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07/06/07

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Io, Nedo Fiano, sopravvissuto ad Auschwitz

La Memoria salvata

La shoah degli Zingari, cronaca di un genocidio dimenticato

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Il Giorno della Memoria - Se questo è un uomo, la testimonianza di Primo Levi
C'è un punto della terra

C'è un punto della terra che è una landa desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove esistono solo la morte, l'odio e il dolore... * 

Non è un punto qualsiasi quello di cui si parla. Si trova nella fredda e cattolica Polonia, a 30 chilometri a sud-est di Katowice. Il suo nome è Oswiecim. Ma forse a molti ancora non basta per capire. Forse la sua traduzione in tedesco potrebbe aiutare. Quel punto in tedesco si chiama Auschwitz. Ebbene proprio lì in quel preciso punto è avvenuta una frattura profonda tra l'uomo e il mondo, tra l'uomo e la storia. 
Il mondo prima e dopo Auschwitz dunque. Come i grandi profeti annunciavano agli uomini il grande evento, così il caso Dreyfus in Francia annunciava al mondo, con profetico tempismo, la sciagura che doveva avvenire.
(
nella foto sopra Primo Levi)
In quel punto dove la storia si ferma, milioni di persone, per lo più ebrei provenienti da tutta Europa, sono state uccise nelle camere a gas e bruciate nei forni crematori. Vecchi, donne , bambini. Milioni di "stuck", cioè pezzi (tali per i nazisti erano le persone concentrate nei lager) sono passati per i camini di Auschwitz. Una vera e propria fabbrica della morte. Efficiente, dinamica, strategicamente avanzata. In quel punto i nazisti avevano stabilito l'ultima tappa del viaggio del Popolo Errante.

In quel punto, dove si moriva per un sì o per un no, una fredda notte nell'inverno del1944 è arrivato Primo Levi. Ventiquattro anni. Una laurea in chimica e un breve passato da partigiano. Catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre del 1943, Primo Levi dichiara la sua "colpa": cittadino italiano di razza ebrea. Una breve sosta nel campo di Fossoli e subito dopo il congedo dalla vita. La partenza per l'inferno, destinazione Auschwitz. Un viaggio su una tradotta piombata, senza acqua e senza cibo, stipati come bestie. Delle 45 perrsone del suo vagone solo quattro rivedranno la loro casa.

La scritta che sovrasta il cancello di Auschwitz suona beffarda: "Arbeit mach frei", il lavoro rende liberi. Levi capisce subito che in quel punto «tutto è una grande macchina per ridere di noi, per vilipenderci, e poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è un pazzo, vuoi dire che ci è cascato...». 
Non può esistere libertà senza identità e questo i nazisti lo sanno bene. 174517 questo è il nuovo nome di Primo Levi. Un battesimo rapido e pungente di colore azzurrognolo tatuato indelebilmente sul braccio. Senza il numero non sei nessuno e se non
sei nessuno non mangi «solo mostrando il numero si riceve il pane e la zuppa». Dietro ogni numero una storia, una vita, un essere umano. «...Ognuno tratterà con rispetto i numeri dal 30000 all'80000: non sono più che un qualche centinaio, e contrassegnano i pochi superstiti dei ghetti polacchi». 

La liturgica ossessività del lager diventa l'inutile e meccanica ripetizione di un rito estinto: la vita. «...Si immagini ora un uomo a cui con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base a un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di annientamento" e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo». 
Sopravvivere per raccontare e testimoniare questo diventa l'imperativo di Primo Levi.

Ed è proprio in quel punto che inizia a scrivere Se questo è un uomo; «scrivo quello che non saprei dire a nessuno». Sopravvissuto Primo Levi torna nella sua Torino. Le maggiori case editrici rifiutano il suo libro. Nel 1947 Franco Antonicelli direttore di una piccola casa editrice accetta di pubblicarlo: 2500 copie e poi l'oblio fino al 1958 quando Einaudi decide di ristamparlo. Se questo è un uomo incontra il favore del grande pubblico, viene tradotto in sei lingue e ridotto per la radio e il teatro. Non c'è lamento e odio in questo libro. È un canto collettivo e struggente dove rivivono le voci di tutti coloro che non possono più testimoniare. Il linguaggio che usa Primo Levi è sobrio, pacato e preciso come deve essere quello di un testimone. «...Pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile e utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi...».

* Giuliana Tedeschi, C'è un punto della terra, La Giuntina, Firenze, 1988.

Michele Mancino

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