memoria di migliaia di deportati, è diventata una moltitudine di voci,
di presenze, di umanità che ogni anno torna a testimoniare che tutto questo è stato.
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