| C'è un punto della terra che è una landa desolata,
dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove esistono solo la morte,
l'odio e il dolore... *
Non è un punto qualsiasi quello di cui si parla. Si trova nella
fredda e cattolica Polonia, a 30 chilometri a sud-est di Katowice. Il suo nome è
Oswiecim. Ma forse a molti ancora non basta per capire. Forse la sua traduzione in tedesco
potrebbe aiutare. Quel punto in tedesco si chiama Auschwitz. Ebbene proprio lì in quel
preciso punto è avvenuta una frattura profonda tra l'uomo e il mondo, tra l'uomo e la
storia.
Il mondo prima e dopo Auschwitz dunque. Come i grandi profeti annunciavano agli uomini il
grande evento, così il caso Dreyfus in Francia annunciava al mondo, con profetico
tempismo, la sciagura che doveva avvenire.
(nella foto sopra Primo Levi)
In quel punto dove la storia si ferma, milioni di persone, per lo più ebrei provenienti
da tutta Europa, sono state uccise nelle camere a gas e bruciate nei forni crematori.
Vecchi, donne , bambini. Milioni di "stuck", cioè pezzi (tali per i nazisti
erano le persone concentrate nei lager) sono passati per i camini di Auschwitz. Una vera e
propria fabbrica della morte. Efficiente, dinamica, strategicamente avanzata. In quel
punto i nazisti avevano stabilito l'ultima tappa del viaggio del Popolo Errante.
In quel punto, dove si moriva per un sì o per un no, una fredda notte nell'inverno
del1944 è arrivato Primo Levi. Ventiquattro anni. Una laurea in chimica e un breve
passato da partigiano. Catturato dalla milizia
fascista il 13 dicembre del 1943, Primo Levi dichiara la sua "colpa": cittadino
italiano di razza ebrea. Una breve sosta nel campo di Fossoli e subito dopo il congedo
dalla vita. La partenza per l'inferno, destinazione Auschwitz. Un viaggio su una tradotta
piombata, senza acqua e senza cibo, stipati come bestie. Delle 45 perrsone del suo vagone
solo quattro rivedranno la loro casa.
La scritta che sovrasta il cancello di Auschwitz
suona beffarda: "Arbeit mach frei", il lavoro rende liberi. Levi capisce subito
che in quel punto «tutto è una grande macchina per ridere di noi, per vilipenderci, e
poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è un pazzo, vuoi dire che ci è
cascato...».
Non può esistere libertà senza identità e questo i nazisti lo sanno bene. 174517 questo
è il nuovo nome di Primo Levi. Un battesimo rapido e pungente di colore azzurrognolo
tatuato indelebilmente sul braccio. Senza il numero non sei nessuno e se non
sei nessuno non mangi «solo mostrando il numero si riceve il pane e la
zuppa». Dietro ogni numero una storia, una vita, un essere umano. «...Ognuno tratterà
con rispetto i numeri dal 30000 all'80000: non sono più che un qualche centinaio, e
contrassegnano i pochi superstiti dei ghetti polacchi».
La liturgica ossessività del lager diventa
l'inutile e meccanica ripetizione di un rito estinto: la vita. «...Si immagini ora un
uomo a cui con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi
abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità
e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso;
tale quindi che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di
ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base a un puro giudizio di
utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di
annientamento" e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul
fondo».
Sopravvivere per raccontare e testimoniare questo diventa l'imperativo di Primo Levi.
Ed è proprio in quel punto che inizia a scrivere Se questo è un
uomo; «scrivo quello che non saprei dire a nessuno». Sopravvissuto Primo Levi torna
nella sua Torino. Le maggiori case editrici rifiutano il suo libro. Nel 1947 Franco
Antonicelli direttore di una piccola casa editrice accetta di pubblicarlo: 2500 copie e
poi l'oblio fino al 1958 quando Einaudi decide di ristamparlo. Se questo è un uomo incontra
il favore del grande pubblico, viene tradotto in sei lingue e ridotto per la radio e il
teatro. Non c'è lamento e odio in questo libro. È un canto collettivo e struggente dove
rivivono le voci di tutti coloro che non possono più testimoniare. Il linguaggio che usa
Primo Levi è sobrio, pacato e preciso come deve essere quello di un testimone.
«...Pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile e utile quanto più
apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone adempie
alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete
voi...».
* Giuliana Tedeschi, C'è un punto della terra, La
Giuntina, Firenze, 1988.
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